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14.6.10

«Veleni più vicini a casa con la nuova delibera»


Il Comitato: dai 50 ai 30 metri per irrorare

Con la delibera della giunta provinciale del 19 maggio, in 18 sui 32 Comuni interessati dalla coltivazione intensiva di mele della Valle di Non, potrà essere diminuita la fascia di distanza dalle case abitate oltre la quale non è possibile attualmente usare gli atomizzatori. Dai 50-60 metri si passerà a 30. Il Comitato per il diritto alla salute in Val di Non ha scritto al presidente Dellai, all'assessore alla salute Rossi, al consigliere Bombarda e alla Terza Commissione consiliare e, anche, a Marino Simoni del Consorzio dei Comuni, per chiedere una revisione della nuova determinazione. Intanto, anche a seguito delle analisi fatte fare in Toscana dal Comitato sulle urine di 8 persone (di cui 3 bambini) un gruppo di contadini della media valle ha deciso di sostituire alcuni prodotti irrorati dai loro atomizzatori, evitando quelli considerati tra i più dannosi alla salute. La giunta provinciale - dicono Sergio Deromedis e Marco Osti del Comitato - con le sue "Linee guida in materia di utilizzo sostenibile dei fitofarmaci" rischia di farci fare un salto indietro. Se la delibera di maggio verrà applicata in 18 Comuni su 32 verrà ridotta la distanza dalle case in cui è possibile fare uso degli atomizzatori: dai 50-60 metri attuali ai 30 ma "derogabili a zero" se si dispone di atomizzatori particolari e migliorativi che, però, sono molto delicati nel loro uso. Per questo abbiamo scritto a Dellai, Rossi, Bombarda e Simoni, per allertarli». A detta del Comitato, che sull'argomento ha tenuto negli ultimi mesi 22 serate pubbliche ed incontrato oltre 3.000 persone, la delibera in questione presenterebbe anche aspetti poco veritieri. «Dice di aver tenuto conto dei punti di vista dei coltivatori e della popolazione residente. Ma la popolazione non ci risulta sia stata in qualche modo sentita e noi del Comitato certamente non siamo stati contattati». Cosa chiedete alla politica in questo senso? «Chiediamo i 100 metri di distanza dalle abitazioni per poter irrorare con gli atomizzatori». Il perché di questa richiesta è facilmente spiegabile: con le analisi fatte fare a laboratori specializzati non trentini dal Comitato. La prima aveva definito la presenza, in zone di melicoltura intensiva, di principi attivi, e quindi di veleni, anche dentro le case. La seconda è andata oltre. Commissionata al Laboratorio di sanità pubblica dell'Area Vasta (Toscana, Azienda Sanitaria di Siena, Usl 7) prevedeva le analisi dei contenuti delle urine di otto persone, tra cui tre bambini, che abitano in zona di meleto della Valle di Non. «È risultato che i bambini sono esposti al metabolita del Chlorpyrifos Etyl (3,5,6-Tcp), sei volte più del resto della popolazione. Nel corpo di un bambini cioè ne è stata reperita una quantità 6,3 volte maggiore rispetto ai valori normali di riferimento nazionale. Il normale sono 2,8 microgrammi per grammo di creatinina mentre le medie geometriche dei tre bambini hanno dato come risultato 17,54». Che tipo di veleno è? «Si tratta di un insetticida usato per combattere gli scopazzi e che è previsto dai protocolli di trattamento». Che danni può causare? C'è una casistica? «La rivista scientifica "The Lancet" dice che le donne in gravidanza, negli Usa, che sono entrate in contatto con questo prodotto, davano alla luce bambini con un cervello di diametro inferiore al normale. Le analisi da noi richiesto - dicono Deromedis e Osti - hanno dimostrato che nelle urine di una bambina di Cles sono stati riscontrati 44,59 microgrammi di quel prodotto, quando la misura di riferimento sarebbe 2,8. Si tratta di 16 volte di più. Ma le analisi hanno riscontrato anche la presenza di altri principi attivi, metaboliti di Imidacloprid e Deltametrid, due insetticidi. In questo caso però la scienza non ha ancora fornito limiti di riferimento. Così possiamo dire del Dmtp, altro insetticida individuato dalle analisi. Ecco perché ci pare estremamente contraddittoria la delibera della giunta provinciale».

di RENZO M. GROSSELLI, Fonte l'Adige del 11-06-2010

27.3.10

Terra, vita, agricoltura e veleni - di Zenone Sovilla

Homepage > Blog > La foresta di Sherwood di Zenone Sovilla

Una famiglia decide di vivere in campagna. Lontano dal traffico, dal caos, dai rumori e dall'inquinamento.
Tutt'attorno prati, campi e soprattutto vigneti.
Sarà un paradiso. Un ottimo contesto per mettere in pratica gli ideali di uno stile di vita sobrio e sostenibile nel rapporto con la natura.
Un giorno da un filare di quell'angolo di paradiso spunta un gatto.
I nuovi arrivati si informano dai vicini di casa e scoprono che trattasi di una signora gatta abbandonata qualche anno prima da proprietari sprovveduti che si trasferivano altrove.
La famiglia adotta la micetta e la battezza Raisin (uvetta), dato che è uscita da un vigneto.
Dopo un po' di mesi la gattina è ormai una di casa. Felice e affettuosa.
Siamo nella primavera del 2008.

Una mattina Melinda porta al lavoro il marito Matt e torna a casa dove ha il suo ufficio.
Raisin si sta facendo un giretto lì attorno al giardino. Dopo un po' Melinda sente grattare sulla porta d'ingresso: "Strano che sia Raisin, lei di solito riesce ad aprirsela con una spinta".
La donna va ad aprire e le appare la gattina che stramazza sul pavimento in preda alle convulsioni, il volto si contrae in modo scomposto.
Che cosa sarà? Lo spavento per il passaggio di un camion? L'incontro ravvicinato con un grande rapace? Il morso di un serpente o di uno scorpione? Oppure ha mangiato qualche cosa di velenoso?
Corsa dal veterinario.
Strada facendo le condizioni della gattina peggiorano. È sempre più debole, il corpo è bollente, non riesce a stare sulle zampe.

Finalmente Raisin è tra le mani della veterinaria. Basta un breve controllo per la diagnosi: "La gattina è stata esposta ai pesticidi".
Improvvisamente a Melinda viene in mente di aver notato quella mattina che nei campi vicino a casa stavano spruzzando sostanze chimiche sulle piantagioni.

Poi, lunghe ora di attesa, prima della telefonata rassicurante della veterinaria: l'effetto dell'avvelenamento è stato interrotto con una serie di terapie.
La gattina è debole ma salva.
L'esperta spiega a Melinda che l'effetto dei pesticidi sui gatti, così come sui cani e su altri animali, è il medesimo che si ha sui parassiti delle piante che si vogliono neutralizzare utilizzando questi veleni.
Ora Raisin sta bene ma non può più uscire di casa e per contrastare l'effetto dei pesticidi bisogna somministrarle dei farmaci per decontrarre la muscolatura.

Questa esperienza è stata, per Melinda, la conferma della dannosità intrinseca nell'uso di pesticidi: "Quei veleni non sono necessari e in ogni caso esistono alternative valide. Le conseguenze sugli animali e sugli esseri umani possono essere gravi; ma anche il terreno viene distrutto.
Nel 2004 - ricorda Melinda nel suo blog - si stima che 71 mila bambini abbiano subito l'esposizione o l'avvelenamento da pesticidi. (...) Uno studio del Journal of Pesticide Reform (estate 2006) indica che nelle coltivazioni come mele e peperoni il 95% è contaminato con almeno un tipo di pesticida. (...) Secondo l'Us Geological Survey una quota fra il 30% e il 60% dei pozzi sono contaminati, 14 milioni di americani bevono acqua contaminata con cinque dei principali erbicidi usati in agricoltura. (...) Particelle di pesticidi inquinano l'aria anche all'interno degli edifici (...)".

E la cosa paradossale è che, a fronte di questi drammatici effetti collaterali, osserva ancora Melinda, i pesticidi non ottengono il risultato voluto: "Più di 500 specie di insetti e di 150 tipi di funghi oggi sono resistenti ai veleni". Al massimo si possono "curare" i sintomi causati sulle piante.

Infine, sono decine di migliaia i cani e i gatti avvelenati ogni anno negli Stati Uniti; spesso gli effetti non sono immediati o riconoscibili dai proprietari, ma colpiscono a distanza causando varie malattie.

La vicenda della gattina Raisin (nella foto) è raccontata da Melinda nel suo blog (http://1greengeneration.elementsintime.com/?p=306&gt) dove la donna spiega anche che quell'episodio è stata una delle ragioni che hanno spinto lei e il marito a lasciare quell'angolo della California settentrionale tanto incantevole quanto inquinato.


Raisin
Raisin


Melinda Briana Epler
è una cineasta e scrittrice americana che si occupa anche di agricoltura biologica, stili di vita sostenibili e tutela del paesaggio.

Il suo racconto sugli effetti dei pesticidi rispecchia una drammatica realtà di cui negli Stati Uniti, a livello federale, da qualche anno si occupa in termini di prevenzione la stessa Epa (Environmental Protection Agency).
Recentemente l'Agenzia, sollecitata dal Congresso Usa, ha adottato una modifica del protocollo secondo la quale gli agricoltori e i loro famigliari saranno trattati dal punto di vista dell'indagine epidemiologica e dei correlati interventi protettivi alla stregua di quanto già avveniva per i bambini esposti a rischi generici derivanti dalla contaminazione dei cibi, delll'acqua e dell'aria.
La svolta nella politica avviene dopo anni di pressioni dal mondo dei lavoratori agricoli e di abitanti di aree rurali, affinché si tenesse conto dei maggiori rischi sanitari cui queste categorie di cittadini vanno incontro (specie i bambini e le donne in gravidanza).

Per finire, non resta che una breve osservazione: se qualcuno ritenesse che questo drammatico fenomeno sia una questione americana, sarebbe del tutto fuori strada.
Per afferrare le dimensioni di questa faccenda e per capire se ci può interessare, basta guardarsi un po' attorno con attenzione.
Ciò fatto, ci si può chiedere quale sia il ruolo delle nostre "agenzie" e dei nostri "congressi".

9.3.10

Val d'Adige: mele insostenibili

Fonte: www.ruralpini.it/Inforegioni08.03.10.htm

(08.03.10) Val di Non e Val d'Adige costituiscono una realtà di esasperata monocoltura chimica della mela. E vogliono produrre sempre di più per 'conquistare i mercati emergenti'

Val d'Adige: mele insostenibili

Luigi Mariotti (WWF Bolzano)

l’Alto Adige viene definito una provincia all’avanguardia nella tutela dell’ambiente. Anche i prodotti dell’agricoltura, contrassegnati dal marchio 'Alto Adige-Südtirol', vengono presentati ai consumatori come ottenuti con metodi di coltura naturali, nel rispetto dell’ambiente e della salute dei consumatori. Purtroppo, nel caso della coltivazione delle mele, la realtà dell’agricoltura altoatesina è ben diversa. Dietro alle campagne promozionali per la vendita di mele altoatesine (la più conosciuta è quella delle mele Marlene), si cela un’agricoltura industriale che ha costi ambientali altissimi. Nella valle dell’Adige, su circa 18.000 ettari, si producono ormai più di 1.000.000 di tonnellate di mele all’anno, pari quasi alla metà della produzione italiana e al 10% di quella europea. Circa la metà delle mele del Sudtirolo viene esportata in Germania, in Inghilterra e nei Paesi Scandinavi. Recentemente le maggiori cooperative frutticole altoatesine e del vicino Trentino (Consorzio Melinda) hanno costituito un unico consorzio per la commercializzazione internazionale delle mele del Trentino e dell’Alto Adige, con lo scopo di esportare ulteriori quantità di mele negli Stati Uniti, in Russia e in Oriente.

L’elevata produzione frutticola avviene in un sistema di monocoltura intensiva che fa largo uso di sostanze chimiche. L’Alto Adige-Südtirol ha infatti un altro primato, quello della maggiore quantità di prodotti fitosanitari impiegati in agricoltura: 58,81 kg di fitofarmaci per ettaro di superficie trattabile (dal 6° Rapporto sullo stato dell’Ambiente della Provincia di Trento), oltre sei volte la media nazionale (9,14 kg/ettaro).

Gli effetti negativi di questo modello produttivo sull’ambiente sono la perdita di biodiversità dovuta allo sfruttamento intensivo del territorio, la dispersione di agrofarmaci nell’ambiente, la scomparsa delle varietà di frutta originarie, il degrado e la monotonia del paesaggio agricolo, l’elevato consumo energetico per la produzione di fitofarmaci e di concimi chimici necessari alla monocoltura del melo, il consumo di energie non rinnovabili (petrolio) e le emissioni inquinanti e di gas serra dovute al trasporto, per lunghissime distanze, delle migliaia di tonnellate di mele prodotte nella valle dell’Adige.

Le conseguenze della melicoltura altoatesina vengono più dettagliatamente descritte nel rapporto WWF 'Una coltivazione di mele insostenibile', inviato in allegato alla presente lettera per rendere gli agricoltori, gli amministratori, ma soprattutto i consumatori, più consapevoli degli effetti negativi dell’agricoltura industriale del Sudtirolo.

21.2.10

Mostra di sementi antiche a Fonzaso (BL)

Gruppo COLTIVARE CONDIVIDENDO

in questo 2010 ANNO INTERNAZIONALE DELLA BIODIVERSITA' abbiamo deciso di promuovere una iniziativa auto gestita dal basso (itinerante) con lo scopo di sensibilizzare i nostri concittadini sull'enorme importanza del conoscere, far conoscere e salvaguardare la biodiversità (sempre più minacciata dalla
monoculture intensive anche in questo nostro territorio adagiato ai piedi delle Dolomiti)

Abbiamo perciò deciso di organizzare un momento di incontro, dialogo e condivisione che si svolgerà presso:

il "CASEL SAN FILIPPO" a FONZASO (BL) .

(il Casel si trova nei pressi del parcheggio dietro al Municipio di Fonzaso)


Sabato 27 FEBBRAIO 2010


Dalle ore 14.00 sarà possibile, non solo guardare e chiedere informazioni
sulle sementi esposte, ma anche portarne di proprie.. raccontare esperienze, tecniche di coltivazioni
e conservazioni.. storie.


CI SARA' ANCHE LA POSSIBILITA' DI SCAMBAIRE SEMI ANTICHI


INVITIAMO TUTTI COLORO CHE HANNO SEMENTI ANTICHE DA ESPORRE E FAR CONOSCERE DI CONTATTARCI O RAGGIUNGERCI IN QUELL' OCCASIONE !!!!

dalle ore 17.00 faremo assieme: “QUATRO CIACOLE SULE SEMENTI “DE NA OLTA

(Le sementi di ieri per l'agricoltura di domani)

Confronto aperto con interventi su:

Ø Panoramica sulle diverse varietà di “sementi antiche” e descrizione di
tipicità e potenzialità del “FASOL BONEL de FONDASO”

Ø i GAS (gruppi di acquisto solidale) cittadini che si uniscono per comperare
prodotti sani, genuini e legati al territorio

Ø (riflessione sul come costruire un cammino comune tra GAS e aziende locali)

Ø Accenni di tecniche di coltivazioni “sane” .. senza pesticidi

Ø Microfono aperto per proposte e progetti condivisi (TRA QUESTI L'IMPORTANTE INIZIATIVA DELLA CERTIFICAZIONE CONDIVISA)

Riteniamo sia molto importante questa condivisione dal basso di conoscenze, saperi ed esperienze.. un prendere consapevolezza sia dell'importanza della biodiversità ma anche di quanto è possibile fare per i cittadini che si auto organizzano e costruiscono assieme
per informazioni e adesioni:

ariaprotetta@tiscali.it

coltivarcondividendo@libero.it

ideelibere@libero.it

12.2.10

Venerdì 12 febbraio DA L’AUTRA BANDA DEL POMAR


Il Comitato per il Diritto alla Salute in Val di Non organizza:

venerdì 12 febbraio 2010, ore 20.30

Sala Comunale
presso le scuole elementari di Caldes

DA L’AUTRA BANDA DEL POMAR
La frutticoltura intensiva vista dal cittadino

* Saluto e introduzione del Comitato per il Diritto alla Salute.

* L’agricoltura intensiva, vista e vissuta da alcuni residenti in Val di Non.
A cura del Comitato per il Diritto alla Salute in Val di Non

* Ordinanze Comunali per la disciplina dell’uso di antiparassitari:
efficacia, rispetto,controllo; tutelano la nostra salute?!
A cura del Comitato per il Diritto alla Salute in Val di Non

* Dalla negazione del rischio al principio di precauzione.
A cura del dott. Giorgio Bianchini.

* Un’agricoltura più rispettosa della vita e dell’ambiente: un’alternativa possibile.
A cura di Luisa Mattedi.

A SEGUIRE AMPIO DIBATTITO
Modera il dott. Salvatore Ferrari


Resoconto dell'incontro da l'Adige del 14.02.2010

di Marta Battaini

CALDES - Ottima partecipazione di pubblico per la prima serata informativa in territorio solandro del comitato per il diritto alla salute in valle di Non.
Massiccia la presenza in sala di agricoltori che hanno dimostrato disponibilità al dialogo.
Due le questioni principali al centro del dibattito relativo all’utilizzo di prodotti fitosanitari in agricoltura pericolosi per la salute: l’assenza di una chiara informazione in merito agli effetti nocivi che i pesticidi possono produrre e la mancanza di una pianificazione generale urbanistica che imponga ai comuni di mantenere una fascia di rispetto di almeno 100 metri tra i centri abitati e le campagne (distanza minima, questa, per escludere con sicurezza gli effetti negativi della «deriva»).
Sul primo punto, a Caldes, è emerso un generalizzato sentimento di impotenza da parte degli agricoltori. Hanno lamentato l’impossibilità di scegliere liberamente come condurre la propria azienda agricola perché inseriti in un sistema che ha tolto loro qualsiasi potere decisionale.
Un giovane agricoltore intervenuto ha detto di non conoscere gli effetti che possono provocare i prodotti da lui utilizzati e che, al riguardo, l’Istituto Agrario di San Michele dovrebbe svolgere un ruolo più incisivo di informatore. Salvatore Ferrari, di Italia Nostra, che ha moderato l’incontro, ha detto che «l’Istituto non ha gli strumenti per poter mantenere un ruolo scientifico di questo tipo, perché - a suo dire - risente troppo del peso delle case farmaceutiche».
L’accusa, pesante, di scarsa automonia sul versante della consulenza tecnica è stata rilanciata da un agricoltore di colture biologiche, Marco Osti di Spormaggiore.
È stato inoltre osservato dal medico Giorgio Bianchini di Cles, al tavolo dei relatori con Luisa Mattedi, Sergio Deromedis e Virgilio Rossi, che l’assenza di informazione non è certo fenomeno circoscritto al limitato territorio provinciale ma ha radici ben più estese. Basti pensare, ha aggiunto, che anche la Commissione Europea ha rilevato la scarsa informazione in relazione alla tossicità dei prodotti fitosanitari attualmente in commercio.
Riguardo alle fasce di rispetto, alcuni agricoltori hanno osservato che nel corso degli ultimi decenni i centri abitati si sono ampliati avvicinandosi sempre di più alle aree coltivate. Una voce dalla sala: «Come categoria, non ci sentiamo tutelati dalle amministrazioni locali che permettono indiscriminati sviluppi urbanistici». Sia Ferrari, sia Rossi che Bianchini hanno ribadito che è proprio tramite la modifica dei piani regolatori che si potrà perlomeno arginare il problema relativo alla salute ed alle proprietà agricole dei cittadini. Messaggio chiaro: solo quando si imporrà l’obbligo di prevedere nei Prg un anello di salvaguardia attorno al centro abitato di almeno 100 metri, si potranno allora ritenere gli strumenti normativi localmente adottati realmente in grado di tutelare i diritti oggi dibattuti ed a rischio.

Approfondimenti: tag "
pesticidi"

6.2.10

OGM - Cosa ci sta dietro la sentenza del Consiglio di Stato?

Intervista a Roberto Pinton Assobio.

Per ascoltare gli audio: www.globalproject.info/it/in_movimento/OGM-Cosa-ci-sta-dietro-la-sentenza-del-Consiglio-di-Stato/3781

Nei giorni scorsi il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza a favore del ricorso presentato da Silvano Dalla Libera, un agricoltore di Pordenone, che aveva chiesto l'autorizzazione a coltivare una varieta' di mais Ogm.

Dalla Libera, in qualita' di vicepresidente di Futuragra ha gestito la sentenza come la possibilità concreta di avviare semine OGM.

In realtà la vicenda dal punto di vista formale è più complessa ma si inserisce nei continui tentativi di "insinuare" gli OGM nei nostri territori.

Immediate sono state le reazioni non solo all'interno del mondo agricolo ma anche da parte di associazioni, comitati, cittadini per ribadire l'assoluta contrarietà alla presenza OGM.

Per capire cosa sta succedendo abbiamo intervistato Roberto Pinton Assobio di Padova.

- Inquadriamo cosa sta succedendo con questa decisione del Consiglio di Stato?

Il Consiglio di Stato ha dato ragione ad un ricorso presentato da un agricoltore friuliano (che peraltro ha solo tre ettari ed in questo senso chiaramente è appoggiato da qualcuno in questa causa) perchè si era visto rifiutare dal Ministero l'autorizzazione alla semina degli OGM. Il Ministero aveva rifiutato la richiesta sostenendo che mancavano i piani di coesistenza regionali.

Il Consiglio di Stato ha affermato che il Ministero non può mascherarsi dietro la normativa della coesistenza ma deve entro tre mesi risolvere la questione.

- Un ricorso che va oltre sembra far rientrare dalla finestra quello che sta fuori dalla porte?

In realtà già gli anni scorsi si era assistito ad un tentativo del genere in Piemonte In quel caso il Procuratore Guariniello e la Regione, avendo rilevato la contaminazione OGM in campi di mais, ne avevano ordinato la distruzione. Alcune aziende agricole avevano acquistato sementi di mais, che nel mercato italiano devono essere assolutamente libere da OGM, e sostenevano che non era possibile tenere separate il materiale OGM da quello convenzionale affermando che questa contaminazione era inevitabile. Cosa falsa visto che con gli OGM si lavora a livello molecolare e dunque è assurdo dire che non si riesce a tenere separati i "grani di mais". Era un modo per iniziare in maniera strisciante la contaminazione, che volendo si può assolutamente evitare.

Visto che non era andata bene la contaminazione in questo modo, si sta usando questo personaggio, che si presenta come un povero contadino in lotta con tutti, per sostenere gli OGM dimenticando che la sua libertà di usare OGM cozza con la libertò di tutti gli altri che non li vogliono.

- Ma che interessi ci sono intorno agli OGM e come premono sull'Italia e l'Europa?

Imprese biotech e ricercatori sostengono che le superfici OGM stanno crescendo anche in Europa e dimenticano che in tutta Europa si sta parlando di una porzione di terra complessiva della misura della Provincia di Roma. Ben poco! Questo perchè c'è una resistenza reale. E' evidente che gli OGM non portano vantaggi economici, non risolvono la fame nel mondo, non riducono il consumo dei pesticidi, non fanno calare i prezzi. Gli OGM servono a guadagni specifici nella filiera alimentare.

- Le reazioni alla decisione del Consiglio di stato?

Al momento non si vedono motivi di reale preoccupazione.

Complessivamente c'è stata una reazione di rifiuto da parte di molti. Solo Confagricoltura ha visto con soddisfazione la scelta del Consiglio di Stato, mentre Coldiretti e Cia stanno fortemente criticando la decisione e sollecitando il Governo ad avere posizioni chiare. Inoltre anche dal punto di vista tecnico seminare mais alla fine di aprile, alla scadenza dei tre mesi, sarebbe fuori tempo. Sarebbe solo una scelta per far un po' di can can.

- Cosa è importante fare in questo momento?

Questo non toglie niente al fatto che è importante la presa di posizione di tutti nel difenderci dagli OGM.

Rassegna stampa

Ecquo

Messaggero Veneto

Blogsfera

29.1.10

Non nascondiamoci dietro i limiti di legge

Pubblichiamo su segnalazione di Virgilio Rossi del comitato diritto alla salute della Val di Non un'interessante lettera dei medici dell'ISDE del Trentino.

Virgilio aggiunge: "Vorrei cogliere l'occasione per spendere alcune parole sull' Associazione ISDE sezione italiana. E' formata da medici provenienti da tutte le specialità mediche che dedicano gratuitamente il loro tempo alle tematiche sulla salute ed ambientali. L'associazione vive con il sostegno dei cittadini che credono nelle prevenzione primaria (eliminare le cause che generano i problemi) e non continuare ad operare con la prevenzione secondaria (cura dei sintomi) in cui è importante l'applicazione del principio di precauzione indipendentemente che una sostanza sia sotto i cosiddetti limiti di legge, creati dall'industria alimentare e farmaceutica al fine di usare sistematicamente addittivi, conservanti, pesticidi,ecc.
Sostanze queste che interagiscono negativamente sia da sole che complementariamente sul metabolismo umano anche a dosi infinitesimali. E' perciò fondamentale sostenere questo tipo di associazioni perchè vanno a snidare e combattere le cause dei nostri problemi di salute e non convivono lucrosamente con esse. Se qualcuno vuole diventare socio ecco i loro recapiti: www.isde.it"

Scriviamo a proposito della risposta (o meglio «non risposta») dell'assessore all'agricoltura Tiziano Mellarini al «Comitato per il diritto alla salute» della Val di Non. Crediamo non sia fuori luogo affermare che la politica dovrebbe dare risposte piú pertinenti ai puntuali rilievi dei cittadini, a maggior ragione se ci sono le prove di una contaminazione con i pesticidi nei bambini.
Il vero problema è che l'assessore Mellarini (ma anche Alberto Pacher, Ugo Rossi e Lorenzo Dellai per quanto riguarda le vicende legate all'inquinamento in Valsugana) hanno mostrato di avere un atteggiamento riduzionista verso la tutela della salute pubblica. Essi si trincerano dietro il rispetto dei limiti di legge per sostanze pericolose quali pesticidi e diossine, non considerando che stiamo vivendo in una vera e propria epidemia di tumori e malattie cronico-degenerative (diabete, Alzheimer, Parkinson, allergie, asma etc) malattie che sono terribilmente in aumento anche nel nostro Trentino. Anzi, per quanto riguarda i tassi grezzi di tumori, il Trentino è ai vertici nella classifica nazionale.
Nel quadriennio 1999-2002 i tumori infantili sono raddoppiati rispetto al quadriennio 1995-1998 a riprova che qualcosa che non va nell'ambiente c'è, eccome. Occorre dunque un atteggiamento molto più prudente, applicando più frequentemente il principio di precauzione recepito dalla stessa Unione Europea.
La risposta di Mellarini dimostra invece come alcune elaborazioni statistiche delle analisi sulle mele siano usate per negare qualsiasi problema sanitario dei pesticidi. Invece, nonostante per Mellarini le analisi dei pesticidi sulle mele siano ampiamente entro i limiti di legge (a tal riguardo Legambiente non è affatto d'accordo), i pesticidi sono tati trovati nelle urine di soggetti innocenti quali i bambini attraverso il cosiddetto «effetto deriva», inteso quest'ultimo come la dispersione nell'ambiente dei prodotti utilizzati nelle irrorazioni.
In questo caso i trattamenti dovrebbero essere fatti a distanze adeguate dalle abitazioni e proprietá altrui. Al contrario, con delibera n.400 del 3 marzo 2006 prot. 4554 proposta dall'assessore Mellarini, le distanze dalle abitazioni sono state azzerate ammesso che venissero impiegati uggelli antideriva o altri dispositivi della cui reale efficacia non esiste alcuna prova concreta.
Questa delibera doveva rispondere ad una mozione del Consiglio provinciale (n.6/2004), che impegnava la Giunta ad emanare un protocollo di norme di comportamento sull'utilizzo dei fitofarmaci in prossimità dei centri abitati che tenesse conto sia dell'esigenza di tutelare la salute dei cittadini, sia delle necessità agro-colturali. Evidentemente quest'ultime sono state privilegiate rispetto alla salute dei cittadini e quello che sconcerta di piú è che queste scelte sono state premiate dagli stessi elettori alle ultime elezioni provinciali.
Vorremmo inoltre far notare che l'effetto di ogni sostanza, anche sotto i limiti di legge, si somma ad altre centinaia (forse migliaia) di sostanze cancerogene che assumiamo con la dieta (sottoforma di conservanti, coloranti, etc...) o che respiriamo.
Questo vale specialmente per i pesticidi in quanto con la dieta assumiamo in media 4 pesticidi a pasto (dati Appa). Ognuno di esse è sì entro i limiti, ma nessuno ha mai studiato l'effetto combinato di piú sostanze. È infatti probabile che vi sia un effetto cumulativo, se non addirittura un aumento della potenzialitá tossica. Infine, e questo è particolarmente vero per sostanze quali le diossine, non esistono concentrazioni al di sotto delle quali non si osservano effetti sulla salute, ma con l'aumentare della concentrazione si assiste statisticamente ad un aumento dei casi di malattia (le diossine sono correlate tutte le malattie degenerative e tumorali conosciute). È vero che i limiti di legge sono dei paletti oltre ai quali non è lecito andare, ma si presume che un politico accorto dovrebbe fare in modo di mirare, quanto piú possibile, al limite zero.
La politica non puó ignorare i possibili effetti sulla salute di una fonte quale l'acciaieria di Borgo Valsugana che non riesce nemmeno a rispettare i (pur ampi) limiti di emissione di diossine. Gli effetti negativi sulla salute ci saranno indipendentemente dall'incapacitá di trovare le diossine nei terreni. È pur vero che la nostra civiltá del benessere porta qualche minimo rischio che dobbiamo accettare. Ma quando i rischi sono evitabili, come nel caso dei pesticidi, con direttive piú restrittive per le distanze o, meglio ancora, passando al biologico, o quando interessi privati ed un centinaio di posti di lavoro (per i quali si potrebbe sicuramente trovare un'alternativa) non giustificano eccessivi rischi per la salute di una popolazione, come nel caso dell'acciaieria di Borgo, allora crediamo che sia giunto il momento di scelte coraggiose e responsabili da parte delle istituzioni.

Roberto Cappelletti, Maria Elena di Carlo, Marco Rigo
Medici per l'Ambiente (ISDE-Trentino)

22.1.10

Sui pesticidi Mellarini non mi tranquillizza

Dovrei accogliere con gioia le rassicurazioni che Mellarini (assessore all'agricoltura della provincia) ha dato mercoledì attraverso il suo scritto sull'Adige circa la pericolosità dei pesticidi utilizzati in agricoltura. Purtroppo però non riesco a non preoccuparmi. Qui in valle è forte il discredito che le istituzioni provinciali si sono guadagnate.
È vero che la comunità europea ha messo al bando molte molecole utilizzate un tempo in agricoltura. Nell'articolo di Mellarini si parla di 1.180 molecole utilizzate nel ‘91 contro le 300 utilizzabili oggi. Che cosa è stato fatto dal ‘91 a oggi per tutelare la popolazione dai rischi di quelle 800 pericolose molecole che oggi sono bandite?
Oggi quei prodotti non sono utilizzabili ma fino all'altro giorno li abbiamo respirati. Li hanno respirati, oltre che gli operatori, anche gli sfortunati che vivevano vicino ai frutteti, i bambini che passavano in bicicletta sulle piste ciclabili, le donne in gravidanza che si facevano una passeggiata in campagna in un bel giorno di sole, i turisti che sapientemente abbiamo attirato da noi vendendo una certa immagine del nostro territorio. E chi potrebbe garantire l'innocuità delle molecole rimanenti e tutt'oggi utilizzate?
Sfogliando la «guida alla preparazione dell'esame di idoneità all'uso dei prodotti fitosanitari» redatto dalla Provincia e stampata nel 2003 non c'è da stare allegri. Raccomandando agli operatori di indossare sempre indumenti di protezione specifici, il testo spiega che anche prodotti di bassa tossicità acuta, se assorbiti in esposizioni prolungate, possono provocare effetti nocivi di tipo cronico. Gli effetti possono essere mutageni (alterazioni del patrimonio genetico e possono dar luogo a malattie genetiche ereditarie o a tumori), tetratogeni (comparsa di malformazioni nel feto), cancerogeni (comparsa di tumori nell'uomo).
Viene descritto l'effetto deriva, cioè l'allontanamento delle goccioline erogate dall'atomizzatore che oltre a colpire le piante vengono disperse in ambiente. Viene descritto accuratamente il principio del tempo di rientro, inteso come l'intervallo di persistenza di pericolo per chi entra nell'appezzamento trattato con i prodotti fitosanitari. Si suggerisce un tempo minimo indicato (il concetto è scritto in rosso) in 48 ore a meno che sia diversamente indicato in etichetta. Alcuni prodotti, come riportato nel medesimo testo hanno tempi di carenza e quindi di rientro nel campo anche di 21 giorni.
La nostra regione è ricca di percorsi ciclabili che attraversano frutteti. Quali sono le precauzioni per le persone che vi transitano dato che il regolamento provinciale impone fasce di rispetto dove non sia possibile trattare di appena cinque metri? Quali sono le precauzioni per le persone che vivono attaccate ai frutteti? Dove sono le siepi che dovrebbero bloccare quel pericoloso principio attivo di cui non conosco nulla, che viene usato non so che giorno e non so a che ora, e che se non incontra barriere finisce nel mio prato, sulla mia insalata, nella stanza dove i miei figli dormono?
I dati che dovrebbero rassicurarmi parlano di 1.700 aziende controllate su 9.900 con un risultato del 99,9 per cento di mele che presentano residui di fitofarmaci inferiori del 30 per cento rispetto ai limiti di legge. Ma i fitofarmaci vanno cercati solo sul frutto? Sul sito dell'Appa è pubblicato uno studio Di Betta e Lorenzin che analizza il fenomeno deriva e ci dice che residui di fitofarmaci consistenti vengono trovati addirittura a cento metri dalla zona d'effettuazione del trattamento.
L'articolo di Mellarini ci informa che nei vigneti e nei frutteti sono ricomparsi codirosso, merlo, cesena, tordo, e una miriade di altri uccelli, frutto evidente di un miglioramento degli standard ambientali. Forse anche il tordo, se potesse scegliere, preferirebbe non farsi avvelenare.
Magari anche il merlo prenderà coscienza del problema.

Alex Faggioni è stato tra i promotori dell'iniziativa di Calceranica al Lago "Per un'agricoltura sostenibile che rispetti il territorio e la salute"

Passato al biologico, adesso sono contento

Lettera pubblica su l'Adige del 22 gennaio inerente al dibattito sull'uso di pesticidi in agricoltura. Il giorno prima era intervenuto, minimizzando il problema, anche l'assessore alla agricoltura Mellarini [ leggi la lettera ]

Egregio Direttore, sono un agricoltore che, assieme alla mia famiglia, gestisce un'azienda agricola di circa 12 ettari coltivata a mele, olivi e vite in Valle dei Laghi. Da qualche tempo l'Adige tratta, con una certa frequenza, il problema dell' inquinamento provocato dai pesticidi usati in agricoltura. Come è logico che sia, su questo problema (che è veramente un problema) Si sono creati due fronti, dove da una parte c'è chi giustamente è intimorito della pericolosità di queste sostanze, dall'altra gli agricoltori che, in virtù di dover far bilancio (tanto legittimo quanto necessario), devono per forza farsi assistere dall'industria farmaceutica. A questo punto inviterei il mondo contadino a una riflessione che io feci qualche anno fa partendo da due semplici interrogativi:
1) ma se questi comitati per la tutela della salute rompono le scatole perché preoccupati della pericolosità di queste sostanze, io, agricoltore che opera sul campo, non è che sia più a rischio dal momento che le stesse sostanze le conservo, le maneggio e le distribuisco nell'ambiente che per lavoro frequento tutti i giorni?
2) Ma è proprio vero che senza pesticidi non si coltiva più a ottimi livelli? Sono gli interrogativi che già molti agricoltori (purtroppo in percentuale ancora pochi) si sono fatti in passato e una volta trovata la risposta hanno avuto il coraggio di staccare la flebo dell'industria farmaceutica, scoprendo un modo veramente bello e motivante di coltivare la terra, dove predominano strumenti di vita e non di morte. Ci terrei che una riflessione si facesse anche nel mondo istituzionale per esempio in assessorato all'Agricoltura, o nei vari patronati che operano sul campo, per capire veramente come il mondo agricolo deve evolvere. E una profonda riflessione pretenderei fosse fatta dall'Istituto Agrario di S.Michele (oggi Fondazione Mach), che con orgoglio pure io ho frequentato.
Tanta responsabilità questa struttura possiede, dal momento che fino adesso ha sfornato tecnici formidabili (lo dice il mondo agricolo europeo) e ha assistito con i propri tecnici l'agricoltura della nostra provincia con un metodo a suo tempo progettato dai club 3P (provare, produrre, progredire) e poi sviluppato con Esat. Deve impegnarsi di più nel creare un nuovo modello di formazione ecocompatibile, ad aiutare e assistere quelle aziende che hanno fatto delle scelte alternative alla chimica e di incentivare quelle che ancora sono indecise a fare questa scelta per paura di rimanere sole.
Di certo non mi sento autorizzato a dispensar prediche o a convincere alcuno a seguire strade alternative, visto che nel mondo del biologico sono uno fra gli ultimi arrivati, però lasciatemi concludere con una frase di Nicolas Joly viticoltore biodinamico francese produttore di vini incredibili: «Bisogna metter fine alla condotta menzognera che ha sottomesso il mondo contadino e una parte della viticoltura all'industria fitosanitaria e ai doni forzati dei contribuenti diretti o indiretti».

Stefano Pisoni
Azienda Agricola Fratelli Pisoni
Pergolese di Lasino

Stefano Pisoni ha partecipato all'edizione del 2009 del Critical Book & Wine al Cs Bruno

20.1.10

Trentino, la terra dei pesticidi

Proponiamo due ulteriori interventi sulla questione pesticidi dopo le analisi effettuate dal Comitato per il Diritto alla Salute in Val di Non.

Il Trentino è la provincia con il più alto impiego di pesticidi per ettaro di terreno coltivato. Un triste primato dovuto alla presenza di colture «specializzate» quali i vigneti, ma, soprattutto, i meleti intensivi.
Purtroppo da molti anni non si va al di là della «lotta integrata» una dizione ipocrita per nascondere un impiego massiccio di prodotti «fitosanitari». Un impiego che non accenna a ridursi.
Il mercato globale e le esigenze di stoccaggio e logistica richiedono varietà di mele suscettibili alle malattie crittogamiche e ai parassiti.
Il risultato è che le mele sono il prodotto ortofrutticolo più contaminato. L’ultima indagine di Legambiente («Pesticidi nel piatto») segnalava tra l’altro che proprio in Trentino sono in vendita le mele più contaminate (su 22 campioni di mele nove erano fuorilegge a causa del superamento dei limiti massimi consentiti del fungicida Boscalid).
Ovviamente se sono contaminate le mele figuriamoci l’ambiente. L’esposizione ai pesticidi riguarda in primo luogo gli addetti (gli stessi melicoltori) e poi coloro che hanno la sfortuna di abitare vicino ai meleti. In Val di Non sono tanti perché il business mele (proiettato ai mercati emergenti della Russia) continua a tirare e si sono piantati meleti ovunque, eliminando i prati, arrampicandosi sui versanti, piantando a ridosso degli abitati.
Le piaghe della monocoltura in Val di Non sono ben evidenti ma buona parte dell’economia locale gira intorno al settore e, sino a pochi anni fa, nessuno osava contestarla.
Oggi, invece, la petizione promossa dal «Comitato per il diritto alla salute», finalizzata a tutelare meglio la popolazione dall’impatto della melicoltura intensiva e chimica è stata sottoscritta da quasi mille abitanti.
Il Comitato per il diritto alla salute aveva riscontrato presenza di residui di pesticidi in abitazioni private e giardini.
Di fronte a questi elementi gli esperti ufficiali hanno contestato la carenza della metodologia di raccolta dei campioni.
Nonostante i vari tentativi di minimizzare i dati del Comitato e, in generale, il problema dell’esposizione ai pesticidi, l’attenzione e la preoccupazione sono rimaste elevate e, alla fine del 2008, l’Azienda sanitaria provinciale si accinse ad attivare un monitoraggio sull’esposizione della popolazione.
I rilievi avanzati dal Comitato circa i limiti dell’indagine non vennero tenuti in considerazione e il Comitato stesso decise di procedere ad una indagine indipendente. Anche nei campioni analizzati
dall’Azienda sanitaria il livello di clorpirifos-etil nelle urine raddoppiava tra il periodo precedente e quello successivo ai trattamenti nei meleti segno che l’esposizione - poca o tanta - c’è e che un po’ di avvelenamento gli abitanti lo subiscono. Fatto sta che il Comitato, ritenendo limitata e insufficiente l’indagine «ufficiale», ha proceduto ad autotassarsi per far eseguire analisi più complete ad un laboratorio fuori del Trentino.
Sono stati campionati anche i bambini oltre agli adulti e sono stati ricercati (e trovati) più principi attivi. Il confronto è stato possibile solo per il clorpirifos-etil per il quale sono stati riscontrati valori quattro volte più elevati (sei nei bambini) rispetto alle analisi «ufficiali» dell’Azienda sanitaria. Dati preoccupanti ma che non fanno che confermare un quadro conosciuto. Anche le indagini dell’Azienda hanno individuato la presenza di prodotti fitosanitari nelle abitazioni e nei giardini pubblici e privati.
Secondo il Comitato la presenza dei pesticidi nelle abitazioni private si configurerebbe come una violazione dell’articolo 674 del Codice Penale (Getto pericoloso di cose). Ma per gli «esperti» i livelli di contaminazione sono «tossicologicamente irrilevanti» e quindi non c’è «molestia». Da questo punto di vista appaiono quanto mai pertinenti le osservazioni del sociologo Ulrich Beck, teorico della «società del rischio», che a proposito dei livelli «ammissibili» di contaminazione, ha osservato che:
«Abbiamo a che fare con l’etica biologica di risulta della civiltà industriale avanzata, un’etica che rimane caratterizzata da una sua peculiare negatività. Essa esprime il principio, un tempo del tutto ovvio, di non avvelenare il prossimo. Per essere più precisi si dovrebbe dire: il principio di non avvelenare completamente. Infatti essa, per ironia della sorte, consente proprio quel famoso
e controverso "un po’". [...] In questo senso i valori massimi non sono altro che linee di ritirata di una civiltà intenta a rifornirsi in abbondanza di sostanze inquinanti e tossiche. L’esigenza di per sé ovvia di non essere avvelenati viene respinta come utopistica. Nello stesso tempo, con i valori massimi consentiti quel «po’» di avvelenamento diventa normalità, scompare dietro essi. (U. Beck. La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci).
Beck sostiene che nella «società del rischio» l’onere della prova di un effetto di causale sulla salute è a carico delle vittime della contaminazione (lo si è visto anche in tanti casi di nocività
aziendale). La «scienza» si trincera dietro alle statistiche epidemiologiche, ai test sulle cavie di laboratorio, ai «valori di sicurezza » con il risultato che c’è un avvelenamento ammissibile, normale, che quindi è come se non ci fosse. Per non «guastare le feste» all’industria chimica e a chi utilizza i suoi prodotti. La consapevolezza dei cittadini rispetto ai rischi è però cresciuta e le rassicurazioni non bastano più considerata la tendenza alla sottovalutazione del «rischio» da partedegli esperti e delle agenzie ufficiali.
Pertanto di fronte ai risultati delle nuove analisi il Comitato chiede con forza che vengano fatte rispettare le ordinanze dei comuni a rispetto delle abitazioni private e che si inizi a dare veramente un taglio all’uso di sostanze nocive e inquinanti nei meleti.

Michele Corti, ruralista e docente di Sistemi Zootecnici e pastorali montani presso l’Università degli Studi di Milano


L’imbroglio dei pesticidi. Il Trentino deve cambiare

Dopo le analisi effettuate dal Comitato per salute della val di Non che dimostrano la presenza di pesticidi nelle urine dei residenti, c’è da chiedersi se la cosiddetta lotta integrata possa avere una qualche validità o sia solo un espediente per far arrivare ai nostri agricoltori i soldi della comunità europea. La lotta integrata dovrebbe ridurre notevolmente i livelli di pesticidi salvaguardando le proprietà vicine e la salute collettiva. In realtà così non è, evidentemente qualche trappola per la confusione sessuale non ha dimostrato di ridurre significativamente l’impiego dei «veleni».
L’ultima indagine di Legambiente sui pesticidi per il Trentino riporta dati catastrofici. Su 22 mele analizzate solo un campione è privo di pesticidi e addirittura 9 sopra i limiti di legge. A sentire i consorzi dei produttori solo il 1-3% delle analisi risulta positiva. In realtà i dati di Legambiente dimostrano che il Trentino è fra i più grandi utilizzatori di pesticidi per ettaro.
Come si conciliano i dati di Legambiente con i dati dei consorzi? Semplicemente i consorzi quando riportano i loro dati non si riferiscono a campione cioè a mela, ma portano le percentuali di positività rispetto al numero di analisi effettuate.
Su ogni mela si effettuano 100 analisi circa di pesticidi: ebbene se ne trovo 1 pesticida per mela posso comunque dire che solo l’1% delle analisi era positiva. Se trovo 3 pesticidi per ogni mela analizzata, posso sempre dire che solo il 3% delle analisi è risultato positivo.

Con imbrogli di questo tipo il Trentino sta disattendendo le sollecitazioni della comunità europea di ridurre l’impiego di pesticidi e questo a scapito della salute della propria gente. La comunità europea ha stanziato 53 miliardi di euro per le misure agroalimentari e di benessere animale. Questo denaro dovrebbe andare alla conversione a una agricoltura biologica con ritorni ambientali e di salute e non al mero sostegno del reddito di chi pratica la cosiddetta lotta integrata«alla trentina».
La politica trentina deve venire a capo di questo problema.
Col contributo dei consorzi produttori si devono mettere in campo risorse ed energia per una conversione decisa verso il biologico vero. Ci sono bellissimi esempi da seguire di valli alpine che si sono vocate al biologico con ripercussioni positive sulla salute. Per contro la triste monocultura sta producendo malattie nervose (per mancanza di spazi di relazioni) oltre che organiche dovute ai pesticidi.

Roberto Cappelletti è medico e Sindaco di Centa San Nicolò

15.1.10

Le mele, la val di Non e i pesticidi nelle urine

Lettera al direttore
l’Adige, 15 gennaio 2010

Egregio direttore, mi ha colpito molto sull'Adige di ieri l'inchiesta di Renzo M. Grosselli sui pesticidi nelle urine, che hanno trovato in valle di Non. Io sono spesso in valle, e il pensiero che io e i miei bambini possano essere sottoposti ad aerosol di veleni per i fitofarmaci con cui le mele vengono continuamente irrorate, mi terrorizza. Come fanno i nonesi a vivere con un tale pericolo che grava sulle loro teste e che minaccia la loro pelle? Perché l'Azienda sanitaria non fa analisi serie?
La mela è il business dei nonesi, ma non possono mettere a rischio la loro salute e quella delle loro famiglie in nome del dio Golden. Cosa aspetta l'assessore Pacher a muoversi? Io sono una di quelle che l'hanno votato alle Provinciali, ma sono molto delusa dei suoi tentennamenti, sia con l'acciaieria di Borgo, che con le discariche di Marter e di Sardagna e adesso con i pesticidi nelle urine della val di Non. Non so se l'hanno zittito, o s'è perso tra gli uffici della Provincia. Se c'è ancora Pacher, che batta un colpo.

Anna Maria Berlanda


Rispetto a tutte le indagini e le analisi fatte fino ad ora, quelle commissionate dal «Comitato per il diritto alla salute» della Valle di Non ad un accreditato laboratorio nazionale impressionano perché, per la prima volta, i pesticidi sono stati ritrovati nelle urine. E con una percentuale sei volte maggiore di quella consentita.
Se questi dati verranno confermati da ulteriori esami, a questo punto indispensabili, da parte dell'Azienda Sanitaria, vuol dire che i veleni sprigionati dai fitofarmaci non sono più soltanto nei terreni attorno ai meleti, ma sono entrati nel ciclo di vita delle persone, e costituiscono una minaccia non più tollerabile per le persone. Perfino il clorpirifos-etil, l'unico metabolita ricercato dall'Azienda - secondo i dati forniti dal Comitato noneso - risulta assai superiore rispetto a quello rilevato finora: quattro volte tanto per il campione generale e sei volte di più nei bambini.
Ciò che chiede il «Comitato per il diritto alla salute» della valle di Non è sensato e pienamente condivisibile. Occorre che le ordinanze comunali siano rispettate e che le autorità pubbliche e i privati non chiudano un occhio (e pure l'altro) su quanto sta succedendo. Questo come garanzia minima di salute pubblica e di tutela dell'incolumità delle case e delle famiglie di chi vive a fianco dei meleti. E poi sono indispensabili criteri più severi nell'utilizzo di sostanze chimiche nocive. Nonostante i passi avanti fatti in questi anni, sono ancora troppi i veleni usati sulle mele e sull'agricoltura trentina. Troppi per una terra che ha fatto della salute e della genuinità dei prodotti il suo biglietto da visita nel mondo e la forza della sua economia.
p.giovanetti@ladige.it

14.1.10

Botta e risposta da l'Adige tra Comitato per il diritto alla salute in Val di Non e l'Assessore Pacher


«Nelle urine pesticidi sei volte maggiori»

VALLE DI NON - Il Comitato per il diritto alla salute in Valle di Non con una propria indagine, commissionata ad uno dei migliori laboratori accreditati italiani, non trentino, mette fortemente in dubbio la valenza delle indagini volute dall'Azienda sanitaria provinciale sul livello di esposizione ai prodotti fitosanitari dei cittadini nonesi che vivono in zone ad alta densità «melicola» (i cui dati sono stati solo in parte anticipati). L'indagine pubblica a detta del Comitato era limitata nei contenuti e portata avanti in modo scarsamente appropriato. «Dai nostri risultati emerge che la quantità dell'unico metabolita ricercato nelle urine della gente è molto superiore alle concentrazioni trovate dall'Azienda sanitaria: 4 volte di più nella media ma soprattutto 6 volte di più nei bambini di cui la loro indagine non si è preoccupata. Inoltre noi abbiamo fatto ricercare ulteriori metaboliti che sono stati ritrovati in quantità preoccupanti nelle urine delle persone testate». Il Comitato noneso (30 soci attivi ma un migliaio di persone che hanno sottoscritto una petizione da questo proposta per maggiori controlli nel rapporto tra agricoltura intensiva e popolazione residente) a fine 2008 era stato informato dal Comprensorio dell'intenzione dell'Azienda sanitaria di attivare un monitoraggio sui livelli di esposizione ai prodotti fitosanitari di un gruppo di persone residenti in Valle di Non. Al Comitato erano state in seguito comunicate le modalità dell'indagine. «Riscontrammo - ci dicono i rappresentanti del gruppo - grosse lacune e limitazioni nel progetto e constatammo che i nostri suggerimenti non erano stati accolti». Il gruppo decise allora di far eseguire a sua volta delle analisi biologiche, sulla gente quindi, che seguivano quelle ambientali commissionate anche allora a proprie spese per definire la presenza di tracce di pesticidi nelle case, giardini pubblici e privati. «Quel primo nostro check up aveva dimostrato la presenza diffusa, persistente e profonda di numerosi principi attivi, tra cui alcuni fuorilegge (ddt, endosuflan, diclofuanide, bromopropilato, carbaril, diazinone, malathion). L'Azienda sanitaria (vedi «l'Adige» di martedì scorso con la risposta dell'assessore Alberto Pacher alla interrogazione di Roberto Bombarda e le successive considerazioni del dottor Alberto Betta) ha quindi commissionato agli opportuni laboratori l'analisi delle urine di 23 persone, abitanti a Cles, Tuenno, Nanno e Tassullo. «Un'indagine inadeguata e limitata. - dice il Comitato - Le analisi si sono limitate alle persone adulte mentre i bambini, dicono i medici, sono più esposti a questi agenti chimici per il loro metabolismo accelerato, perché in proporzione si alimentano di più e nel gioco mettono le mani a terra e poi magari in bocca. In secondo luogo l'Azienda ha ricercato un solo principio attivo, il clorpirifos-etil, su circa 30 usati ogni anno nei meleti. Infine, tra i soggetti analizzati non c'erano agricoltori e loro familiari, le categorie più esposte a questi prodotti». Il Comitato si è un'altra volta autotassato (migliaia di euro) e «ci siamo rivolti ad uno dei migliori laboratori presenti in Italia. Sono state raccolte le urine di un certo numero di persone, tra cui alcuni bambini, ed è stata ricercata la presenza di diversi principi attivi». Cosa ne è venuto fuori? «Dai risultati emerge che le quantità del metabolita riscontrato nelle urine, il clorpirifos-etil l'unico ricercato dall'Azienda, è molto superiore a quelle rilevate dall'indagine della stessa e divulgate da Pacher: 4 volte tanto per il campione generale e 6 volte di più nei bambini. Ciò che dimostra la particolare e preoccupante esposizione dei più piccoli a queste sostanze. Inoltre abbiamo dimostrato la presenza nelle urine di altri metaboliti in quantità preoccupanti». Il Comitato ha deciso di comunicare nei particolari i contenuti dell'indagine a chi di dovere e al pubblico in apposite serate a tema. L'attività del Comitato conferma la scarsa fiducia che una parte non indifferente dell'opinione pubblica (vedi tema Valsugana ed Acciaierie) ha sulla adeguatezza dei controlli pubblici. E riflette le perplessità su un «approccio al ribasso delle pubbliche autorità sanitarie nei confronti dei rischi a cui è soggetta la popolazione. Un solo dato vogliamo ora sottolineare. L'analisi provinciale conferma comunque che la presenza del metabolita ricercato, il clorpirifos-etil, è raddoppiata nelle urine delle persone analizzate tra il periodo di non esposizione ai prodotti fitosanitari (la prima raccolta di urine fu fatta ad inizio marzo) e il periodo di piena esposizione (la seconda raccolta fu in maggio). Da 1,425 microgrammi su grammo di creatinina a 2,71. Ciò che testimonia che la contaminazione è dovuta essenzialmente ai fitofarmaci usati nei trattamenti. Del resto, le analisi volute dall'Azienda sanitaria hanno dimostrato la presenza di prodotti fitosanitari dentro le case, nei giardini pubblici e privati (in violazione all'art. 674 del codice penale) e ora anche nel corpo umano». Cosa chiedete alla politica? «Il rispetto delle ordinanze comunali alfine di permettere l'incolumità della proprietà privata e pubblica per tutelare la salute pubblica. Poi, che in agricoltura si usino sempre meno sostanze chimiche nocive».

di RENZO M. GROSSELLI, fonte l'Adige del 14.01.2010

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Pesticidi, residui anche nelle case

VAL DI NON - «La presenza di residui all'interno delle abitazioni riportata dalle analisi fornite dal Comitato per il diritto alla salute in Val di Non - scrive Pacher - risulta coerente con i risultati dell'indagine condotta dall'Azienda sanitaria. È stato ricercato un principio attivo «tracciante» in 23 abitazioni, e nelle urine delle 23 persone domiciliate è stato cercato il metabolita dello stesso. L'indagine «ha permesso di evidenziare il principio attivo scelto come "tracciante" in ambito domestico, sia nel periodo lontano dai trattamenti (2 casi su 23), sia in corrispondenza di questi (7 casi su 23).
Tracce minime
«Tali osservazioni - scrive Pacher - suggeriscono la possibilità che i principi attivi utilizzati in agricoltura, per varie ragioni (in primo luogo per il fenomeno "deriva"), trovino diffusione anche all'interno delle abitazioni e, in certa misura, permanervi. Per altro i livelli riscontrati nello studio condotto dall'Azienda sanitaria sono da considerarsi tracce minime di prodotto che, pur testimoniando la possibilità di una contaminazione indoor, rivestono scarso o nullo significato dal punto di vista tossicologico».
La «deriva»
Soprattutto in aree dove c'è stretta aderenza fra coltivazioni e abitazioni, «la possibilità che i principi attivi possano essere riscontrati in prossimità delle abitazioni è molto alta», osserva Pacher. «Tali considerazioni trovano conferma in studi condotti in passato sul fenomeno "deriva". Peraltro, lo studio così come inviato non contiene informazioni circa la concentrazione delle sostanze rilevate, la ricerca effettuata dal Comitato per il diritto alla salute in Val di Non conferma quanto già conosciuto: all'esterno delle abitazioni il prodotto aero-disperso è comunemente riscontrabile e tale presenza nelle abitazioni e loro pertinenze è tanto più probabile quanto maggiore è la vicinanza delle aree agricole».
I prodotti proibiti
Per la maggior parte i principi attivi trovati sono autorizzati dal protocollo provinciale di produzione integrata 2009. «Alcuni sembra non risultino in esso compresi e pertanto il loro uso, per la coltivazione del melo, non è ammesso. Due principi attivi - scrive il vicepresidente della Provincia - risultano essere ritirati dal commercio da diversi anni (2,4, DDT dal 1978; diclofluanide dal 2003); la presenza di tali residui riscontrata in campioni di polveri è di difficile interpretazione, ma non è da escludere che questa sia attribuibile alla persistenza nell'ambiente di principi attivi usati in passato o, nel caso del 2-4 DDT, ad una contaminazione ambientale di fondo. La molecola "Endosulfan", riscontrata in campioni di polveri e ciliegie di un giardino, è stata autorizzata in Italia per l'uso sul nocciolo, mentre su melo risulta vietato. Anche in tale circostanza risulta difficile stabilire l'esatta provenienza di tale residuo. Altra molecola il cui utilizzo non è previsto per il melo, 2 - fenilfenolo, risulta tuttavia impiegata per svariati utilizzi, anche in ambito non agricolo».
Comuni e ordinanze
Per la riduzione del rischio - ricorda Pacher - la giunta provinciale ha adottato nel 2006 un Protocollo di comportamento sull'utilizzo dei fitosanitari in prossimità dei centri abitati per la tutela della salute dei cittadini e dell'ambiente. I Comuni possono recepirlo «con regolamento o con ordinanza in modo da salvaguardare la salute dei cittadini e la qualità dell'ambiente. La deliberazione riporta che solamente 48 comuni su 223 avevano disciplinato l'utilizzo dei prodotti fitosanitari».

fonte l'Adige del 12.01.2010

23.11.09

Agricoltura: pericolo veleni e ogm

Report dell'incontro di venerdì 20 sui pesticidi di Calceranica al Lago.
Dal blog del comitato Prà Gras di Fonzaso.

Molto interessante l’incontro organizzato da un gruppo di cittadini valsuganoti a Calceranica al lago. Un confronto pacato, costruttivo e propositivo tra frutticoltori locali e il comitato per la salute della Val di Non. Tra i relatori anche il dott. Roberto Cappelletti (sindaco e medico) che ha illustrato, dati alla mano, la pericolosità di molto principi attivi usati in frutticoltura (ma non solo), alcuni dei quali (di uso comune) sono sospetti cancerogeni e provocano danni al sistema endocrino.
Impressionanti i dati portati sull’aumento dell’incidenza dei tumori infantili, delle malformazioni fetali e delle malattie degenerative. Puntuale anche la relazione dei due rappresentanti del comitato noneso che hanno ricordato l’esito delle analisi auto finanziate.
Su 13 campioni 12 sono risultati contaminati da una o più sostanze dannose per la salute: campioni rilevati anche a distanza di 70 metri dai meleti, campioni rilevati nei giardini, negli orti privati, negli spazi pubblici; oltre alle centinaia di segnalazioni di infrazioni commesse nei meleti e non rilevate né sanzionate.
IMPRESSIONANTE IL FATTO CHE UN ALBERO DI MELO (trattato chimicamente), AL TERMINE DELLA SUA BREVE CARRIERA PRODUTTIVA NON SIA CONSIDERATO “LEGNO” MA BENSI'... RIFIUTO SPECIALE !
Molto preoccupante anche il fatto che nella maggioranza dei campioni di mele analizzate siano stati trovati più residui di principio attivo suscitando la preoccupazione di molti per l’effetto combinato che questi possono avere.
Si è parlato molto anche di “FASCE di SICUREZZA” attorno a case, scuole, ospedali ecc.. per evitare l’effetto deriva dei pesticidi; studi dimostrano che tale distanza è bene non sia inferiore ai 100m.
Una serata sicuramente positiva che oltre a palesare buoni propositi di produttori e amministratori e dimostrare la pericolosità di molti dei prodotti, per lo più usati troppo e male, ci piace sintetizzare con una battuta...
SE VUOI PER DAVVERO CHE LA MELA TOLGA IL MEDICO DI TORNO, FA SI CHE LA MELA CHE MANGI SIA BIOLOGICA!!

Siamo convinti che se i consumatori fossero adeguatamente informati su cosa c’è dentro a certe mele, sotto alla buccia lucida e perfetta, invece che darle ai propri figli le userebbero come la Biancaneve di questa vignetta.

DA SEGNALARE ANCHE LE DICHIARAZIONI DEL DIRETTORE GENERALE DELL'ARPAV DRAGO (Tribuna di Treviso) che denuncia: "Nelle terre di Marca troppi pesticidi, tanti nitrati e perfino atrazina, vietata ma venduta nei circuiti di un mercato nero..Il problema riguarda tutto il territorio trevigiano, dalle colline del Prosecco, dove alcuni mesi fa vennero trovati livelli di inquinamento fuori dalla norma, alla pianura..I nostri rilievi evidenziano chiaramente la presenza massiccia di queste sostanze"

SEGNALIAMO INOLTRE UN INTERESSANTE DOCUMENTO RELATIVO ALLA PERICOLOSITÀ DEGLI OGM (organismi geneticamente modificati) "Malattie indotte da virus transgenici".
I virus transgenici con cui oggi si fanno gli Organismi Geneticamente Modificati (O.G.M.) entrano nel DNA della pianta, modificandola in maniera a noi sconosciuta. Questi virus dovrebbero restare latenti, ma nulla può escludere che possano anche riattivarsi in maniera analoga ai ben noti virus tumorali a RNA (Oncornavirus) o come i virus tumorali a DNA (entrambi induttori di leucemie, sarcomi, carcinomi, gliomi…).
(per leggere tutto il documento cliccare qui)

22.11.09

Pesticidi nel piatto più tumori nei bambini

Il Comitato locale chiede regole più restrittive

CALCERANICA - Il consumatore vuole le mele senza nessun difetto: è per questo che (secondo Mario Mengoni del Consorzio frutticoltori Alta Valsugana), i coltivatori non possano fare a meno di usare fitofarmaci. Anche se lo fanno il meno possibile e stanno cercando strade diverse per la lotta a parassiti e funghi. Dall'affollato dibattito sui pesticidi svoltosi venerdì sera a Calceranica su iniziativa di un gruppo di cittadini, è emersa una certezza: è necessario che i Comuni, i sindaci quindi, vigilino sul rispetto delle regole per quanto riguarda l'uso degli atomizzatori.
Rispetto delle distanze minime dalle abitazioni, dagli orti dei privati, dalle strade e ciclabili dove le persone possono transitare mentre vengono immesse nell'atmosfera sostanze «sospette cancerogene» come il «captano». Ma dalla serata (i cui toni sono stati pacati e dialoganti, anche grazie all'impostazione data da Alex Faggioni del comitato cittadino, Sergio De Romedis e Virgilio Rossi , del Comitato per il diritto alla salute della Val di Non), è emerso chiaramente il pericolo dell'esposizione ai fitofarmaci, soprattutto per i bambini.
Nella sua relazione De Romedis ha detto che in Trentino ogni anno si usano due milioni e mezzo di fitofarmaci (fonte Istat), molto al di sopra della media nazionale. Il medico e sindaco di Centa San Nicolò, Roberto Cappelletti , ha mostrato i risultati di una ricerca sul cibo svolta nel 2007: in media si introducono, ad ogni pasto, circa 3,8 tipi di pesticidi. In aumento rispetto al 2,4 del 2005 e al 3,6 del 2006 (fonte Appa di Trento).
Cappelletti, dati alla mano, ha detto che i tumori dei bambini sono in aumento, così come l'infertilità degli uomini e le malformazioni dei neonati. Tra le sostanze che si trovano nei nostri piatti (prevalentemente nella frutta) c'è anche il clorpyrifos, sospetto cancerogeno (significa che è stata dimostrata la sua azione tumorale negli animali).
Nell'intervento dei due rappresentanti del Consorzio Frutticoltori Alta Valsugana, Mengoni e il tecnico Andrea Taddia , è emersa la buona volontà di limitare al massimo l'uso dei pesticidi: si stanno introducendo forme di contrasto ai parassiti come la «confusione ormonale».
Il sindaco di Calceranica Sergio Martinelli (la sua giunta si troverà prossimamente ad analizzare una petizione presentata dai cittadini su regole più restrittive di quelle provinciali sulle modalità di uso dei fitofarmaci) ha chiesto di trovare delle mediazioni tra le due esigenze. Di fronte alla proposta del Comitato noneso di aumentare a 100 metri la distanza minima dalle abitazioni durante i trattamenti con fitofarmaci ha fatto notare che a Calceranica, se così fosse, nessuno potrebbe più coltivare nulla.

A. Pi.
Fonte: L'Adige del 22 novembre '09

20.11.09

Calceranica al lago: Per un'agricoltura sostenibile che rispetti il territorio e la salute


VALSUGANA - I cittadini della Val di Non hanno cominciato a mobilitarsi nel 2007, quelli della Valsugana qualche mese fa. Ma l'obiettivo è uguale: pretendere che i trattamenti fitosanitari siano attentamente regolamentati e che l'uso dei pesticidi sia limitato il più possibile, perché gli effetti sulla salute umana, sugli animali, sull'aria e sull'acqua non siano drammatici. È questo il tema del dibattito pubblico che domani sera, dalle 20.30, si svolgerà nella sala delle associazioni di Calceranica al Lago (di fronte alla chiesetta di S. Ermete).
I relatori, moderati da una giornalista de l'Adige , saranno: Sergio De Romedis e Virgilio Rossi , del Comitato per il diritto alla salute della Val di Non (attivo da due anni sul fronte dei trattamenti in agricoltura); Roberto Cappelletti , sindaco di Centa S. Nicolò, dell'associazione Medici per l'ambiente; il tecnico Andrea Taddia e un dirigente del locale Consorzio frutticoltori Alta Valsugana. Ad organizzare il primo confronto in valle sugli effetti delle irrorazioni, è stato un gruppo di cittadini di Calceranica: «Vivendo a stretto contatto coi meleti estesi alle spalle del lago - spiega Alex Faggioni -, ci siamo preoccupati di capire come fosse regolamentato l'uso dei pesticidi. Abbiamo così scoperto che il nostro Comune non ha alcun regolamento, mentre Caldonazzo sì. Allora, il 3 agosto scorso, abbiamo presentato al sindaco una petizione perché anche la nostra amministrazione adotti regole più restrittivo di quelle fissate nel protocollo provinciale.
La petizione dovrebbe essere discussa nel prossimo consiglio comunale». Quello dei regolamenti comunali, differenti da paese a paese, è uno dei problemi principali da risolvere, anche perché i trattamenti nebulizzati si diffondono col vento ben oltre i confini catastali. «A pochi metri dalle nostre case, ma magari in un altro comune, i problemi sono simili ai nostri - prosegue Faggioni -. Abbiamo organizzato quindi riunioni con rappresentanti di altre associazioni della vallata, tenendo anche presente la vocazione turistica della zona, la certificazione Emas ottenuta dal nostro comune e il fatto non irrilevante che, ad esempio, chi passa sulle piste ciclabili dell'Alta Valsugana spesso si trova immerso in nuvole di prodotti sparsi dagli atomizzatori in orari e giornate diverse, senza potersi difendere».
È chiaro che per cambiare le cose, serve fare rete tra varie realtà che operano sul territorio e si occupano di ambiente. Ma serve anche l'appoggio delle amministrazioni pubbliche, dalla Provincia ai Comuni, senza dimenticare la neonata Comunità di Valle, perché magari, proprio attraverso questa istituzione, si adotti un regolamento unitario che tenga conto delle esigenze di chi coltiva, ma anche di chi deve vivere o soggiornare in una certa area. Tanti dunque gli aspetti da valutare, domani sera: i membri del Comitato noneso racconteranno la loro esperienza, le analisi compiute sul loro territorio e i risultati delle azioni intraprese; il dottor Cappelletti parlerà degli effetti dei prodotti più usati sulla salute umana e sull'ambiente; i rappresentanti del Cofav spiegheranno invece come è cambiata l'agricoltura in questi anni, quali sono i regolamenti interni adottati e quali i problemi di chi, comunque (e lo riconoscono anche i promotori della serata), ha diritto di vivere del proprio lavoro.
G. Car.

Fonte: l'Adige del 19 novembre '09

7.11.09

Pesanti sanzioni contro i 'ribelli del Bitto' che hanno sfidato la Dop

Un anno fa Ruralpini promuoveva una campagna a sostegno del Bitto 'storico' paventando la possibilità che esso potesse essere messo fuorilegge. E così è avvenuto

La burocrazia del gusto si affida alla repressione: pesanti sanzioni contro i 'ribelli del Bitto' che hanno sfidato la Dop

Può una Dop mettere fuorilegge la storia e la geografia? Può annullare i diritti collettivi e un patrimonio di una comunità di pratica radicata nella storia e nel territorio?

Il giorno 20 ottobre alcuni funzionari del MIPAAF si sono presentati al ‘Centro del Bitto’ per notificare alla società che opera la commercializzazione del Bitto ‘storico’ (la Bitto trading') due sanzioni per un massimo di 60.000 € motivate dal mancato assoggettamento ai controlli previsti per la produzione DOP e dalla usurpazione della denominazione protetta ‘Bitto’.

La prima considerazione da fare riguarda lo sfacciato tempismo dell’iniziativa (il 18 si era svolta a Morbegno la mostra del Bitto Dop, ‘ufficiale’ e si volevano evitare spiacevoli scandali), la seconda il carattere di vera e propria svolta che l’azione repressiva del Mipaaf imprime alla ‘guerra del Bitto’, il noto contenzioso, che si trascina da 15 anni, tra i produttori ‘storici’ - che operano nell’area di produzione tradizionale del formaggio Bitto - e il Consorzio di tutela (CTCB).

Il motivo è semplice: i produttori storici non accettano che il loro formaggio sia posto sullo stesso piano di una versione ‘semplificata’ che, per diversi aspetti, contraddice un procedimento di lavorazione costante nel tempo e che ha i suoi caposaldi nella qualità del latte di bovine alimentate con un sistema razionale di pascolo turnato (senza somministrazione di mangimi), nell' immediata lavorazione del latte a caldo, nell’aggiunta del latte di capra, nella lentezza e accuratezza della lavorazione (che richiede sino a 4 ore).


[ continua...]

22.9.09

Agricoltura in crisi?

L'Assessore Mellarini sostiene che, anche in Trentino, l'agricoltura sia in crisi. Ma davvero TUTTA l'agricoltura è in crisi? Secondo me no. Infatti, coloro che non si sono voluti conformare alle logiche industriali ora stanno bene e crescono.
Finché i grossi consorzi come Melinda, S.Orsola e Fiavè avranno paura che il biologico metta in discussione il resto della loro produzione saremo sempre in crisi.
Chi ha cercato l'indipendenza dall'agro-industria provando la strada della vendita diretta con i mercati contadini ed attraverso i GAS (Gruppi d'Acquisto Solidali) di certo non è in crisi ed anzi, oltre a custodire il territorio in maniera ottimale favorendo pure il turismo, riesce anche a guadagnare.
Scrivo questo non di certo per attaccare la Cooperazione Trentina, in cui comunque credo e che come Centro sociale Bruno abbiamo più volte incontrato anche nel nostro spazio sociale, ma più che altro per far riflettere sulla piega che la pratica agricola ha preso nella nostra provincia.
Finché nell'Istituto di S. Michele l'unico indirizzo effettivo (a parte quello enologico) rimarrà appunto quello per perito agro-industriale, e continuerà a non esistere un indirizzo per diventare tecnico biologico, è chiaro che grossi cambiamenti non ci saranno.
Finché ci verrà fatto credere che "biologico" è sinonimo di opposizione al progresso ed alla "chimica" si alzerà sempre un muro contro muro che impedisce una discussione costruttiva.
Si aggiunga la dichiarata volontà del nuovo presidente della Fondazione Mach di sperimentare nella nostra provincia forme di OGM. Ma è veramente questo ciò di cui abbiamo bisogno? Non sarebbe meglio incentivare la ricerca su pratiche non nocive che invece tutelano la salute dei contadini, dei cittadini e dell'ambiente in generale?
Quando in agricoltura ci sarà più passione e meno marketing, probabilmente ci saranno anche più giovani disposti a sporcarsi le mani di terra per ottenere dall'energia solare (e non dal petrolio da cui derivano molti concimi e pesticidi!) il nostro nutrimento.

Milo Tamanini
referente G.A.S. Centro Sociale Bruno

21.9.09

Il pro OGM Salamini nuovo presidente della Fondazione Mach

da www.ruralpini.it/Inforegioni13.09.09.htm


Il luminare delle biotecnologie applicate all'agricoltura, decisamente schierato pro OGM, è stato nominato presidente della Fondazione Mach, 'cervello' dell'agricoltura trentina

Salamini, espressione di un'agroideologia agli antipodi dalla realtà della montagna, e ostile alle produzioni tipiche, diventa presidente dell'ex-Istituto Agrario di San Michele

L'iniziativa del presidente della PAT, Lorenzo Dellai, è la chiara espressione di una visione tecnocratica che, in agricoltura, si esprime con l'appoggio ai comparti 'forti' e, in particolare, al programma commerciale di una Melinda 'globale' proiettata alla conquista dei mercati 'emergenti' di mezzo pianeta. In questo disegno i comparti come la zootecnia, essenziali per la cura del territorio, vengono abbandonati alla loro crisi, salvo attivare degli 'ammortizzatori' (puntellando il sistema del 'Polo latte') e lanciare pelose campagne mediatiche che si appellano al consumatore trentino (scaricando sulla sua scarsa sensibilità la chiusura delle stalle). E a San Michele, in quest'ottica, si deve puntare a sostenere, con la ricerca genomica sul melo, la proiezione globale di Melinda....

Il grande scienziato compensa l'irraggiungibile miraggio universitario

Il rafforzamento dell'eccellenza di San Michele, quale centro di rilevanza mondiale per la ricerca genetica sul melo, compensa, tra l'altro, la frustrazione delle aspirazioni universitarie della Fondazione Mach. Esse - che avevano nel governo Prodi una sponda sicura - sono state congelate dal ritorno al governo centrale del centro-destra (oltre che da un clima di maggior austerità che non giova certo alla proliferazione di nuove sedi universitarie). In qualche modo bisognava rifarsi della delusione e, al di là del contentino del dottorato (subordinato all'Università di Trento), la mossa dell'arrivo al timone della Fondazione del grande luminare servirà a dare impulso ai filoni prestigiosi di ricerca su cui a Fondazione sta già puntando e a ridarle nuovo smalto. Ma al di là del prestigio che lo scienziato porta alla Fondazione quali implicazioni avrà la presenza di un presidente sostenitore degli OGM? Quale rapporto si determinerà tra la Fondazione e la realtà agricola trentina? Le posizioni di Salamini sugli OGM sono ben note e Ugo Rossi, l'assessore provinciale alla sanità, dopo averne votata la nomina ha dichiarato di 'non conoscere questo aspetto' non facendo certo una bella figura.

Ci pare utile, a questo punto, considerata la scarsa informazione in materia di alcuni degli stessi personaggi che lo hanno nominato, chiarire quale sia la visione dell'agricoltura di Salamini, una visione che non si esaurisce in una posizione favorevole agli OGM ma implica anche altri aspetti di una filosofia in sé sin troppo coerente. Ma che dovrebbe lasciare quantomeno perplessi i responsabili dell'agricoltura trentina (a partire da Tiziano Mellarini - assessore provinciale all'agricoltura - e da Gabriele Calliari - presidente della Coldiretti e vice-presidente della stessa Fondazione Mach).

La filosofia di Salamini

Il modo con cui Salamini risponde alle obiezioni contro la diffusione delle coltivazioni di piante GM è di per sé illuminante: 'Le novità si provano in modo empirico, gli organismi geneticamente modificati (Ogm) andrebbero almeno provati' (dibattito riportato dal Sole 24 Ore del 17.7.2003). Si prova qualcosa potenzialmente dannoso solo perché 'è una novità!'? E' questo lo spirito 'galileiano'? Nello stesso dibattito, a Marcello Buiatti, presidente del Centro interdipartimentale di biotecnologie e professore di genetica all'Università di Firenze, che sosteneva sulla base di studi scientifici che gli Ogm non si adattano alla struttura dell'agricoltura italiana cui conviene puntare sulla qualità, Salamini ribatteva: 'Lo dica agli agricoltori padani che producono 100 milioni di quintali all'anno di mais se conviene puntare sulla qualità'. Ecco un nuovo dogma: se la quantità è tanta non ha senso parlare di qualità. Ma se gli Ogm sono una scelta strategica di lungo periodo, come si fa a ipotecare il futuro? Come cambieranno le strutture dei mercati dei prodotti zootecnici nei quali si trasforma l'enorme quantità di mais padano? I viticoltori pugliesi di venti-trent'anni fa avrebbero risposto nello stesso modo a chi parlava di qualità. Ma erano tempi preistorici rispetto ad oggi; basta pensare alla qualità raggiunta da alcuni produttori di Salice salentino o di Nero di Troia, delle bettoline cariche di vino pugliese da taglio respinte dalle jaquerie dei vignerons provenzali, di cui non si ricorda più nessuno. Gli scienziati non possono ignorare che la scelta Ogm è di quelle che vincolano il sistema agricolo in profondità.

I prodotti tipici? roba superata

Il pensiero di Salamini sulla quantità ci è chiaro. Aggiungiamo che Salamini coltiva una visione della sua Padania (è originario del basso lodigiano) come di un ambito agroecologico vocato all'agricoltura intensiva (di quantità, appunto), un misticismo della quantità (nel suo genere). Ma andiamo oltre. In una intervista al Corriere della Sera dell’11.11.2003 dichiarava: 'Non si può fermare il progresso. Non è giusto. Penso che la moratoria dell'Italia agli Ogm sia un freno allo sviluppo scientifico. Il ministro Alemanno la propone invocando la difesa dei prodotti tipici, ma non mi sembra giusto. I prodotti tipici così come la moda, le ferie e le città d'arte rappresentano il passato dell'Italia. Non ci si può basare sul passato per costruire il futuro'. E aveva difeso gli Ogm come utili per affrontare il problema della fame nel mondo: 'Penso che se viene prodotto un chilo di pane esiste semplicemente un chilo di pane in più nel mondo. E che un bambino dell'Africa non si domanda da dove viene: lo mangia e basta'.

Ma quanto dogmatismo! Di qui il progresso, di là l'oscurantismo, di qua il passato e di là il futuro. Quanto alla sensibilità sociale il nostro afferma il principio che l'affamato ha bisogno di pane, che 'il pane e pane' e che non bisogna guardare troppo per il sottile.

Proteine e calorie

Questa idea del cibo che sfama e sul quale non è necessario, o forse opportuno, farsi troppe domande, Salamini non la limita agli affamati del quarto mondo. Illuminante questa tirata: 'Bertinotti tira i sassi ai McDonald’s, ma se va a vedere dentro ci sono i suoi elettori che con 5 € possono trovare quelle proteine e quelle calorie di cui hanno bisogno' (intervista di Matilde Rossi Ercolani del 09.12.2004 link). Capito? Le 'classi subalterne' hanno bisogno di 'proteine e calorie'. Immaginiamo cosa pensa Salamini di tipi come Carlin Petrini che 'istigano' le masse con quelle idee strampalate circa il diritto di tutti (nel primo come nel quarto mondo) ad un cibo buono e pulito. Il cibo per Salamini deve nutrire gli esseri umani come una macchina ha bisogno di gasolio. I prodotti tipici, la qualità? Roba superata.

Una visione salvifica

Salamini non si limita a controbattere alle obiezioni contro gli Ogm ma si abbandona spesso nelle sue interviste a vere e proprie lodi agli Ogm visti come la panacea di ogni male. Quantomeno ad uno scienziato si richiederebbe un po' di misura, macché.

Leggete cosa risponde in una intervista al Corriere del Trentino del 16 marzo 2008: 'Gli Ogm Non fanno assolutamente male. Nel mondo ci sono 120 milioni di ettari coltivati con Ogm'. Come dire: l'esperimento in corpore vili sull'uomo lo stiamo già facendo (cioè loro, gli scienziati pro Ogm). A cosa servono tante precauzioni, tanto gli americani hanno già fatto da cavia: 'Gli americani sono 280 milioni di persone e li mangiano tutti i giorni da dieci anni senza conseguenze' (intervista al Messaggero di S. Antonio - link).

Non solo gli Ogm fanno bene (o quantomeno non fanno male) alla salute ma fanno benone all'ambiente. Su questo Salamini non è sfiorato neppure dal dubbio: 'In India più di 7 milioni di piccolissimi agricoltori e 4 milioni in Cina coltivano il cotone che resiste agli insetti. Le possibilità di fare una pianta che richiede meno cura, perché si adatta meglio all’ambiente, che resiste meglio agli insetti, alle malattie fungine o batteriche, e che non impone all’uomo un continuo intervento chimico con antiparassitari e anticrittogamici, dovrebbe essere componente di una visione di agricoltura che interferisce meno con gli ecosistemi naturali. Pensi a quanti trattamenti si fanno per la vite: oggi, con la conoscenza del suo genoma, abbiamo la convinzione che si potrebbe rendere la vite immune alle malattie' (intervista al Corriere del Trentino del 16 marzo 2008). Molto ci sarebbe da dire su quei coltivatori di cotone indiani che, se le cose stessero come dice Salamini, non sarebbero falliti (per non parlare di quelli che si sarebbero suicidati) a seguito dei debiti contratti per acquistare i più costosi mezzi tecnici necessari a seguito dell'introduzione del cotone bt.

Quello che colpisce è che Salamini è anche convinto (o così vuol far credere) che conoscendo il genoma della vite (e intervenendo con le opportune modifiche correttive) non esisteranno più malattie. Ma se fosse così creiamo subito la vite Ogm, la Melinda Ogm e, perché no, l'uomo Ogm.

Cosa c'entra Salamini con l'agricoltura trentina?

Torniamo alla Fondazione Mach. Un Salamini che già nel 2003, intervistato dall'Adige, dichiarava a proposito delle linee di ricerca dell'Istituto Agrario di San Michele: 'Non bisogna tralasciare gli Ogm'. Un Salamini che pensa che la ricerca genetica e la biotecnologia applicata possono creare una vite totalmente immune da malattie, cosa andrà a fare a San Michele? Quale 'rapporto con la realtà trentina' si svilupperà? La domanda va girata ancora una volta a trentini come Mellarini e Calliari. Insistiamo: cosa c'entra con il Trentino - al di là del bisogno di lustro per la Fondazione- un Salamini che incarna la filosofia della quantità, del cibo come fabbisogno energetico e proteico, che considera gli Ogm la promessa di salvezza per le sorti magnifiche e progressive dell'umanità? Sono visioni che nella loro dogmaticità non vanno bene neppure nella sua Padania, figuriamoci nel cuore delle Alpi.