Visualizzazione post con etichetta slow food. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta slow food. Mostra tutti i post

22.5.10

Merende genuine clandestine

Sabato 24 aprile, 22 maggio e 12 giugno al Cs Bruno organizzate dal Gruppo d'Acquisto Popolare.

Tanta strada è stata fatta dal lontano novembre 2008 in cui nasceva il Gruppo d'Acquisto Popolare all'interno del Centro Sociale Bruno. Per andare avanti abbiamo bisogno di conoscerci meglio, scambiarci impressioni e idee nate tra un acquisto di formaggi caprini e uno di mirtilli da Gaggio...


Quale più gradevole occasione se non quella di incontrarci al Bruno davanti a delle mitiche merende con prodotti genuini e clandestini?

Genuini perchè nascono dall'unione della passione dei contadini con la ricchezza della terra di montagna che ci circonda.
Clandestini perchè il contatto tra produttori e consumatori spaventa le grosse industrie.


-- SABATO 24 APRILE h.15.30

Fortaie (alias crepes) di uova felici e latte crudo alla spina accompagnate da marmellate di bosco Montebello (Alce Nero Cooperativa, Isola del Piano – PU) .

Sciroppo di ribes Azienda Mirtilla (Gaggio-TN)

...e per i più grandi..assaggi di vini biodinamici Cantina Pisoni (Pergolese-TN)


-- SABATO 22 MAGGIO h.15.30

Fiordalisi, calendule, timo ed erba cipollina: i tomini colorati di Marta (allevamento caprino – Dro TN)...e poi ricotte, caciotte e marmotte.

Durante la merenda assaggeremo i tomini colorati, le ricotte, caciotte, i gelati e quant'altro prodotti da Marta, allevatrice biologica di capre presso Dro (TN), che sarà presente per raccontare la storia della sua attività e per rispondere a tutte le curiosità.

Sciroppo di lamponi Azienda Mirtilla (Gaggio-TN)

...e per i più grandi..assaggi di vini biodinamici di Silvano (Pressano-TN)


-- SABATO 12 GIUGNO h.15.30

Estate in insalata fresca di farro Montebello (Alce Nero Cooperativa, Isola del Piano – PU) con sorprendenti verdure ortaggi di stagione

Speack e lucaniche dell'azienda Dallapiazza (Garniga-TN)

Sciroppo di mirtilli Azienda Mirtilla (Gaggio-TN)

...eper i più grandi..assaggi di vini biodinamici Cantina Vilar Consorzio I Dolomitici (Villa Lagarina-TN)


E per tutti i marmocchi gelato artigianale allo yogurt e ricotta assicurato!

Vi aspettiamo!

Gradita (e non poco) prenotazione al 347 0554454 o milotamanini@gmail.com

7.11.09

Pesanti sanzioni contro i 'ribelli del Bitto' che hanno sfidato la Dop

Un anno fa Ruralpini promuoveva una campagna a sostegno del Bitto 'storico' paventando la possibilità che esso potesse essere messo fuorilegge. E così è avvenuto

La burocrazia del gusto si affida alla repressione: pesanti sanzioni contro i 'ribelli del Bitto' che hanno sfidato la Dop

Può una Dop mettere fuorilegge la storia e la geografia? Può annullare i diritti collettivi e un patrimonio di una comunità di pratica radicata nella storia e nel territorio?

Il giorno 20 ottobre alcuni funzionari del MIPAAF si sono presentati al ‘Centro del Bitto’ per notificare alla società che opera la commercializzazione del Bitto ‘storico’ (la Bitto trading') due sanzioni per un massimo di 60.000 € motivate dal mancato assoggettamento ai controlli previsti per la produzione DOP e dalla usurpazione della denominazione protetta ‘Bitto’.

La prima considerazione da fare riguarda lo sfacciato tempismo dell’iniziativa (il 18 si era svolta a Morbegno la mostra del Bitto Dop, ‘ufficiale’ e si volevano evitare spiacevoli scandali), la seconda il carattere di vera e propria svolta che l’azione repressiva del Mipaaf imprime alla ‘guerra del Bitto’, il noto contenzioso, che si trascina da 15 anni, tra i produttori ‘storici’ - che operano nell’area di produzione tradizionale del formaggio Bitto - e il Consorzio di tutela (CTCB).

Il motivo è semplice: i produttori storici non accettano che il loro formaggio sia posto sullo stesso piano di una versione ‘semplificata’ che, per diversi aspetti, contraddice un procedimento di lavorazione costante nel tempo e che ha i suoi caposaldi nella qualità del latte di bovine alimentate con un sistema razionale di pascolo turnato (senza somministrazione di mangimi), nell' immediata lavorazione del latte a caldo, nell’aggiunta del latte di capra, nella lentezza e accuratezza della lavorazione (che richiede sino a 4 ore).


[ continua...]

22.9.09

Agricoltura in crisi?

L'Assessore Mellarini sostiene che, anche in Trentino, l'agricoltura sia in crisi. Ma davvero TUTTA l'agricoltura è in crisi? Secondo me no. Infatti, coloro che non si sono voluti conformare alle logiche industriali ora stanno bene e crescono.
Finché i grossi consorzi come Melinda, S.Orsola e Fiavè avranno paura che il biologico metta in discussione il resto della loro produzione saremo sempre in crisi.
Chi ha cercato l'indipendenza dall'agro-industria provando la strada della vendita diretta con i mercati contadini ed attraverso i GAS (Gruppi d'Acquisto Solidali) di certo non è in crisi ed anzi, oltre a custodire il territorio in maniera ottimale favorendo pure il turismo, riesce anche a guadagnare.
Scrivo questo non di certo per attaccare la Cooperazione Trentina, in cui comunque credo e che come Centro sociale Bruno abbiamo più volte incontrato anche nel nostro spazio sociale, ma più che altro per far riflettere sulla piega che la pratica agricola ha preso nella nostra provincia.
Finché nell'Istituto di S. Michele l'unico indirizzo effettivo (a parte quello enologico) rimarrà appunto quello per perito agro-industriale, e continuerà a non esistere un indirizzo per diventare tecnico biologico, è chiaro che grossi cambiamenti non ci saranno.
Finché ci verrà fatto credere che "biologico" è sinonimo di opposizione al progresso ed alla "chimica" si alzerà sempre un muro contro muro che impedisce una discussione costruttiva.
Si aggiunga la dichiarata volontà del nuovo presidente della Fondazione Mach di sperimentare nella nostra provincia forme di OGM. Ma è veramente questo ciò di cui abbiamo bisogno? Non sarebbe meglio incentivare la ricerca su pratiche non nocive che invece tutelano la salute dei contadini, dei cittadini e dell'ambiente in generale?
Quando in agricoltura ci sarà più passione e meno marketing, probabilmente ci saranno anche più giovani disposti a sporcarsi le mani di terra per ottenere dall'energia solare (e non dal petrolio da cui derivano molti concimi e pesticidi!) il nostro nutrimento.

Milo Tamanini
referente G.A.S. Centro Sociale Bruno

21.9.09

Il pro OGM Salamini nuovo presidente della Fondazione Mach

da www.ruralpini.it/Inforegioni13.09.09.htm


Il luminare delle biotecnologie applicate all'agricoltura, decisamente schierato pro OGM, è stato nominato presidente della Fondazione Mach, 'cervello' dell'agricoltura trentina

Salamini, espressione di un'agroideologia agli antipodi dalla realtà della montagna, e ostile alle produzioni tipiche, diventa presidente dell'ex-Istituto Agrario di San Michele

L'iniziativa del presidente della PAT, Lorenzo Dellai, è la chiara espressione di una visione tecnocratica che, in agricoltura, si esprime con l'appoggio ai comparti 'forti' e, in particolare, al programma commerciale di una Melinda 'globale' proiettata alla conquista dei mercati 'emergenti' di mezzo pianeta. In questo disegno i comparti come la zootecnia, essenziali per la cura del territorio, vengono abbandonati alla loro crisi, salvo attivare degli 'ammortizzatori' (puntellando il sistema del 'Polo latte') e lanciare pelose campagne mediatiche che si appellano al consumatore trentino (scaricando sulla sua scarsa sensibilità la chiusura delle stalle). E a San Michele, in quest'ottica, si deve puntare a sostenere, con la ricerca genomica sul melo, la proiezione globale di Melinda....

Il grande scienziato compensa l'irraggiungibile miraggio universitario

Il rafforzamento dell'eccellenza di San Michele, quale centro di rilevanza mondiale per la ricerca genetica sul melo, compensa, tra l'altro, la frustrazione delle aspirazioni universitarie della Fondazione Mach. Esse - che avevano nel governo Prodi una sponda sicura - sono state congelate dal ritorno al governo centrale del centro-destra (oltre che da un clima di maggior austerità che non giova certo alla proliferazione di nuove sedi universitarie). In qualche modo bisognava rifarsi della delusione e, al di là del contentino del dottorato (subordinato all'Università di Trento), la mossa dell'arrivo al timone della Fondazione del grande luminare servirà a dare impulso ai filoni prestigiosi di ricerca su cui a Fondazione sta già puntando e a ridarle nuovo smalto. Ma al di là del prestigio che lo scienziato porta alla Fondazione quali implicazioni avrà la presenza di un presidente sostenitore degli OGM? Quale rapporto si determinerà tra la Fondazione e la realtà agricola trentina? Le posizioni di Salamini sugli OGM sono ben note e Ugo Rossi, l'assessore provinciale alla sanità, dopo averne votata la nomina ha dichiarato di 'non conoscere questo aspetto' non facendo certo una bella figura.

Ci pare utile, a questo punto, considerata la scarsa informazione in materia di alcuni degli stessi personaggi che lo hanno nominato, chiarire quale sia la visione dell'agricoltura di Salamini, una visione che non si esaurisce in una posizione favorevole agli OGM ma implica anche altri aspetti di una filosofia in sé sin troppo coerente. Ma che dovrebbe lasciare quantomeno perplessi i responsabili dell'agricoltura trentina (a partire da Tiziano Mellarini - assessore provinciale all'agricoltura - e da Gabriele Calliari - presidente della Coldiretti e vice-presidente della stessa Fondazione Mach).

La filosofia di Salamini

Il modo con cui Salamini risponde alle obiezioni contro la diffusione delle coltivazioni di piante GM è di per sé illuminante: 'Le novità si provano in modo empirico, gli organismi geneticamente modificati (Ogm) andrebbero almeno provati' (dibattito riportato dal Sole 24 Ore del 17.7.2003). Si prova qualcosa potenzialmente dannoso solo perché 'è una novità!'? E' questo lo spirito 'galileiano'? Nello stesso dibattito, a Marcello Buiatti, presidente del Centro interdipartimentale di biotecnologie e professore di genetica all'Università di Firenze, che sosteneva sulla base di studi scientifici che gli Ogm non si adattano alla struttura dell'agricoltura italiana cui conviene puntare sulla qualità, Salamini ribatteva: 'Lo dica agli agricoltori padani che producono 100 milioni di quintali all'anno di mais se conviene puntare sulla qualità'. Ecco un nuovo dogma: se la quantità è tanta non ha senso parlare di qualità. Ma se gli Ogm sono una scelta strategica di lungo periodo, come si fa a ipotecare il futuro? Come cambieranno le strutture dei mercati dei prodotti zootecnici nei quali si trasforma l'enorme quantità di mais padano? I viticoltori pugliesi di venti-trent'anni fa avrebbero risposto nello stesso modo a chi parlava di qualità. Ma erano tempi preistorici rispetto ad oggi; basta pensare alla qualità raggiunta da alcuni produttori di Salice salentino o di Nero di Troia, delle bettoline cariche di vino pugliese da taglio respinte dalle jaquerie dei vignerons provenzali, di cui non si ricorda più nessuno. Gli scienziati non possono ignorare che la scelta Ogm è di quelle che vincolano il sistema agricolo in profondità.

I prodotti tipici? roba superata

Il pensiero di Salamini sulla quantità ci è chiaro. Aggiungiamo che Salamini coltiva una visione della sua Padania (è originario del basso lodigiano) come di un ambito agroecologico vocato all'agricoltura intensiva (di quantità, appunto), un misticismo della quantità (nel suo genere). Ma andiamo oltre. In una intervista al Corriere della Sera dell’11.11.2003 dichiarava: 'Non si può fermare il progresso. Non è giusto. Penso che la moratoria dell'Italia agli Ogm sia un freno allo sviluppo scientifico. Il ministro Alemanno la propone invocando la difesa dei prodotti tipici, ma non mi sembra giusto. I prodotti tipici così come la moda, le ferie e le città d'arte rappresentano il passato dell'Italia. Non ci si può basare sul passato per costruire il futuro'. E aveva difeso gli Ogm come utili per affrontare il problema della fame nel mondo: 'Penso che se viene prodotto un chilo di pane esiste semplicemente un chilo di pane in più nel mondo. E che un bambino dell'Africa non si domanda da dove viene: lo mangia e basta'.

Ma quanto dogmatismo! Di qui il progresso, di là l'oscurantismo, di qua il passato e di là il futuro. Quanto alla sensibilità sociale il nostro afferma il principio che l'affamato ha bisogno di pane, che 'il pane e pane' e che non bisogna guardare troppo per il sottile.

Proteine e calorie

Questa idea del cibo che sfama e sul quale non è necessario, o forse opportuno, farsi troppe domande, Salamini non la limita agli affamati del quarto mondo. Illuminante questa tirata: 'Bertinotti tira i sassi ai McDonald’s, ma se va a vedere dentro ci sono i suoi elettori che con 5 € possono trovare quelle proteine e quelle calorie di cui hanno bisogno' (intervista di Matilde Rossi Ercolani del 09.12.2004 link). Capito? Le 'classi subalterne' hanno bisogno di 'proteine e calorie'. Immaginiamo cosa pensa Salamini di tipi come Carlin Petrini che 'istigano' le masse con quelle idee strampalate circa il diritto di tutti (nel primo come nel quarto mondo) ad un cibo buono e pulito. Il cibo per Salamini deve nutrire gli esseri umani come una macchina ha bisogno di gasolio. I prodotti tipici, la qualità? Roba superata.

Una visione salvifica

Salamini non si limita a controbattere alle obiezioni contro gli Ogm ma si abbandona spesso nelle sue interviste a vere e proprie lodi agli Ogm visti come la panacea di ogni male. Quantomeno ad uno scienziato si richiederebbe un po' di misura, macché.

Leggete cosa risponde in una intervista al Corriere del Trentino del 16 marzo 2008: 'Gli Ogm Non fanno assolutamente male. Nel mondo ci sono 120 milioni di ettari coltivati con Ogm'. Come dire: l'esperimento in corpore vili sull'uomo lo stiamo già facendo (cioè loro, gli scienziati pro Ogm). A cosa servono tante precauzioni, tanto gli americani hanno già fatto da cavia: 'Gli americani sono 280 milioni di persone e li mangiano tutti i giorni da dieci anni senza conseguenze' (intervista al Messaggero di S. Antonio - link).

Non solo gli Ogm fanno bene (o quantomeno non fanno male) alla salute ma fanno benone all'ambiente. Su questo Salamini non è sfiorato neppure dal dubbio: 'In India più di 7 milioni di piccolissimi agricoltori e 4 milioni in Cina coltivano il cotone che resiste agli insetti. Le possibilità di fare una pianta che richiede meno cura, perché si adatta meglio all’ambiente, che resiste meglio agli insetti, alle malattie fungine o batteriche, e che non impone all’uomo un continuo intervento chimico con antiparassitari e anticrittogamici, dovrebbe essere componente di una visione di agricoltura che interferisce meno con gli ecosistemi naturali. Pensi a quanti trattamenti si fanno per la vite: oggi, con la conoscenza del suo genoma, abbiamo la convinzione che si potrebbe rendere la vite immune alle malattie' (intervista al Corriere del Trentino del 16 marzo 2008). Molto ci sarebbe da dire su quei coltivatori di cotone indiani che, se le cose stessero come dice Salamini, non sarebbero falliti (per non parlare di quelli che si sarebbero suicidati) a seguito dei debiti contratti per acquistare i più costosi mezzi tecnici necessari a seguito dell'introduzione del cotone bt.

Quello che colpisce è che Salamini è anche convinto (o così vuol far credere) che conoscendo il genoma della vite (e intervenendo con le opportune modifiche correttive) non esisteranno più malattie. Ma se fosse così creiamo subito la vite Ogm, la Melinda Ogm e, perché no, l'uomo Ogm.

Cosa c'entra Salamini con l'agricoltura trentina?

Torniamo alla Fondazione Mach. Un Salamini che già nel 2003, intervistato dall'Adige, dichiarava a proposito delle linee di ricerca dell'Istituto Agrario di San Michele: 'Non bisogna tralasciare gli Ogm'. Un Salamini che pensa che la ricerca genetica e la biotecnologia applicata possono creare una vite totalmente immune da malattie, cosa andrà a fare a San Michele? Quale 'rapporto con la realtà trentina' si svilupperà? La domanda va girata ancora una volta a trentini come Mellarini e Calliari. Insistiamo: cosa c'entra con il Trentino - al di là del bisogno di lustro per la Fondazione- un Salamini che incarna la filosofia della quantità, del cibo come fabbisogno energetico e proteico, che considera gli Ogm la promessa di salvezza per le sorti magnifiche e progressive dell'umanità? Sono visioni che nella loro dogmaticità non vanno bene neppure nella sua Padania, figuriamoci nel cuore delle Alpi.

17.4.09

La difesa dei beni comuni contro la crisi globale

Si tiene in provincia di Treviso, dal 18 al 20 aprile 2009 il summit del G8 dei Ministri dell’agricoltura.
In contrapposizione al vertice, l’appuntamento del Festival-incontro “Questa terra è la nostra terra” promosso da un ricco cartello di associazioni di base espressione delle tante esperienze per la sovranità alimentare, contro gli OGM, per la qualità dell’ambiente e del cibo, per la difesa, l’uso sostenibile e la democrazia delle risorse naturali, può rappresentare l’occasione per far pesare teorie e pratiche improntate ad un rapporto diverso con la terra, l’ambiente e le risorse.
La questione agricola è un nodo fondamentale delle politiche ambientali, sociali ed economiche di questo pianeta, tanto più oggi a fronte della crisi profonda del sistema globale. Una questione cardine perché tocca la sostenibilità e l’uso delle risorse vitali per l’esistenza, perché riguarda i conflitti militari che attorno al controllo delle risorse si generano – pensiamo all’acqua e alle fonti energetiche – perché riguarda ciò che mangiamo e la possibilità o meno di costruire attraverso la sovranità alimentare, le tecniche di produzione e il sistema di consumo consapevole, un diverso sistema di vita, di relazioni, di produzioni, consumi e sviluppo.
Il nodo della ricerca applicata alle produzioni agricole è, in questo contesto, fondamentale. Qui, rispetto alla critica alle finalità e agli obiettivi della ricerca ufficiale e nella costruzione di obiettivi e finalità completamente ribaltati rispetto all’attuale sistema della ricerca, si gioca, ad esempio, molta parte della battaglia contro gli OGM e la loro diffusione, l’alternativa alla produzione chimica delle sementi, dei mangimi, dei pesticidi, il no ai sistemi intensivi di sfruttamento dei suoli e degli allevamenti. Spostare l’asse della ricerca verso le tecniche naturali, la salvaguardia delle specie vegetali autoctone e il loro ripopolamento, la valorizzazione dei suoli, preservandone la ricchezza e la rigenerazione ciclica ecc. diventa un obiettivo fondamentale per poter immettere cambiamenti sistemici sostanziali. Per dare contenuto e sostanza alle rivendicazioni di sovranità alimentare, di democrazie delle risorse naturali, di consumo critico e consapevole.
La crisi globale non lascerà nulla come prima ma proprio questa certezza può dare forza ad un cambiamento profondo del sistema stesso, partendo da questi nodi legati alla terra, alla produzione agricola, alle risorse naturali, ad un diverso rapporto, un tempo si diceva sostenibile, con terra, ambiente e risorse.
Nella società civile, sia nel nord che nel sud del mondo, pur con modalità e caratteristiche diverse, si sono sviluppare molte esperienze che vanno in questo senso e che tra loro possono dialettizzarsi, fare massa critica, per dimostrare che “un altro mondo è possibile”. Lo sviluppo dei GAS, la creazione di cicli corti di produzione e vendita, la riconversione di molte aziende agricole e di allevamento/trasformazione verso tecniche più naturali, biologiche e non, la nascita di reti solidali ed etiche di produzione e vendita, esperienze in piccola scala di trasformazione energetica dei prodotti vegetali, il diffondersi del circuito di slow food e la sempre maggiore valorizzazione dei prodotti tipici, l’attenzione sempre più forte rivolta non solo dai singoli produttori agricoli ma, anche, dalle organizzazioni di categoria verso queste realtà e opportunità, sono il corpo su cui può far leva la critica nei nostri territori al sistema globalizzato di sfruttamento dei suoli e delle risorse, quello che guarda al rilancio agricolo come semplice volano di ripresa di un sistema, oggi in profonda crisi, senza criticarne gli assunti.
La stessa faccia di questa critica sono le esperienze “campesine” nel sud del mondo, le produzioni che arrivano a noi attraverso il circuito del commercio equosolidale, le esperienze frutto del microcredito e della solidarietà internazionale, i tanti conflitti locali per la difesa delle risorse naturali.
Questo insieme di esperienze possono/devono trovare proprio in appuntamenti come questo del Festival-Incontro “Questa terra è la nostra terra”, di critica dal basso ai vertici internazionali e, allo stesso tempo, di confronto tra realtà operanti nei territori, obiettivi comuni, luoghi e strumenti per far pesare la ricchezza diffusa insita in queste, tante, esperienze. Per incidere contro le scelte devastanti di sfruttamento delle risorse, di piegamento della natura alla logiche del profitto e del mercato e per contrapporre proposte concrete, realtà operanti di segno diametralmente opposto. L’occasione del contro vertice di Treviso può essere una tappa importante di questo percorso. Anche un’occasione per un confronto tra chi, pur operando in un orizzonte comune, poco ha sinora comunicato insieme.
Un’occasione per partire da noi, adesso, da questo territorio, il Veneto con una critica serrata alle politiche agricole, alle mistificazioni messe in campo in questo ultimo periodo, ad esempio, dal nuovo Ministro dell’agricoltura, che si richiama al ciclo corto di produzione e vendita, alla risoluzione della questione quote latte, all’attenzione al rapporto produzione agricola e territorio ma che, nel concreto, agisce favorendo lobby, solidificando clientele (in particolare elettorali come nel recente caso del decreto quote latte), senza uno straccio di azione concreta – anzi in molti casi contrastando – in favore di una diversa economia agricola e zootecnica.
Un comportamento mistificatore e ambiguo che trova piena realizzazione anche nella scelta nucleare sposata dal Governo Berlusconi e subito ripresa e rilanciata dal Presidente del Veneto Galan con la disponibilità di questa regione per siti deputati alla nascita di centrali nucleari. Scelta che inciderà complessivamente sul futuro del nostro Paese così come nelle politiche agricole, nel rapporto tra territorio e beni comuni, risorse naturali e produzione alimentare così come segnerà in negativo la dipendenza dei territori ad una economia dettata dalla produzione nucleare. E che, quindi, rappresenta per quanti si accingono a partecipare all’appuntamento del contro vertice un ulteriore nodo fondamentale da sciogliere, una scelta netta di contrasto a questa ipotesi che si affianca a quanto sinora detto.
La scelta nucleare nel nostro Paese, dove 20 milioni di cittadini nel 1987 votarono per chiudere le centrali e uscire dalla dipendenza da questa fonte di energia, viene oggi spacciata come la risposta migliore al global warming e, allo stesso tempo, alla dipendenza energetica da fonti non presenti nel nostro territorio. Per ottenere questo obiettivo il Governo pensa ad un piano di nuove centrali nucleari di terza generazione – di fatto con la stessa vecchia tecnologia di quelle alle quali il nostro Paese disse no alla fine degli anni ’80, con gli stessi problemi di efficienza e gli stessi rischi sulla sicurezza – che si continuano a costruire (sempre meno e sempre in meno Paesi) solo in alcuni stati europei anche oggi.
Tutto questo nonostante i dati delle agenzie internazionali indichino come costosa, rischiosa e inadeguata la scelta nucleare come risposta energetica del prossimo futuro; nonostante sia chiara la tendenza, sia negli Stati Uniti come in Europa, verso altre fonti energetiche, in particolare quelle da energia rinnovabile, solare ed eolica in primo luogo. L’AIEA, Agenzia internazionale per l’energia atomica, partendo dalla constatazione degli ingenti costi e della scarsa competitività dell’energia nucleare rispetto alle altre fonti energetiche, ne prevede una riduzione del peso nella produzione elettrica dei prossimi anni a livello mondiale, al punto di indicare nel rapporto pubblicato nel 2007 un calo nei prossimi decenni dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030. Declino dovuto ai costi eccessivi: negli Stati Uniti dove i produttori di energia elettrica sono privati, infatti, non si costruisce una centrale nucleare dalla fine degli anni ’70 e dove la gara per nuove centrali, indetta dall’ex presidente Bush, è andata deserta fino a quando l’amministrazione non ha introdotto, come per la produzione eolica, un incentivo di 1,8 centesimi di dollaro a chilowattora.
Nell’Unione Europea la situazione è analoga, con una tendenza all’uscita dal nucleare, salvo alcune situazione, come ad esempio la Finlandia, che presentano però problemi simili a quelli verificatisi negli Stati Uniti: un ritardo di 2 anni nella costruzione della centrale voluta dal governo finlandese con extracosti per 1,5 miliardi di euro e con la Siemens, fornitrice della tecnologia, che nel 2008 ha perso in Borsa un terzo del suo valore. Anche dal punto di vista capitalistico, quindi, a fronte del procedere della liberalizzazione del mercato energetico, proprio questa scelta pesa in negativo sulla decantata rinascita del nucleare.
In pratica il basso costo del kWt da nucleare verrebbe garantito esclusivamente dall’intervento dello Stato e dal considerare – con scelta politica – “esterni” i costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e lo smantellamento delle centrali. A fronte di queste problematiche l’Italia per rilanciare il nucleare come pezzo consistente della produzione energetica nazionale dovrebbe costruire da zero tutta la filiera con investimenti altissimi: 10 centrali nucleari almeno per un totale di 10 – 15.000 MW di potenza installata e tra i 30 e 50 miliardi di euro di investimenti, per lo più pubblici, e poi impianti di produzione del combustibile, del deposito per lo smantellamento delle scorie. Il tutto, ottimisticamente, in funzione solo nel 2020.
Senza contare che il problema delle scorie rimane uno dei nodi irrisolti, pericolosi per l’ambiente e le popolazioni: le circa 250.000 tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte sino ad oggi nel mondo sono ancora in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivo. L’Italia conta secondo l’inventario dell’APAT circa 25.000 mila mc di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato – pari al 99% della radioattività presente nel nostro territorio – a cui vanno sommati circa 1500 m3 di rifiuti prodotti annualmente dal ricerca, medicina e industria e circa 80-90.000 m3 di rifiuti derivanti dallo smantellamento delle 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile: una montagna di rifiuti che, sempre il Governo Berlusconi, cercò di stoccare a Scanzano in Basilicata, stoppato dalla mobilitazione popolare. Così come un problema rimane l’approvvigionamento di uranio i cui costi di estrazione sono altissimi per una disponibilità prevista solo per altri 40-50 anni.
Pur dovendo partire, quindi, da zero, con investimenti mastodontici in un contesto di crisi finanziaria ed economica di proporzioni sinora mai viste nel nuovo sistema della globalizzazione, il nostro Governo, di concerto con i due monopolisti nazionali, Enel e Edison, ben disposti al “gioco” con i soldi pubblici, vuole imporre questa scelta anche attraverso provvedimenti da legislazione speciale, simili per filosofia decisionista al varo della Legge Obiettivo. Quella di uno scenario nucleare affidato e voluto dai grandi gruppi elettrici per incamerare altri profitti a rischio di investimento ridotto ma capace anche di fermare un modello alternativo di generazione distribuita più efficiente e incentrata sulle rinnovabili, con la nascita di centinaia di nuove piccole e medie aziende. Una “rivoluzione dal basso” potremmo dire che, in Germania e Spagna, che da tempo hanno imboccato questa strada a discapito del nucleare, ha prodotto anche centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma che lede interessi e sistemi di potere e controllo. Il ritardo rispetto agli obblighi presi a Kyoto nel 1997 e nei successivi vertici ambientali non può essere certo colmato da questa opzione che è, invece, tutta interna alla riproposizione di un modello di controllo e di profitto del sistema oggi in crisi globale finanziaria ed economica.
La battaglia per la difesa delle risorse naturali, dei beni comuni, per un modello diverso di produzione e consumo alimentare ma, anche, di relazioni e legami sociali tra comunità che rappresenta la critica concreta e praticabile al modello di politiche agricole della globalizzazione neoliberista sino ad oggi dominante, si lega necessariamente, quindi, con la battaglia contro il nucleare e quel modello di produzione energetica improntato sui monopoli sulle fonti energetiche fossili (petrolio e gas) e di produzione, costituito da grandi impianti energivori, grandi reti di distribuzione, mistificazione sulle fonti rinnovabili come il ciclo dell’incenerimento e produzione di calore ed energia dai rifiuti o quello, recente, della produzione di energia da impianti su grandi dimensioni e grandi scale di rifornimento da biomasse vegetali.
Per rivolgersi, in alternativa a questa prospettiva, alle fonti rinnovabili da energia pulita, con reti diffuse e distribuite sul territorio, promuovendo esperienze sostenibili di recupero e riuso dei materiali con rendimenti anche energetici: un contesto che rappresenta sia una opzione di mercato a cui si rivolgono gli esecutivi nazionali più attenti ma, soprattutto, le comunità locali, le esperienze e reti di base ed altro ancora che rappresentano la ricchezza per uno scardinamento possibile dell’attuale modello a favore di un nuovo sistema di relazioni, di economia e di sviluppo.
Nell’appuntamento del Festival-Incontro “Questa terra è la nostra terra” proviamo a discutere di queste possibilità, di come metterle in relazione, di come dare forza alla ricchezza potenziale di queste esperienze.
Ma anche come costruire un movimento di opposizione alla scelta nucleare e alle politiche di sfruttamento delle risorse naturali, di impoverimento dei suoli, di industrializzazione dei gusti e degli alimenti. Azioni concrete, iniziative forti, attraverso anche campagne di opinione, consultazioni e referendum, ad esempio, dove necessario.

Vedi anche:
Lo speciale sul Festival/Incontro "Questa terra è la nostra terra"

Link
questaterralanostraterra.blogspot.com

12.4.09

Programma del Festival "Questa terra è la nostra terra"

Montebelluna (Tv) - Festival "Questa terra è la nostra terra" dal 15 al 19 aprile

[ Vai al blog del festival Questa Terra è la nostra Terra ]

- Mercoledì 15 aprile, Montebelluna (TV) - PalaMazzalovo
Ore 21.00
“Par Vardar” Recital di Marco Paolini
Ingresso 12 euro

- Giovedì 16 aprile, Treviso - Piazzetta Indipendenza
Contro l’arroganza delle transnazionali
Ore 18.30
Mauro Millan dalla Patagonia racconta "l’invasione" di Benetton
Saranno presenti:
Oscar Olivera – Bolivia, Subramaniam Kannaiyan – India, Francinaldo Correia - Brasile

- Venerdì 17 aprile, Montebelluna (TV) - Quilombo - Area Sansovino - PalaMazzalovo
Il futuro appartiene a noi, Giornata Mondiale di via Campesina

Ore 19.00
Aperitivo e stand locali

Ore 21.00
Crisi climatica, crisi energetica, crisi economica.
Quali alternative per un diverso modello di sviluppo
Ne discutiamo con:
Oscar Olivera, Portavoce della Coordinadora de defensa del Agua y la Vida - Cochabamba (Bolivia)
Giuseppe Caccia, Uninomade Nord Est
Paolo Cacciari, Giornalista di Carta
Guido Viale, Scrittore ed economista ambientale
Alberto Zoratti, Cooperativa Fair di Genova

- Sabato 18 aprile, Montebelluna (TV) - Quilombo - Area Sansovino - PalaMazzalovo
Questa terra è la nostra terra

Dalle ore 15.00
Mercato – Mostra – Esposizione
Produttori locali, biologici, associazioni, comitati

Ore 16.00
Crisi alimentare, crisi ambientale. I movimenti in resistenza per la difesa della terra e dei beni comuni Vilma Mazza - Associazione Ya Basta e un’esponente di Rete Radiè Resch ne discutono con:
Mauro Millan – Patagonia, Portavoce Popolo Mapuche
Subramaniam Kannaiyan – India, Associazione dei contadini del Tamil Nadu
Francinaldo Correia - Brasile, Movimento Sem Terra

Ore 20.00
Proiezione del Video “La Degna Rabbia”
Immagini, interviste realizzate in Messico e Chiapas al Primo Festival Mondiale della Rabbia Degna promosso dagli zapatisti in dic/gen ’09

Ore 21.30
Tolo Marton in Concerto

- Domenica 19 aprile, Montebelluna (TV) - Quilombo - Area Sansovino - PalaMazzalovo
I nostri territori: un bene comune

Dalle ore 10.00
Mercato – Mostra – Esposizione
Produttori locali, biologici, associazioni, comitati

Ore 10.00
Nell’epoca della crisi globale.
Gli scenari del mondo agricolo. Quale futuro per produttori e consumatori.

Incontro con:
Roberto Pinton, Assobio
Emanuela Ussia, Presidente Aiab Veneto
Denis Susanna, Presidente provinciale Cia
Modera Cristiano Gasparetto - Italia Nostra
Sono state invitate le associazioni di categoria

Ore 12.00
OGM: una minaccia per la salute e le tradizioni agroalimentari. Alternative biologiche e locali per lo sviluppo rurale.
Coordina Federico Fazzuoli
Con Giuseppe Altieri, Giuseppe Nacci, Enrico Lucconi, Pietro Perrino
Testimonianze internazionali

Ore 16.00
Riflessioni sul nucleare: una minaccia da sventare
Con Gianni Tamino e Gianfranco Bettin
A seguire
Assemblea – incontro dei comitati, reti, associazioni ambientali e in difesa dei beni comuni del Nord Est

Ore 21.00
Spettacolo Reading teatrale con Mirko Artuso

7.4.09

Crisi, contro l'emergenza a tutto GAS

di Carmela Giudice, da Ansa.it del 5.04.09

Per difendersi dalla crisi, molti consumatori si rifugiano nei gas (gruppi di acquisto solidale), un fenomeno nato, in Italia, negli anni Novanta, che negli ultimi sei mesi ha però avuto un fortissimo incremento. "Da settembre la crescita è stata esponenziale - spiega Alessia Schiaffini di Gastelli, il gruppo dei Castelli Romani -. Sempre più persone si accostano ai gas perché il potere d'acquisto è diminuito: si cerca una forma di economia diversa".
Ad oggi sono oltre 550 i gas in Italia, secondo il sito www.retegas.org; molti però non sono registrati, per cui si stima che il numero effettivo sia circa il doppio. Ad ogni gruppo d'acquisto partecipano in media 25 famiglie: sono quindi circa centomila le persone coinvolte per una spesa di 2.000 euro l'anno a famiglia. Ogni componente del gruppo è responsabile di un prodotto. "Io mi occupo dell'acquisto della carne - racconta Loredana Bucciarelli (Gastelli) -. Ricevo gli ordini via mail, li trasmetto al nostro produttore locale, il giorno della riunione mensile prendo la merce e la consegno agli altri".
I risparmi maggiori si registrano sui prodotti alimentari: frutta, verdura, legumi e cereali, sui quali si possono ottenere sconti tra il 20 e il 50% rispetto al prezzo di mercato, con la certezza di avere un prodotto di qualità. "Di recente abbiamo anche un produttore di abbigliamento - spiega Riccardo Biagi (Gastelli) -. E' di Varese, ci fa uno sconto del 35% rispetto a quanto pagheremmo in negozi o supermercati". L'ultima tendenza dei gas è l'acquisto di energia: i gruppi comprano collettivamente pannelli fotovoltaici o ottengono contratti particolarmente vantaggiosi dai gestori di energia elettrica. "I consumatori hanno capito che devono avere un ruolo più attivo - dice Alessia Schiaffini -. Questo richiede un maggior impegno personale, rispetto a quello che serve per buttare merce nel carrello di un supermarket, ma consente di risparmiare soldi e, soprattutto, di supportare un'economia alternativa".
I gas sono infatti nati con l'obiettivo di comprare cibo più naturale, biologico, direttamente dal produttore, senza intermediari. I gruppi d'acquisto si rivolgono ad artigiani e commercianti locali, riuscendo in questo modo a sostenere le piccole imprese del territorio e, nello stesso tempo, impegnandosi a far diminuire gli spostamenti delle merci, con un consequenziale minor impatto sull'ambiente. Ma i "gasisti", come loro stessi si definiscono, non si fermano alla spesa.
Molto spesso scelgono anche di farsi pane, pasta, yogurt, detersivi e saponi da soli a casa, ottenendo un ulteriore risparmio e riducendo ancora di più l'inquinamento.

5.4.09

Festival-incontro " Questa Terra è la nostra Terra!"

Officina Ambiente aderisce al festival-incontro "Questa Terra è la nostra Terra!", il contro G8 sull'agricoltura di Treviso

Dal 18 al 20 aprile 2009 si terrà in provincia di Treviso il summit del G8 dei ministri dell’Agricoltura in cui verranno definite le politiche mondiali in tema di agricoltura.
Crediamo che questa sia un’occasione importante per dare voce alle esperienze di tutt* coloro che, nel nostro territorio e nel mondo, lottano per la sovranità alimentare, contro gli OGM, per la qualità dell’ambiente e del cibo, per la difesa, l’uso sostenibile e la democrazia delle risorse naturali, in una parola, per la nostra terra.
Viviamo oggi la crisi profonda di un sistema globale, basato su sfruttamento, distruzione ambientale, saccheggio delle risorse, povertà, che ha dimostrato i suoi profondi limiti ed è per questo che pensiamo ci sia la necessità di intraprendere un nuovo cammino che ritrovi, nel rapporto con la terra e con l’ambiente, il senso di un’umanità degna.
Per questo proponiamo a tutte le realtà della società civile, agli agricoltori, ai comitati per l’ambiente, ai gruppi d’acquisto solidale, di dare vita al Festival-Incontro "Questa terra è la nostra terra" come momento di discussione, confronto e mobilitazione in Provincia di Treviso nei giorni di aprile del G8.Un occasione per valorizzare in comune i legami con la terra, la civiltà contadina, la produzione agroalimentare tipica, libera dagli OGM, le mobilitazioni contro la devastazione ambientale, le alternative energetiche e la creatività dei nostri territori.Un momento di narrazione collettiva di un diverso rapporto con la terra, con l’ambiente e con le risorse.
A Trento, martedì 14 aprile, si terrà un appuntamento di avvicinamento al Festival organizzato dall'Associazione Ya Basta in collaborazione con l'Associazione Yaku: ospite dell'incontro sarà Oscar Olivera del Coordinamento in difesa dell'acqua e della vita di Cochabamba, Bolivia.
[ vedi il programma della serata ]


Vai al sito del festival "Questa Terra è la nostra Terra"

26.3.09

«La Credenza» degli acquisti bio e solidali

Il fenomeno tutto italiano dei gruppi d’acquisto solidale, ossia di persone che comprano insieme alimenti biologici direttamente dai produttori, sta crescendo anche in Trentino con La Credenza, un’associazione nata nel 1999 dall’incontro di alcune famiglie del perginese, e che oggi conta quasi quattrocento associati in tutta la Provincia. Questa realtà in crescita, nasce anche da scelte etiche, per favorire i piccoli produttori che garantiscono le biodiversità dell’ambiente, e quindi un’agricoltura alternativa a quella invasiva delle grosse aziende agroindustrali.
Promuovere un nuovo modo di fare acquisti attento e consapevole, è la missione della Credenza, gruppo di acquisto perginese con una portata provinciale, che compra prodotti biologici e promuove il rispetto dell’ambiente e della salute con una serie di iniziative. Domenica scorsa, ad esempio, Marco Adami, a nome della Credenza, ha partecipato al dibattito promosso al Centro sociale Bruno da Officina Ambiente a sostegno del comitato Diritto alla salute della Valle di Non, che ha denunciato l’abuso di pesticidi legati alla monocoltura intensiva delle mele.
Adami ha parlato del rischio del veleno nell’ambiente anche in Valsugana e Val dei Mocheni con la coltivazione ormai su scala industriale dei piccoli frutti. «Occorre essere sempre più consapevoli che l’acquisto di un prodotto anziché di un altro, causa delle scelte che incidono sull’ambiente e sulla salute delle persone - spiega Giorgio Perini, presidente della Credenza - noi abbiamo scelto una ventina di piccoli produttori biologici trentini, che fanno fatica a resistere per la concorrenza con le grosse aziende. In questo modo sosteniamo un sistema produttivo che attraverso la coltivazione biologica riduce l’impatto ecologico, e nello stesso tempo, ricostruiamo i rapporti tra produttori e utilizzatori, li chiamiamo così anziché consumatori, termine questo che dà l’idea di un atteggiamento volto a sfruttare le risorse».
La vostra è quindi una scelta etica? «Assolutamente sì: contro le multinazionali che hanno come unica finalità il profitto vogliamo tornare a controllare il sistema produttivo con un rapporto diretto con le singole aziende. E stiamo sempre più incidendo sulla realtà produttiva degli agricoltori perché con i nostri soci ormai possiamo garantire un mercato sicuro e per soddisfare le nostre esigenze molti sono incoraggiati a passare dalla coltivazione convenzionale a quella biologica certificata».
Qual è il vostro socio tipo? «Come età spazia dai venti agli ottanta anni, mentre ciò che accomuna un po’ tutti è un’elevata sensibilità verso l’ambiente e le persone, unita alla voglia di essere protagonisti attivi delle proprie scelte, senza subire passivamente quelle imposte da altri».

22.3.09

Dibattito sull'agricoltura e cena a sostegno della salute in Val di Non

Domenica 22 marzo ore 16.00
Centro sociale Bruno, via Dogana n.1 – Trento


Dibattito
Pericolo agroindustria:
le alternative dell’Altra Agricoltura al tempo della crisi


Interverranno:

Coordina Walter Nicoletti, giornalista ed esperto di agricoltura
- Virgilio Rossi, comitato diritto alla salute della Val di Non
- Roberto Cappelletti, Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai
- Alvaro Armanini, C.I.G.E. (Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori)
- Orfeo Petri, Officina Ambiente

Sono invitati a intervenire vari comitati locali

Una riflessione comune nei giorni della crisi globale che il sistema neoliberista sta attraversando. Una crisi nuova, ampiamente annunciata, ma che per caratteristiche proprie è al tempo stesso imprevedibile e che pone delle necessità di cambiamento e di trasformazione sociale in tutti i campi.
Una crisi che non risparmia l’agricoltura e il suo vecchio modo di essere concepita: un’agroindustria nociva al territorio, disattenta alla qualità del cibo, maggiormente attenta alla quantità che alla qualità e alla diversità; l’opposto di quella che in questo dibattito vogliamo raccontare e promuovere.
L’Altra Agricoltura trentina, quella sana, quella pulita, quella che porta la ricchezza dei suoi prodotti genuini e sani in città, quella che lascia sicure e felici le nostre valli.
Quell’Altra Agricoltura che non distrugge il territorio, che non vive di marchi sul quale fare solamente marketing.
Quell’Altra Agricoltura che crede ancora che il luogo in cui viviamo, il Trentino, la Terra stessa, deve essere conservato e protetto, e che non lascerà che sia rovinato per gli interessi di pochi agricoltori che si nascondono dietro un logo, sia esso Melinda, Trentino S.p.a, S.Orsola, piuttosto che Federazione delle Cooperative.
Un momento, inoltre, per condividere assieme le nuove lotte che i contadini di tutto il mondo stanno portando avanti al tempo della crisi della globalizzazione, una crisi che si traduce anche in crisi alimentare. Un momento per lanciare le iniziative contro il G8 Agricolo che si terranno dal 17 al 20 aprile a Cison di Valmarino, in provincia di Treviso.

Per quello che il futuro ci riserverà, non possiamo permetterci di farci trovare impreparati.

Ore 19.30
Cena biologica, a cura di Officina Ambiente

Sostieni il diritto alla salute in Val di Non.
Il ricavato sarà destinato al comitato della Val di Non per finanziare le ricerche sulla nocività dei pesticidi.

Per prenotarsi: 3289173733 // officinambientetn@gmail.com

Info:
Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai
Comitato per il diritto alla salute Val di Non
C.I.G.E.

10.3.09

Presentazione del Gruppo d'Acquisto Popolare

Quello all'interno del Centro Sociale Bruno di Trento più che un Gruppo d'Acquisto Solidale (G.A.S.) è un Gruppo d'Acquisto Popolare (in sigla G.A.P.).
Questo, non per togliere il valore che dà la solidarietà, ma soprattutto per caratterizzare il gruppo inserendolo nel contesto della città in cui regnano la frenesia e la sbornia da supermercato. Il tentativo è quello di nutrirsi a prezzi popolari di prodotti sani che provengono dallo scambio lavoro-raccolto con la nostra terra di montagna.

Trovando triste il cambiamento che l'agricoltura trentina ha subito negli ultimi 50 anni, noi cerchiamo di sostenere chi ha resistito e di incentivare coloro che hanno il coraggio di cambiare anche se questo significa perdere la sicurezza economica che può dare un consorzio non sensibile alle tematiche ambientali.
I principi che guidano l'esperienza , in continuo mutamento, sono:
- rispetto ambientale: un agroecosistema che si avvicini a quello naturale, prodotti di stagione, con imballaggi contenuti e riciclabili;
- territorialità: filiere corte con attenzione anche agli spostamenti per le lavorazione e gli imballaggi, riscoperta del territorio, della natura e dei contadini/produttori;
- dignità del lavoro, inammissibili le forme di caporalato o di sfruttamento in generale. Il contadino deve avere esperienza e non seguire ciecamente un disciplinare con norme talvolta incomprensibili;
- sostanza e non marchi: non ci interessa l'immagine o il logo del prodotto, diamo importanza alle caratteristiche organolettiche e alla genuinità;

Questi principi possono venire raccolti nel concetto di indipendenza alimentare, cioè un'alimentazione slegata dall'industria e dalle energie non naturali come il petrolio.

Per ulteriori informazioni e avere la lista con i prodotti disponibili potete contattare il referente del GAS/GAP Milo Tamanini: milotamanini@gmail.com

6.3.09

Mangiar bene e spendere poco, meno sprechi e spesa saggia

Fonte: Repubblica 05.03.09

In tempi di crisi ci sono misure semplici per poter risparmiare e continuare ad alimentarsi in modo sano e completo

di Carlo Petrini

Mangiare bene non costa caro. Se l’unica alternativa in tempi di crisi è andare al fast food o comprare i prodotti di bassissima gamma nei discount, significa che forse abbiamo problemi più gravi e radicati della crisi stessa. Cercare di rimediare alle difficoltà di bilancio mettendo nel proprio piatto - e in quello dei propri familiari - dei cibi non buoni, che alla lunga non fanno bene, e che sono parte integrante di quel sistema consumistico che, a ben vedere, è la causa principale dei nostri mali economici, non è la soluzione.

Anche perché altri modi di comportarsi ci sono, e a scanso di equivoci sgombriamo subito il campo dai prodotti di alta gamma, quelli che effettivamente sono un lusso. Pensiamo invece al cibo quotidiano: a una buona carne, a un buon pesce, a buone verdure. Il cibo di tutti i giorni, e pure il pasto occasionale fuori casa, può essere consumato a prezzi anche molto bassi senza rinunciare alla qualità e facendosi del bene, sia in termini di salute personale sia in termini di salute pubblica. Bisogna però lasciarsi alle spalle il pregiudizio che il cibo buono sia una cosa elitaria e soprattutto cercare di fare due operazioni: ricercare la qualità fuori dal sistema consumistico e riscoprire le buone pratiche domestiche e gastronomiche.

Per come si è strutturato, il sistema industriale alimentare butta via una quantità di cibo paragonabile a quella che produce. È il sistema dello spreco: in tutta la filiera non si fa altro che perdere delle occasioni per risparmiare, e non si creda che chi ci rimette sia poi l’industriale sprecone. Siamo noi ad accollarci tutti i costi: i danni all’ambiente, i costi della sanità e delle medicine per rimediare a diete sballate, a prodotti poco salutari, ricchi di sali, conservanti, aromi di sintesi, grassi "cattivi" che il nostro corpo fa fatica ad assimilare. Ci sono i costi di trasporti dissennati e inquinanti, i costi dei sussidi a un’agricoltura industriale che altrimenti sarebbe al collasso.

Paghiamo il fatto che vengano buttate via 4 mila tonnellate al giorno di cibo commestibile nella sola Italia: perché alimenti di più bassa qualità hanno una durata più breve, perché il sistema di distribuzione da questo punto di vista non è efficiente. Inoltre produciamo tonnellate di rifiuti con gli imballaggi: altri costi per la società, per noi. Mangiando un hamburger di bassa qualità a un euro crediamo di aver risparmiato, ma non è così. Il resto lo paghiamo con le tasse, e se quella dieta ci fa male lo pagheremo anche in medicine: il conto alla fine è salato, molto salato.

Uscire dal sistema significa cercare canali di distribuzione alternativi, che non generino tutto questo spreco e questi costi collettivi. È un vantaggio diretto anche sul prezzo: in ogni città ci sono mercati in cui si può comprare direttamente dai contadini a prezzi vantaggiosi, e con una qualità migliore. Sarebbe poi sufficiente rispettare la stagionalità dei prodotti. In stagione frutta e verdura costano meno. Sfido chiunque a dire che, per esempio, i cavoli sono cari. In un mercato della mia città, dove ancora ci sono i contadini, li ho trovati a 0,60 euro al chilo. Magari sono stato fortunato, ma chi cerca trova. Sono freschi, sono nutrienti e soprattutto a saperli cucinare c’è da sbizzarrirsi. Su un mio libro di cucine regionali ci sono trenta ricette con i cavoli, e in molti casi calcolando il prezzo a porzione si arriva a cifre irrisorie.

Per frutta e verdura, poi, si può anche evitare la fatica di andare al mercato: ci sono i Gas, i gruppi di acquisto solidale sempre più diffusi in tutta Italia, e anche cooperative di produttori che consegnano la merce direttamente a casa. Per restare nel mio Piemonte, la cooperativa "Agrifrutta da te" consegna ogni settimana per 10 euro una cassetta tra 6 e 7 kg di frutta e verdura di stagione coltivata localmente secondo i criteri dell’agricoltura integrata. Consegna a domicilio anche a Torino, ed è stato calcolato che la stessa identica spesa acquistata al mercatino rionale costa circa un euro in più, e dal fruttivendolo anche 3 euro in più al chilo.

Ma non si tratta solo di saper fare la spesa: con le buone pratiche domestiche e gastronomiche si potrebbe risparmiare. Ad esempio non c’è educazione sui tagli animali. La perdita di artigianalità nella macellazione, ormai ridotta a una catena di smontaggio in grande scala a colpi di seghe e seghetti, fa sì che una consistente parte della carne consumabile vada perduta. I tagli meno nobili non sono più richiesti perché si è persa la capacità e la voglia di cucinarli: il consumatore è malato di filetto. La Granda, un’associazione cuneese che opera da anni nell’allevamento sostenibile di bovini di razza piemontese, ha per esempio deciso di vendere tutto, ma proprio tutto, dei loro animali: per far sì che gli allevatori possano guadagnare il massimo, ma tutto ciò si traduce anche in un risparmio per noi. Mi dicono che buttano via soltanto le corna e gli zoccoli degli animali, impiegano anche il quarto anteriore (i muscoli del collo, della pancia, della spalla, dello sterno e il costato) e il cosiddetto "quinto quarto", ovvero testa, coda, organi interni addominali e toracici, sangue e zampe. Ne sono nati dei prodotti come un hamburger (1,15 euro l’uno), la galantina, un’anti-carne in scatola (fatta con guancia, zampe lingua e coda), delle monoporzioni di brodo, dei ragù e dei paté. Un quinto dei loro prodotti sono piatti pronti, tutti senza conservanti e con una materia prima di qualità eccellente, molto gustosa e, secondo una tesi di laurea in medicina dell’Università di Torino, anche dai valori nutrizionali migliori di una normale carne di bovino.

Se la carne migliore della Granda, un taglio pregiato di bovino femmina, costa effettivamente - e giustamente per com’è allevata - più di 20 euro al chilo, cioè di più della sua analoga prodotta con metodi poco sostenibili, per un taglio di polpa di bovino maschio, comprato direttamente dagli allevatori, macellato in modo che non si sprechi nulla, avendo un prodotto di qualità decisamente superiore e che si conserva più a lungo, si può arrivare intorno ai 10 euro. Sarà sufficiente saperlo cucinare, magari in umido o con una cottura lenta, per ovviare al fatto che la carne del maschio è meno tenera di quella della femmina. Se assumiamo che una porzione normale di carne sia di 80-100 grammi (in Italia si consumano mediamente 5 chili di carne alla settimana), il prezzo di quella porzione andrà dunque da uno a due euro a seconda della qualità che scegliamo. E stiamo parlando di bovini allevati con i guanti.

Lo stesso tipo di mancanza di educazione gastronomica si sente per i pesci: pensiamo a quelle specie che sono pescate e ributtate in mare perché non hanno mercato. Tutti vogliono l’orata e il branzino perché non hanno idea di dove iniziare a cucinare le altre specie, per esempio il pesce azzurro: buono, gustoso, salutare, ma leggermente più difficile da preparare. E il pesce azzurro costa veramente poco. Un’altra cosa di cui non siamo più capaci è la conservazione dei cibi: ricordo che in estate dalle mie parti, nei cortili, era tutto un ribollire di grandi pentoloni, in cui si preparavano le conserve. I pomodori erano colti in stagione, al meglio della loro maturazione, e i profumi che si sprigionavano, e che venivano chiusi nei barattoli per poi essere consumati d’inverno erano strepitosi. Oggi d’inverno vogliamo i pomodorini che arrivano da chissà dove, sono cari e poveri di gusto. Costerà tanto di più un vasetto di passata fatto in casa?

Tutte queste buone pratiche, queste accortezze e questo bagaglio di creatività popolare, sono state quasi abbandonate, ma si potrebbero tradurre in risparmio, in soldi veri. Se non siamo più disposti a cucinare, a cercare i prodotti buoni e vicini, coltivati appena fuori città e di stagione, che ci possono realmente costare meno, non possiamo poi lamentarci del fatto che il cibo è caro. E se proprio vogliamo concederci un pasto fuori, anche qui la tradizione italiana è molto generosa. Un panino con la milza a Palermo, un panino con il lampredotto a Firenze, un cartoccio di pescetti fritti a Genova si aggirano tutti sui due euro. Per poco di più si può mangiare una buona pizza a Napoli o un buon piatto di pasta nelle tante trattorie low cost che ci sono ancora nelle nostre città e nei nostri paesi.

Non è vero che mangiare bene costa caro: non sappiamo più come si fa. In sprezzo a una tradizione gastronomica, quella regionale italiana, che ha creato dei capolavori di ricette partendo dal poco che si aveva a disposizione in casa, e cioè da un unico grande assunto: la fame.