mercoledì 15 luglio 2009

No al collegamento funiviario San Martino / Passo Rolle


Iniziativa del Comitato e degli ambientalisti a tutela del Parco naturale

Questa mattina, in piazza Dante a Trento sotto il palazzo della Regione, una cinquantina di persone ha aderito all’appello promosso dal Comitato Primiero Viva per la salvaguardia del Parco naturale Paneveggio - Pale di San Martino che sarebbe sfregiato dall’impattante progetto di collegamento funiviario San Martino – Passo Rolle.

Il progetto, in cantiere da 10 anni, già in passato è stato contestato più volte dal comitato e dalle realtà ambientaliste trentine e bellunesi grazie anche alla mobilitazione diretta come il campeggio dello scorso anno con l’occupazione della riserva integrale del Colbricon.

Secondo Daniele Gubert, portavoce del comitato, “nonostante il largo dissenso della comunità del Primiero e le enormi difficoltà nel reperire i fondi necessari alla sua realizzazione, il progetto trova nella lobby degli impiantisti del Primiero, appoggiati dal Presidente della Provincia Dellai, gli unici sostenitori rimasti.”

All’interno del Consiglio provinciale però una mozione del verde Roberto Bombarda chiede la sospensione dell'iter del contestato progetto, per aprire finalmente un ampio e partecipato tavolo di confronto che individui soluzioni diverse, ambientalmente compatibili e specialmente sostenibili dal punto di vista economico.

Tra le varie realtà presenti e contrarie al collegamento (Mountain Wilderness, la SAT, Italia Nostra, WWF, Legambiente, il Comitato Prà Gras di Belluno), Officina Ambiente denunciava attraverso uno striscione come le Dolomiti, nonostante il riconoscimento di “Patrimonio dell’Umanità” da parte dell’UNESCO, non siano realmente considerate tali dalla Provincia di Trento che continua, imperterrita, in una politica miope di ampliamento delle aree sciabili favorendo, con lauti finanziamenti, gli impiantisti interessati a far diventare il Trentino un enorme “luna park” invernale.

Secondo Luigi Casanova, di CIPRA Italia, “siamo di fronte ad una vicenda Alitalia in salsa trentina che nasconde ai cittadini troppa ipocrisia. Siamo in presenza di un progetto, che in quanto tale non è sostenibile ed è privo di logica. Il collegamento avrà un senso solo se sarà attrezzato di una nuova pista, una pista che inevitabilmente sconvolgerà ogni assetto paesaggistico e storico dell’area di Colbricon. Il collegamento, come proposto, è anche un non senso in termini di mobilità alternativa. Ma è la parte finanziaria che deve preoccupare i cittadini trentini. Stiamo rischiando di avventurarci in una vertenza Alitalia di valle.”

La corrispondenza con Francesca Manzini di Officina Ambiente

lunedì 13 luglio 2009

Martedì 14 luglio: Presidio per la salvaguardia della Riserva di Colbricón

Officina Ambiente aderisce al presidio organizzato da Primiero Viva e invita tutti coloro, che credono realmente che le Dolomiti siano un patrimonio dell'umanità da difendere partendo proprio dal bloccare i progetti devastanti come questo, a fare altrettanto.
Di seguito l'appello.

Cari amici,

martedì 14 luglio sarà discussa in Consiglio provinciale una mozione di Roberto Bombarda che chiede la sospensione dell'iter del contestato progetto di collegamento funiviario tra San Martino di Castrozza e Passo Rolle, per aprire finalmente un ampio e partecipato tavolo di confronto sulle alternative possibili.

A sostegno di questa istanza chiamiamo a raccolta chiunque abbia a cuore le sorti della Riserva integrale di Colbricón e condivida le ragioni della nostra battaglia in favore del Parco naturale Paneveggio - Pale di San Martino.

L'appuntamento è a Trento, in p.zza Dante dalle ore 9:15 in poi per una pacifica manifestazione davanti al palazzo della Regione, con bandiere e striscioni.

Info:
l'ordine del giorno della seduta è disponibile qui.


PrimieroViva
Info: 335.1281488 e 347.7925717 + genius@alpz.net

Ma il «marchio» Unesco è anche un'opportunità

Una parte dell'associazionismo ambientalista e personalità del mondo culturale hanno accolto con scetticismo l'inserimento delle Dolomiti nella lista Unesco dei patrimoni naturali dell'Umanità. Le ragioni di tanta diffidenza sono profonde. Nascono dal vizio d'origine di tutto il progetto: le istituzioni hanno tenuto segregato tutto l'iter della candidatura, hanno di fatto impedito ogni processo partecipativo e conoscitivo, il disegno è stato imposto.
Il risultato raggiunto, una tutela a macchia di leopardo, che trascura rocce eccelse delle Dolomiti, come il Sassolungo, i gruppi del Sella, del Cristallo, le Tofane, la Civetta, l’Antelao, non possono che confermare le perplessità. Sono gruppi cancellati dalla proposta perché coinvolti in attenzioni dello sviluppo di aree sciistiche. In modo sbrigativo ci è stato spiegato che l’Unesco voleva leggere norme capaci di tutelare effettivamente i territori candidati e che era necessario investire solo su parchi o rete natura 2000. Ma qualunque persona dotata di buon senso capisce che 228 norme diverse fra Stato, Regioni e province nulla tutelano e rappresentano solo un pasticcio all’italiana. Troppi parchi esistono solo sulla carta, l’esempio Trentino è efficace. Come possa un parco permettere la costruzione dei collegamenti sciistici Pinzolo-Campiglio, o San Martino-Passo Rolle, o l’attività estrattiva in Val di Genova senza perdere credibilità e dignità i politici ce lo devono spiegare. Come si possa poi proporre l’attività venatoria ai tetraonidi, o ai mustelidi, fin dentro i parchi e avere il coraggio di suggerire di aprire la caccia nelle servitù demaniali senza far crollare ogni minima credibilità residua anche deve far riflettere sulla coerenza di questi enti (Trento e Bolzano). Le stesse dichiarazioni di tutti i politici, dopo la conferma di Siviglia, non possono che preoccupare. L’incredibile e buffa gara di località, tutte forti (Bressanone, Cortina, Corvara) per ospitare la fondazione costruiscono la conferma: con l’Unesco si è cercato solo il marchio turistico. Le località candidate non offrono segnali basati sul turismo sostenibile: hanno investito nell’assalto alla montagna con la semplificazione imposta dalla monocultura turistica, o hanno costruito il turismo sulle seconde case abbandonando le tradizionali cure che i montanari dedicavano al loro territorio. Confermate le perplessità non vi è dubbio che le Dolomiti patrimonio naturale rappresentino per l’ambientalismo un nuovo percorso, un nuovo impegno. Per fare questo è necessario mettere in secondo piano i limiti (mai dimenticarli) ed investire nelle opportunità. È compito dell’ambientalismo unito sviluppare l’ambito culturale diffuso in Dolomiti, uno straordinario insieme che per secoli hanno permesso la convivenza solidaristica di diversità linguistiche, sociali, istituzionali, naturali. È necessario un impegno continuo per ricostruire l’identità delle popolazioni dolomitiche cercando di recuperare quanto distrutto in determinate zone e di difenderla dove ancora presente. È necessario ritornare a offrire attenzione al territorio, alla cura del dettaglio e solo il mondo contadino può dare risposta a questa esigenza, per costruire sicurezza, paesaggio e produzioni naturali. È anche doveroso da parte dell’ambientalismo dolomitico investire in cultura, in progetti nel sociale: la montagna non può essere indebolita da logiche contabili nell’offerta di servizi, sanità, formazione, lavori d’eccellenza, diffusione di sapere, qualità del vivere. L’ambientalismo non può essere lasciato solo in questi percorsi nuovi, ha bisogno di essere affiancato dal mondo sindacale, finora assente dal dibattito, e dal sostegno dell’imprenditoria diffusa, quella che costruisce e mantiene identità, quella che diffonde e struttura valore aggiunto, quella che produce lavoro stabile e sa investire nelle filiere del legno, dell’artigianato artistico, del turismo, dell’agricoltura per fare dialogare questi mondi oggi frantumati da politiche accentratrici e prive di lettura di contesto. Sono scenari inesplorati per una cultura, quella ambientalista, costretta dalla speculazione e dalla debolezza dell’indirizzo politico ad una severa azione di tutela del territorio, di denuncia, di conflitto. Ma un simile impegno costruisce un nuovo profilo che aiuterà tutte le componenti sociali a definire il ruolo della montagna nel futuro. Questa proposta di lavoro va affrontata in tempi stretti: le crisi, economica e climatica ormai consolidate, nonostante alcuni politici troppo ottimisti ancora convinti di poter proporre i modelli di sviluppo della società consumistica le neghino, imporranno a tutti noi radicali mutamenti del modo di vivere e di leggere i territori. Nonostante i limiti l’attenzione dell’Unesco rivolta alle Dolomiti ha portato su noi tutti nuove prospettive di lavoro, opportunità che l’ambientalismo ed i comitati di base non possono lasciare cadere. Se ci addentriamo in questi percorsi abbiamo la possibilità di far maturare, in tempi brevi, le tracce fondanti per le Dolomiti perché vengano riconosciute patrimonio anche culturale dell’umanità e quindi a veder superati i tanti limiti oggi presenti.

Luigi Casanova
Vicepresidente di Cipra Italia

sabato 11 luglio 2009

No-TAV: Lettera aperta al Consiglio Comunale

Trento, 10 luglio 2009

Egregio presidente
del Consiglio Comunale di Trento
Dott. Renato Pegoretti
Via Belenzani, 19
38100 Trento
Fax 0461884256

Ci permettiamo di scriverLe questa lettera in qualità di Presidente del Consiglio Comunale di Trento, per chiedere che su progetti come la TAV del Brennero il Consiglio Comunale non sia ancora una volta chiamato solo a rettificare quanto deciso in altre sedi e si basi solo su informazioni unilaterali provenienti dalla BBT, che è l'azienda capofila per la costruzione della TAV del Brennero (general contractor).

Evitare questo pericolo significa attivarsi affinché il Consiglio Comunale possa aver la possibilità di sentire le motivazioni di quanti sono contrari alla TAV del Brennero, che giustamente vorrebbero avere la facoltà, in tali sedi istituzionali, di poterlo fare.

Mercoledì scorso il presidente Dellai con il vicepresidente Pacher hanno presentato in pompa magna il progetto TAV del Brennero al Consiglio Comunale di Trento. Una presentazione a senso unico, con video incorporato, comprese tabelle e grafici di difficile lettura per il cittadino medio, come del resto per un consigliere comunale non già sufficientemente informato.

Nella lunga esposizione si è fatto riferimento a previsioni di crescita dei volumi di traffico merci spacciandoli come verità assolute, indiscutibili e immodificabili, anche davanti a precisi segnali, che la crisi in atto manda al mondo politico che, a nostro modesto avviso, sembra sempre più sordo ai suoi messaggi. Da una parte si auspica un modello di sviluppo basato sulla filiera corta e sul consumo di prodotti e merce locale, dall’altra si sponsorizza con la TAV un sistema di spostamento delle merci in netto contrasto con la filosofia del km 0.
“...La TAV si farà e il progetto non è discutibile..” ha ribadito Dellai, aggiungendo poi “…eventualmente si può parlare di coinvolgimento delle istituzioni nelle eventuali politiche di mitigazione”.

Noi siamo convinti, e con noi anche molti tecnici ed economisti, che una simile opera sia inutile e dannosa. Inutile per ridurre il traffico dei TIR sull'A22 e sicuramente dannosa ed impattante per l'ambiente della nostra regione e di Trento in particolare.
180 km di galleria nella tratta da Verona al Brennero non sono bazzecole. Significano forti rischi per le falde acquifere, significherebbe trapanarle, ferirle nel loro cuore, ben sapendo qual è oggi il valore dell’acqua, significherebbe disagi trentennali per migliaia di cittadini trentini e sudtirolesi che subirebbero polveri, traffico, rumori, vibrazioni per parecchi anni, inoltre significherebbe sperpero di denaro in un’opera faraonica senza risolvere i reali problemi di mobilità dei cittadini delle valli e il traffico di TIR sull’autostrada.
La riduzione dei TIR è un problema di oggi, un problema che non può aspettare 30 anni per una presunta soluzione: molte soluzioni già esistono, sono state più volte auspicate e anche attuate in altri stati europei, ma necessitano scelte politiche precise.
Scelte non subalterne agli interessi dell’autotrasporto e della società Autobrennero, introducendo pedaggi equivalenti a quelli di Austria e Svizzera e regolamentazioni/controlli all’altezza di un paese civile; impiegando la ferrovia attuale (dalle ampie capacità residue anche dopo il recente potenziamento) secondo criteri di razionalità ed efficienza, cercando di avvicinarsi almeno un po’ agli standard di gestione internazionali.

E quanto costerebbe questa bella impresa, solo in Trentino? A quanto welfare state dovremmo rinunciare per soddisfare appetiti che non hanno molto a che vedere con un sistema ragionevole di trasporti? Perchè non sono state prese in considerazioni soluzioni alternative, presentate da ingegneri e tecnici, anche stranieri, e si è deciso di puntare su questa opera che risulta la più costosa, la più devastante e la più inutile?

Sono domande alle quali l'esposizione di mercoledì non ha dato risposte.

Infine, senza prolungarci su altre importanti questioni che sostengono la nostra contrarietà, crediamo che la democrazia non possa esprimersi nella sua totalità senza un contraddittorio tra posizioni diverse e tra visioni diverse dello sviluppo e del sistema trasporti.
Per questo rinnoviamo la nostra richiesta di convocazione, a breve, di una nuova seduta del Consiglio Comunale per una esposizione delle ragioni di quanti si oppongono alla TAV.

Fiduciosi che il Consiglio Comunale che Lei presiede vorrà avere tutte le conoscenze possibili prima di decidere, siamo a disposizione per proporre eventuali suggerimenti su quali relatori invitare in Consiglio Comunale.


Comitato NO TAV – NO TIR, Filcams Cgil, Centro sociale Bruno, Mountain Wilderness, Officina Ambiente

giovedì 9 luglio 2009

" Brennero, un progetto inarrestabile"

Il progetto della ferrovia ieri in consiglio comunale

Corre spedita la nuova ferrovia del Brennero. Di fronte all'aula di palazzo Thun, convocata ieri sera per l'illustrazione del progetto preliminare, il presidente della Provincia, Lorenzo Dellai non lo nasconde neppure alla puntuale, seppur sparuta, presenza dei no global anti Tav.

Brennero? Irreversibile.
«Il progetto di potenziamento della ferrovia - ha esordito il governatore - è ormai irreversibile. I punti di vista diversi e le contrarietà fanno bene se servono per approfondire le questioni. Ora però il tema non è più se fare quest'opera, ma semmai come realizzarla. Su questo punto il confronto è importante».
A chi criticava i pedaggi autostradali poco costosi che penalizzerebbero il trasporto merci su rotaia, Dellai ha risposto che «la nuova ferrovia è necessaria, ma non sufficiente. Servono le infrastrutture, ma anche le politiche», alludendo ad un futuribile aumento tariffario per camion e tir. D'altronde i dati forniti dalla Provincia parlano di un trend di crescita del traffico merci che potrebbe far collassare sia l'A22 che l'attuale ferrovia, oggi sottoutilizzata.
Se nel 2007 sono state 43 milioni le tonnellate di merci passate lungo il corridoio del Brennero - 33 su gomma e 10 su rotaia - domani, ossia nel 2015, saranno già 48 milioni. Ma secondo Bbt, la società che ha realizzerà il tunnel di base, nel 2025 si arriverà a 57 milioni di tonnellate.

No global.
La necessità di disincentivare la gomma è stata però l'unica concessione del presidente, ieri accompagnato in Comune dall'assessore ai trasporti Alberto Pacher, alle ragioni dei No Tav. I quali in un volantino hanno ribattuto che l'opera sarebbe inutile, costosa e ambientalmente insostenibile. I no global però, dopo aver ascoltato compostamente la lunga presentazione video della nuova ferrovia, hanno lasciato l'aula alla spicciolata e in buon ordine.

Un tunnel sotto la città.
Come anticipato ormai quattro mesi fa da l'Adige, l'opera consiste nella realizzazione di un nuovo tracciato della ferrovia del Brennero in destra Adige che comporterà il quadruplicamento delle tratte attuali e fungerà da indispensabile raccordo con la galleria del Brennero. Si tratta di 80 chilometri di rotaie nel territorio trentino, di cui 75 circa sotterranei. Proprio a Trento si concentrano le opere più importanti. Non c'è solo la realizzazione della nuova stazione internazionale prevista sull'attuale scalo Filzi in via Brennero. A nord del capoluogo va infatti realizzato un bypass in superficie che unisca la tratta principale della Rotaliana, per lo più in galleria, con l'interporto doganale di Roncafort.
A questo intervento se ne aggiunge un altro sicuramente più difficoltoso. Dalla futura stazione internazionale, tutta sotterranea, le rotaie dovranno ricongiungersi con l'asse principale dell'alta capacità che, a profondità di anche 140 metri, bucherà in tutta la sua lunghezza il massiccio della collina est e della Marzola. Per arrivare fin lì, la cosiddetta «Galleria Trento» lunga ben 4,1 chilometri dovrà fendere il sottosuolo di tutto il centro storico.

Tempi e costi.
Passato lo scoglio del Via, che dovrà dare risposta alle diverse problematiche di tipo idrogeologico, si potrà procedere al progetto definitivo lungo un anno almeno.
Dellai e Pacher hanno confermato che le circonvallazioni di Trento e Rovereto sono prioritarie e la loro realizzazione dovrebbe essere contestuale a quella del tunnel del Brennero, ovvero entro il 2022. I costi sono meno definiti. Dellai ha parlato di 11 miliardi complessivi per la Verona-Monaco. Di questi 2,5 miliardi servono per la tratta trentina.

Fonte: l'Adige del 9.07.'09

lunedì 6 luglio 2009

Replica di Officina Ambiente alle menzogne della Provincia sull'inceneritore

Evviva! Il prossimo Premio Nobel per la chimica sarà in provincia di Trento! A questo punto possiamo esserne sicuri, viste le ultime sparate di quelli che vengono definiti "esperti" della Provincia. Sicuramente tale ambito premio sarà vinto da loro, visto che sono riusciti a smentire uno dei principi su cui si basa l'universo e che permette ad ogni cosa di esistere così come la conosciamo, una frase ormai appartenente al linguaggio comune, una legge che il chimico Lavoisier ricordò oltre 2 secoli fa: "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma". Leggo infatti le recenti affermazioni di tali eminenti scienziati che si permettono di dire (nella loro ignoranza, a questo punto) che quest'opera non inquinerà. Se questo fosse vero, le loro geniali menti avrebbero realmente smentito la legge della conservazione della massa e dell'energia. Infatti mi chiedo come sia possibile che l'inceneritore, diminuendo il quantitativo di rifiuto solido bruciandolo, non abbia emissioni di gas inquinanti. Dove va a finire tutta la massa di rifiuto incenerita? Utilizzando come esempio l'A2A (ex ASM) di Brescia, preso come modello per il progetto di quello che viene erroneamente chiamato "termovalorizzatore" - visto che in realtà non valorizza proprio niente, essendo che brucia, sprecando, quella che, se gestita meglio, potrebbe essere addirittura una risorsa - ogni 100 kg di rifiuti inceneriti 20 kg sono di residuo solido molto tossico, da smaltire in discariche di 2^ categoria. Gli altri 80 kg, che secondo gli "esperti" della Provincia non esistono, in realtà ci sono eccome! Anzi, questi prodotti gassosi, essendo il prodotto della reazione con l'ossigeno, risultano essere alla fine molti di più che 80 kg. Infatti ogni anno nella sola Brescia vengono mandati all'incenrimento circa 500 mila tonnellate di RSU e da questo si sviluppano 180 mila tonnelate di ceneri tossiche (da stoccare in discariche speciali) e 3 milioni di tonnellate di aria inquinata da polveri e da gas (come cloro, PCB, diossine, furani, metalli pesanti, gas serra, CO2 ma anche molti altri).
Oltre alle ormai appurate bugie di Mamma Provincia, vi sono poi numerose altre problematiche legate all'inceneritore, poiché è un'opera antitetica al riciclaggio e contropruducente dal punto di vista del recupero energetico. Questo perché le lobby che gestiscono lo smaltimento traggono più profitto incenerendo i rifiuti piuttosto che riciclandoli, visti i numerosi incentivi pubblici concessi (tra i quali i famosi cip6), dato che l'energia ricavata dall'inceneritore è erroneamente considerata rinnovabile. Nel termoutilizzatore di Brescia, inoltre, la percentuale di carta e cartone contenuta nel rifiuto è pari al 27%. Se questa fosse riclata e quindi venisse a mancare dalle camere di combustione vi sarebbe una riduzione del 55% del calore ceduto durante l'incenerimento. Con questa riduzione i rifiuti non sarebbero più in grado di autosostenere la combustine e sarebbe quindi necessario, affinché brucino, alimentare l'inceneritore con oli combustibili o metano, con ulteriore spreco di risorse e produzione di gas serra. Togliendo anche l'11% composto da materie plastiche riciclabili il potere calorifico si ridurrebbe ulteriormente del 38%.
Per di più l'inceneritore è antieconomico, visto che tra incentivi pubblici, costi di incenerimento, di gestione e di smaltimento delle scorie, sulla bolletta che arriva a casa ogni chilowatt di energia proveniente dall'inceneritore verrebbe a costare circa 3 volte di più di quella proveniente da altre fonti.
La raccolta differenziata è inoltre più conveniente sotto il profilo energetico poiché, oltre a diminuire sensibilmente la produzione di RSU, comporta un risparmio energetico pari a 1600 GW annui, mentre l'inceneritore, sempre prendendo in considerazione l'A2A di Brescia, comporta un recupero energentico di soli 500 GW/anno.
A questo punto risulta evidente che quest'opera è inutile, nociva e controproducente, ed ancor più evidente risulta che l'inceneritore non ha futuro mentre le buone pratiche sì. La raccolta differenziata con il riciclaggio e la diminuzione della produzione dei rifiuti sono la vera alternativa alla discarica. Esempi come Lavis e la Val di Fiemme, ma anche numerosi altri comuni sia trentini che veneti, come nel trevigiano, ma anche in tutt'italia, sono da prendere come esempio; in tutti questi luoghi la differenziata ha raggiunto l'80% e più! Il vero sistema integrato al riciclaggio non è l'inceneritore ma la diminuzione della produzione. Bisogna produrre meno rifiuto e differenziarlo di più se si vuole realmente eliminare il problema. L'incenerimento non è certamente la soluzione.

Filippo Rigotti - Officina Ambiente

mercoledì 1 luglio 2009

Il riconoscimento Unesco non salva le Dolomiti

Solamente delle menti raffinate con l’ausilio di un poderoso supporto politico potevano raggiungere un traguardo così ambizioso: Dolomiti patrimonio dell’umanità! Dopo 5 anni di duro lavoro sono state scelte e «sacrificate all’intoccabilità» alcune vette prestigiose e di grande richiamo che però per quanto riguarda gli interessi legati agli impianti di risalita contano poco o nulla (eccezione fatta per la Marmolada, per la quale i registi dell’operazione prima di fare partire la richiesta di riconoscimento da parte dell’Unesco, hanno pensato bene di ottenere le necessarie autorizzazioni di ricostruire tutti gli impianti - in Veneto e in Trentino - anche con delibere di legittimità molto dubbia, blindando in questo modo l’accesso alla Regina delle Dolomiti). Chi ha lavorato per l’ambito riconoscimento, ha evitato con estrema cura e attenzione di inserire fra le varie aree e gruppi montuosi da sottoporre a vincolo, quelle dove gli interessi legati allo sviluppo degli impianti di risalita sono reali e pesanti. Protezionismo ambientale senz’altro, purché questo non crei al manovratore ostacoli di alcun tipo per la situazione esistente o per qualsiasi programma di sviluppo futuro. Qualcuno si è chiesto come mai non siano stati sottoposti a vincolo il gruppo del Sella, le Tofane, il Sassolungo e il Monte Cristallo? E questi solo per citare i primi gruppi dolomitici che mi vengono in mente. La risposta è abbastanza semplice. Le aree sciistiche più interessanti e di maggior pregio potranno continuare a svilupparsi e aggiornarsi senza incontrare particolari impedimenti, godendo peraltro dell’enorme ricaduta mediatica ottenuta con il riconoscimento delle Dolomiti (tutte) patrimonio dell’umanità. Chapeau!

Filippo Graffer - L'Adige, 1 luglio 2009