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26.4.10

Nuovi impianti: autonomia tradita


FOLGARIA - La portavoce dei 1700 firmatari, Francesca Manzini, si è rivolta così al presidente del Consiglio Provinciale, Gianni Kessler. «Le motivazioni della nostra contrarietà al progetto erano e sono sostanzialmente la sua distruttività per l'ambiente, l'insostenibilità tecnica ed economica, il mancato coinvolgimento delle comunità interessate. Il 3 aprile 2008 l'Ufficio di Presidenza aveva dichiarato l'ammissibilità della petizione e lo stesso Presidente Dellai l'aveva trasmessa alla Terza Commissione Permanente per un rapido esame.
Il previsto iter d'esame era poi sfociato nella relazione stilata dalla commissione competente e sottoposta al consiglio provinciale. Infine l'8 maggio il Consiglio approvava all'unanimità due ordini del giorno (n. 282 e 283) che impegnavano la Giunta provinciale ad opporsi ad un ampliamento dell'area sciabile di Folgaria finalizzato al collegamento con il territorio veneto. Il Consiglio non si è però limitato a condividere le argomentazioni della petizione popolare, ma ha a sua volta lanciato un allarme (odg n. 283) di notevole gravità: "Il collegamento sciistico con il Veneto potrebbe generare un danno di incalcolabile entità per il tessuto turistico ed economico dell'Altopiano".
Dopo tale esplicita e autorevole presa di posizione ci saremmo quindi aspettati - secondo quanto richiesto dallo stesso Consiglio - una radicale revisione del progetto di sviluppo turistico degli altipiani che garantisse la partecipazione delle comunità interessare alla definizione dei piani di sviluppo. Nulla di tutto questo. Infatti, soltanto pochi mesi dopo, il 17 ottobre 2008, la Giunta Provinciale ha approvato il progetto di espansione sciistica verso il Veneto per oltre 70 milioni di euro, mentre in questi giorni apprendiamo che il collegamento Fiorentini-Folgaria, grazie a un modesto stanziamento della Regione Veneto, potrebbe essere presto realizzato».
Scrive Manzini: «A noi, cui è stato insegnato che il Consiglio provinciale è il "Parlamento del Trentino" e quindi il massimo organo rappresentativo e decisionale della Provincia, resta incomprensibile come la Giunta possa, nel giro di pochi mesi, decidere in via autonoma di disattendere gli orientamenti e le raccomandazioni del Consiglio. Poiché non ci risulta che lo Statuto di autonomia della Provincia sia stato oggetto di recenti modificazioni in tal senso, ci rivolgiamo al Suo ruolo istituzionale, nonché alla Sua personale cortesia, affinché venga posto rimedio».
Manzini ricorda che «il consigliere Bombarda che in data 30 marzo 2010 ha presentato un'interrogazione che dovrà avere risposta scritta entro il prossimo 1° maggio. Nell'auspicare che tale risposta non sia evasiva, dilatoria o liquidatoria del problema, da parte nostra Le chiediamo di voler garantire: che venga soddisfatta l'esigenza della trasparenza amministrativa come esigenza dei privati cittadini di poter adeguatamente comprendere le ragioni dei comportamenti della pubblica amministrazione; che venga dato il massimo rilievo a quel "danno di incalcolabile entità per il tessuto turistico ed economico dell'Altopiano" evidenziato dallo stesso Consiglio: a rischio è soprattutto il futuro economico delle nuove generazioni».

fonte: www.ladige.it

21.10.09

Sviluppo «verde» e possibile


LAVARONE - L'opuscolo è stato diffuso in tutto l'Altopiano, dalla fine di agosto a fine settembre: quaranta pagine fatte di analisi e di proposte che l'Associazione «Amici degli Altopiani» propone ai residenti ed ai turisti. «Riflessioni, idee e proposte per un futuro sostenibile» è il sottotitolo. E di carne al fuoco ce n'è veramente tanta.
L'Associazione è stata costituita nel 2007 ed è sorta per iniziativa di un gruppo di persone, residenti e turisti, legati da vincoli di affetto per gli Altipiani situati nel territorio dei comuni di Folgaria, Lavarone e Luserna. «Il progetto - dicono gli organizzatori - è maturato dalla constatazione che l'integrità del patrimonio ambientale e storico degli Altipiani è sempre più gravemente minacciata da un modello di sviluppo economico basato sull'abnorme espansione dell'impiantistica invernale e sulla conseguente speculazione edilizia.
L'Associazione intende agire, attraverso appropriate forme di collaborazione tra residenti e villeggianti, come stimolo nei confronti delle amministrazioni locali affinché maggiormente si impegnino nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio storico e naturale degli Altipiani».
Il volumetto è una tappa importante ed è stato inviato anche ai sindaci, a tutti i consiglieri comunali dei tre Comuni, all'Apt, agli operatori economici, nonché al presidente Dellai ed agli assessori provinciali: «Non si tratta di denunciare e basta, ma di offrire contributi. L'accoglienza, soprattutto a Lavarone, è stata ottima» dicono quelli dell'Associaizone.
La base di partenza è il riconoscimento che la cultura turistica basata solo sullo sci è «un suicidio». Due i punti, secondo l'Associazione: «Gli Altipiani devono rifuggire il turismo di massa, dove quel che conta è la spirale dei prezzi e dei prodotti "di massa". Il modello di sviluppo di impiantisti e immobiliaristi (vedi Malga Laghetto) non porta da nessuna parte. Occorre invece un'offerta turistica di qualità, più completa ed integrata».
Il libretto fa anche esempi concreti: in Alto Adige anche le località più piccole hanno saputo trovare mercato per attività alternative, dalle ciaspole alle piste per slitte d'inverno. E d'estate sono le piste ciclabili e i grandi «tour» per chi cammina nel verde a far la parte del leone, mentre sugli Altipiani arriviamo solo adesso a iniziare a pensarci. «Lo stesso slogan "Montagna con amore" - dicono gli Amici - non è idoneo e non crea identità. Molto meglio recuperare il logo "I Grandi Altipiani Trentini"».
Per l'Associazione va recuperata innanzitutto la vocazione ambientale degli Altipiani: biotopi, sentieri, giardini botanici, il recupero della Strada Imperiale... vanno a braccetto con la necessità di recuperare l'identità storica e culturale della zona. «Stiamo assistendo a una sorta di orgasmo da impianti di sci - è la conclusione - che consuma territorio e spinge la speculazione edilizia. Si può invertire la rotta, si può ottenere molto anche con risorse limitate. Puntando su attività economiche sostenibili (comne il progetto Homefood) e su un diverso approccio alla montagna».

Gigi Zoppello

Fonte: l'Adige del 20.10.2009

1.9.09

Dal Colbricon l'attesa dell'alternativa

COLBRICON - Descrivere la bellezza della riserva naturalistica di Colbricon a parole è togliere qualcosa al privilegio di starci con lo sguardo in volo dentro un orizzonte spettacolare. C'erano tutte le sigle ambientaliste, Mountain Wilderness, Italia Nostra, PrimieroViva, Genius Loci e comitato Pagras, ieri, per festeggiare la sospensione del progetto funiviario che sarebbe dovuto passare lassù, come ci indica Daniele Gubert di PrimieroViva puntando il dito alla cima della Cavallazza, con i primi piloni.
«Stiamo attendendo la definizione di nuove idee partendo dal fatto che da Colbricon non si passa - annuncia all'apertura del forum - ad ottobre chiederemo un confronto in Provincia per capire quale valutazione sia stata fatta all'alternativa di fare partire il collegamento dell'impianto da San Martino fino al Rolle. Speriamo di essere qui il prossimo anno a festeggiare l'archiviazione definitiva del progetto che ha riguardato Colbricon».
Interviene Nicola Chiavarelli con una nota di pessimismo: «Vorrei che ci fosse il coinvolgimento di tutti perché la Provincia non ci proponga una soluzione preconfezionata. Sono socio della Rosalpina e io, come tutti gli altri soci, ho sottoscritto l'aumento di capitale, perché Rosalpina spa è "nostra" e ci sentiamo responsabili. Potrei dire una responsabilità sociale a tutto tondo. Non vorrei che la sospensione del progetto fosse solo "«tecnica" in attesa che le varie società coinvolte ritornino all'attacco».
Flavio Taufer di Genius Loci spiega che la coscienza ecologista è un affare molto costoso: «Ci metti la faccia e impegno. Non è facile trovare persone che partecipino fattivamente, al di fuori delle solite sigle ambientaliste, ai progetti di difesa dell'ambiente». Il consigliere provinciale Roberto Bombarda , promotore della mozione per stop al collegamento, parla delle soluzioni prospettate: «Meno impattante è senza dubbio un impianto di risalita che una cremagliera. La politica questa volta si è mossa e lo ha fatto anche grazie al "fervore di pochi", rappresentata da una sinergia che è andata oltre le sigle ambientaliste locali».
Luigi Casanova di Mountain Wilderness non risparmia l'assessore provinciale agli enti locali Gilmozzi: «Ci ha suggerito di essere "pratici". Noi diciamo che non siamo pratici del caterpillar ma del piccone e della pala. E al governatore Dellai che ha definito gli ambientalisti "saccenti" alla cerimonia di consacrazione delle Dolomiti patrimonio dell'umanità rispondo che siamo tutti uomini umili in lotta per la salvaguardia di questo patrimonio che deve essere sì condiviso ma con un grande senso di responsabilità. Se la Provincia ci aprirà le porte siamo aperti a qualsiasi confronto».

di Nicoletta Brandalise, tratto da l'Adige del 31.08.09

29.8.09

Riserva del Colbricon: una bella vittoria!

Da Colbricon non si passa. Eccoci allora a festeggiare.

A 364 giorni dalla pacifica occupazione della Riserva Integrale di Colbricon, ci incontriamo per un solenne richiamo ai valori della montagna e per ribadire la necessita' di una maggiore attenzione al rispetto dei suoi tesori.

Genius Loci, una bella vittoria!
Da Colbricon non si passa. Eccoci allora a festeggiare.


Un angolo di paradiso al cospetto delle Dolomiti era minacciato da un progetto di collegamento funiviario deturpante, illogico e antieconomico. Dopo anni di lotte, di ricerca di dialogo, d'alleanze tra Associazioni e Comitati, il progetto sara' cancellato.
Un monito per la tutela dei sacri luoghi...
Dolomiti Patrimonio Universale dell'Umanita': una scommessa da vincere per il futuro!

Sabato 29 Agosto 2009 ai Bellotti (Lamon, BL)

C'e' posto per tutti.
Quattro passi a piedi e trascorriamo la giornata e la notte insieme.
Nessun problema per il pernottamento purche' provvisti di sacco a pelo o per chi vuole tenda e il necessario per la sopravvivenza.
Grande fuoco e note musicali.

Domenica 30 Agosto 2009 ai Laghetti di Colbricon (TN)

Dai Bellotti o da qualsiasi altro luogo convergiamo a Colbricon con ritrovo festoso dalle ore 10.00.
E' in programma una session acustica musicale aperta alla partecipazione...
ore 11:30: FORUM APERTO - il punto sulla situazione, prospettive, idee, suggerimenti.
A seguire pranzo al sacco con scambio e assaggio di prodotti e bevande DOC (chi lo desidera porti anche il necessario per un brindisi, strumenti musicali, striscioni, bandiere...)
La festa si svolgera' con qualsiasi condizione meteorologica.

Come arrivare e ulteriori informazioni: vedi volantino disponibile all'indirizzo:
http://www.primieroviva.it/files/G2009A5m.pdf [1.3 Mb]

15.7.09

No al collegamento funiviario San Martino / Passo Rolle


Iniziativa del Comitato e degli ambientalisti a tutela del Parco naturale

Questa mattina, in piazza Dante a Trento sotto il palazzo della Regione, una cinquantina di persone ha aderito all’appello promosso dal Comitato Primiero Viva per la salvaguardia del Parco naturale Paneveggio - Pale di San Martino che sarebbe sfregiato dall’impattante progetto di collegamento funiviario San Martino – Passo Rolle.

Il progetto, in cantiere da 10 anni, già in passato è stato contestato più volte dal comitato e dalle realtà ambientaliste trentine e bellunesi grazie anche alla mobilitazione diretta come il campeggio dello scorso anno con l’occupazione della riserva integrale del Colbricon.

Secondo Daniele Gubert, portavoce del comitato, “nonostante il largo dissenso della comunità del Primiero e le enormi difficoltà nel reperire i fondi necessari alla sua realizzazione, il progetto trova nella lobby degli impiantisti del Primiero, appoggiati dal Presidente della Provincia Dellai, gli unici sostenitori rimasti.”

All’interno del Consiglio provinciale però una mozione del verde Roberto Bombarda chiede la sospensione dell'iter del contestato progetto, per aprire finalmente un ampio e partecipato tavolo di confronto che individui soluzioni diverse, ambientalmente compatibili e specialmente sostenibili dal punto di vista economico.

Tra le varie realtà presenti e contrarie al collegamento (Mountain Wilderness, la SAT, Italia Nostra, WWF, Legambiente, il Comitato Prà Gras di Belluno), Officina Ambiente denunciava attraverso uno striscione come le Dolomiti, nonostante il riconoscimento di “Patrimonio dell’Umanità” da parte dell’UNESCO, non siano realmente considerate tali dalla Provincia di Trento che continua, imperterrita, in una politica miope di ampliamento delle aree sciabili favorendo, con lauti finanziamenti, gli impiantisti interessati a far diventare il Trentino un enorme “luna park” invernale.

Secondo Luigi Casanova, di CIPRA Italia, “siamo di fronte ad una vicenda Alitalia in salsa trentina che nasconde ai cittadini troppa ipocrisia. Siamo in presenza di un progetto, che in quanto tale non è sostenibile ed è privo di logica. Il collegamento avrà un senso solo se sarà attrezzato di una nuova pista, una pista che inevitabilmente sconvolgerà ogni assetto paesaggistico e storico dell’area di Colbricon. Il collegamento, come proposto, è anche un non senso in termini di mobilità alternativa. Ma è la parte finanziaria che deve preoccupare i cittadini trentini. Stiamo rischiando di avventurarci in una vertenza Alitalia di valle.”

La corrispondenza con Francesca Manzini di Officina Ambiente

13.7.09

Martedì 14 luglio: Presidio per la salvaguardia della Riserva di Colbricón

Officina Ambiente aderisce al presidio organizzato da Primiero Viva e invita tutti coloro, che credono realmente che le Dolomiti siano un patrimonio dell'umanità da difendere partendo proprio dal bloccare i progetti devastanti come questo, a fare altrettanto.
Di seguito l'appello.

Cari amici,

martedì 14 luglio sarà discussa in Consiglio provinciale una mozione di Roberto Bombarda che chiede la sospensione dell'iter del contestato progetto di collegamento funiviario tra San Martino di Castrozza e Passo Rolle, per aprire finalmente un ampio e partecipato tavolo di confronto sulle alternative possibili.

A sostegno di questa istanza chiamiamo a raccolta chiunque abbia a cuore le sorti della Riserva integrale di Colbricón e condivida le ragioni della nostra battaglia in favore del Parco naturale Paneveggio - Pale di San Martino.

L'appuntamento è a Trento, in p.zza Dante dalle ore 9:15 in poi per una pacifica manifestazione davanti al palazzo della Regione, con bandiere e striscioni.

Info:
l'ordine del giorno della seduta è disponibile qui.


PrimieroViva
Info: 335.1281488 e 347.7925717 + genius@alpz.net

Ma il «marchio» Unesco è anche un'opportunità

Una parte dell'associazionismo ambientalista e personalità del mondo culturale hanno accolto con scetticismo l'inserimento delle Dolomiti nella lista Unesco dei patrimoni naturali dell'Umanità. Le ragioni di tanta diffidenza sono profonde. Nascono dal vizio d'origine di tutto il progetto: le istituzioni hanno tenuto segregato tutto l'iter della candidatura, hanno di fatto impedito ogni processo partecipativo e conoscitivo, il disegno è stato imposto.
Il risultato raggiunto, una tutela a macchia di leopardo, che trascura rocce eccelse delle Dolomiti, come il Sassolungo, i gruppi del Sella, del Cristallo, le Tofane, la Civetta, l’Antelao, non possono che confermare le perplessità. Sono gruppi cancellati dalla proposta perché coinvolti in attenzioni dello sviluppo di aree sciistiche. In modo sbrigativo ci è stato spiegato che l’Unesco voleva leggere norme capaci di tutelare effettivamente i territori candidati e che era necessario investire solo su parchi o rete natura 2000. Ma qualunque persona dotata di buon senso capisce che 228 norme diverse fra Stato, Regioni e province nulla tutelano e rappresentano solo un pasticcio all’italiana. Troppi parchi esistono solo sulla carta, l’esempio Trentino è efficace. Come possa un parco permettere la costruzione dei collegamenti sciistici Pinzolo-Campiglio, o San Martino-Passo Rolle, o l’attività estrattiva in Val di Genova senza perdere credibilità e dignità i politici ce lo devono spiegare. Come si possa poi proporre l’attività venatoria ai tetraonidi, o ai mustelidi, fin dentro i parchi e avere il coraggio di suggerire di aprire la caccia nelle servitù demaniali senza far crollare ogni minima credibilità residua anche deve far riflettere sulla coerenza di questi enti (Trento e Bolzano). Le stesse dichiarazioni di tutti i politici, dopo la conferma di Siviglia, non possono che preoccupare. L’incredibile e buffa gara di località, tutte forti (Bressanone, Cortina, Corvara) per ospitare la fondazione costruiscono la conferma: con l’Unesco si è cercato solo il marchio turistico. Le località candidate non offrono segnali basati sul turismo sostenibile: hanno investito nell’assalto alla montagna con la semplificazione imposta dalla monocultura turistica, o hanno costruito il turismo sulle seconde case abbandonando le tradizionali cure che i montanari dedicavano al loro territorio. Confermate le perplessità non vi è dubbio che le Dolomiti patrimonio naturale rappresentino per l’ambientalismo un nuovo percorso, un nuovo impegno. Per fare questo è necessario mettere in secondo piano i limiti (mai dimenticarli) ed investire nelle opportunità. È compito dell’ambientalismo unito sviluppare l’ambito culturale diffuso in Dolomiti, uno straordinario insieme che per secoli hanno permesso la convivenza solidaristica di diversità linguistiche, sociali, istituzionali, naturali. È necessario un impegno continuo per ricostruire l’identità delle popolazioni dolomitiche cercando di recuperare quanto distrutto in determinate zone e di difenderla dove ancora presente. È necessario ritornare a offrire attenzione al territorio, alla cura del dettaglio e solo il mondo contadino può dare risposta a questa esigenza, per costruire sicurezza, paesaggio e produzioni naturali. È anche doveroso da parte dell’ambientalismo dolomitico investire in cultura, in progetti nel sociale: la montagna non può essere indebolita da logiche contabili nell’offerta di servizi, sanità, formazione, lavori d’eccellenza, diffusione di sapere, qualità del vivere. L’ambientalismo non può essere lasciato solo in questi percorsi nuovi, ha bisogno di essere affiancato dal mondo sindacale, finora assente dal dibattito, e dal sostegno dell’imprenditoria diffusa, quella che costruisce e mantiene identità, quella che diffonde e struttura valore aggiunto, quella che produce lavoro stabile e sa investire nelle filiere del legno, dell’artigianato artistico, del turismo, dell’agricoltura per fare dialogare questi mondi oggi frantumati da politiche accentratrici e prive di lettura di contesto. Sono scenari inesplorati per una cultura, quella ambientalista, costretta dalla speculazione e dalla debolezza dell’indirizzo politico ad una severa azione di tutela del territorio, di denuncia, di conflitto. Ma un simile impegno costruisce un nuovo profilo che aiuterà tutte le componenti sociali a definire il ruolo della montagna nel futuro. Questa proposta di lavoro va affrontata in tempi stretti: le crisi, economica e climatica ormai consolidate, nonostante alcuni politici troppo ottimisti ancora convinti di poter proporre i modelli di sviluppo della società consumistica le neghino, imporranno a tutti noi radicali mutamenti del modo di vivere e di leggere i territori. Nonostante i limiti l’attenzione dell’Unesco rivolta alle Dolomiti ha portato su noi tutti nuove prospettive di lavoro, opportunità che l’ambientalismo ed i comitati di base non possono lasciare cadere. Se ci addentriamo in questi percorsi abbiamo la possibilità di far maturare, in tempi brevi, le tracce fondanti per le Dolomiti perché vengano riconosciute patrimonio anche culturale dell’umanità e quindi a veder superati i tanti limiti oggi presenti.

Luigi Casanova
Vicepresidente di Cipra Italia

1.7.09

Il riconoscimento Unesco non salva le Dolomiti

Solamente delle menti raffinate con l’ausilio di un poderoso supporto politico potevano raggiungere un traguardo così ambizioso: Dolomiti patrimonio dell’umanità! Dopo 5 anni di duro lavoro sono state scelte e «sacrificate all’intoccabilità» alcune vette prestigiose e di grande richiamo che però per quanto riguarda gli interessi legati agli impianti di risalita contano poco o nulla (eccezione fatta per la Marmolada, per la quale i registi dell’operazione prima di fare partire la richiesta di riconoscimento da parte dell’Unesco, hanno pensato bene di ottenere le necessarie autorizzazioni di ricostruire tutti gli impianti - in Veneto e in Trentino - anche con delibere di legittimità molto dubbia, blindando in questo modo l’accesso alla Regina delle Dolomiti). Chi ha lavorato per l’ambito riconoscimento, ha evitato con estrema cura e attenzione di inserire fra le varie aree e gruppi montuosi da sottoporre a vincolo, quelle dove gli interessi legati allo sviluppo degli impianti di risalita sono reali e pesanti. Protezionismo ambientale senz’altro, purché questo non crei al manovratore ostacoli di alcun tipo per la situazione esistente o per qualsiasi programma di sviluppo futuro. Qualcuno si è chiesto come mai non siano stati sottoposti a vincolo il gruppo del Sella, le Tofane, il Sassolungo e il Monte Cristallo? E questi solo per citare i primi gruppi dolomitici che mi vengono in mente. La risposta è abbastanza semplice. Le aree sciistiche più interessanti e di maggior pregio potranno continuare a svilupparsi e aggiornarsi senza incontrare particolari impedimenti, godendo peraltro dell’enorme ricaduta mediatica ottenuta con il riconoscimento delle Dolomiti (tutte) patrimonio dell’umanità. Chapeau!

Filippo Graffer - L'Adige, 1 luglio 2009

30.6.09

Dolomiti riconosciute patrimonio Unesco

Daidola: «Buffonata fatta per motivi turistici»

Le Dolomiti sono entrate a fare parte del patrimonio dell'umanità: un riconoscimento che non per tutti sarà sinonimo di sviluppo sostenibile e tutela dell'ambiente. Anzi. Questo passaggio - mette in guardia una voce fuori dal coro - diventerà facile «alibi» per giustificare altre «marachelle». La voce è quella di Giorgio Daidola, docente di scienze economiche e statistiche all'Università di Trento, alpinista esperto ed appassionato di montagna, che guarda con sospetto alla decisione dell'Unesco di accogliere la candidatura presentata dalle cinque province. «Io credo - disse un paio di mesi fa - che per fare delle Dolomiti un'area di turismo sostenibile, quindi non legato alla tecnologia, allo sci di massa - che in parte ha ucciso il fascino di quelle montagne - sia necessario investire sulla sostenibilità. Altrimenti diventa semplicemente una trovata commerciale per attrarre più turisti».

Professor Daidola, le Dolomiti sono state riconosciute all'unanimità dai ventuno membri della commissione Unesco patrimonio del mondo. Già nei mesi scorsi lei aveva messo in luce il rischio che si trattasse solo di un marchio economico. «Ah, è stata accolta. Rimango della medesima opinione, comunque mi sembra che tutto proceda su due piani in Trentino. Si dicono delle cose e poi se ne fanno altre. Come è ammissibile una cosa del genere, quando si è dato il via a fare un collegamento come quello di San Martino, che attraversa un parco naturale. Se non è una contraddizione questa. Mi pare proprio che questa sia una buffonata».

Non crede, dunque, che potranno esserci ricadute positive in termini di sviluppo sostenibile. «Tutto questo è stato fatto solo per motivi turistici e commerciali e lascia stupiti che una organizzazione come l'Unesco conceda questo riconoscimento senza porre paletti precisi. Non mi pare certo un marchio che sia garanzia di comportamenti sostenibili. Posso capire che si parli di patrimonio dell'umanità perché le montagne, per fortuna, sono bellissime, sono uniche e sono di tutti. Ma il modo in cui è gestito l'ambiente non è certo quello che si dovrebbe adottare».

Lei dice che ci saranno ricadute solo sul piano economico: chi ci guadagna, dunque? «Ci guadagna l'establishment, questo sistema economico drogato che si nutre di queste cose. E poi diranno anche che sono molto bravi, perché sono sensibili ai problemi ecologici, ma quando è il momento di adottare le decisioni fanno il contrario. Anzi, questo riconoscimento servirà loro per giustificare ancora di più le "marachelle"».

Si sarebbero creati un alibi?
«Sì, esattamente. Questo mi pare alquanto possibile».

Furono gli ambientalisti, però, i primi a proporre questa candidatura: non ritiene che possa portare ad un turismo sostenibile?
«Tutto dipende dal controllo che saprà fare l'Unesco: se pone dei limiti a questo sfruttamento della montagna, soprattutto di quella invernale. Certamente questo riconoscimento avrà dei riflessi positivi in termini di immagine, sarà un argomento in più dal punto di vista pubblicitario e promozionale. Ma il fatto che l'Unesco abbia concesso questo riconoscimento senza porre vincoli precisi mi pare indice di poca serietà».

Associazioni ambientaliste: «Non sia solo un marchio di mercato»

Le associazioni ambientaliste Mountain Wilderness, Legambiente e Cipra Italia si sono incontrate ieri a Pieve di Cadore: al centro il riconoscimento delle Dolomiti patrimonio naturale dell'Unesco. Occasione per fare festa. Ma non solo. «Ci sono anche delle preoccupazioni. Non si vorrebbe che le Dolomiti tutelate dall'Unesco - spiega Luigi Casanova a nome delle associazioni - venissero ridotte ad un semplicistico marchio turistico, di mercato. Le Dolomiti dovranno divenire un laboratorio sociale di eccellenza. È anche evidente - precisa - che l'Unesco non porta alcun vincolo su questi territori. Abbiamo saputo oggi che ci sono ben 228 normative diverse che interessano la gestione dei territori». Da qui l'invito a «superare una simile frammentazione per costruire anche in questo caso un disegno unitario che porti nelle cinque realtà norme comuni, condivise, efficaci nella tutela del territorio e nel rafforzamento dei valori». Dalle associazioni ambientaliste anche la richiesta di un maggiore coinvolgimento: «La candidatura fu lanciata il 1° novembre 1987 a Biella, all'assemblea costituente di Mountain Wilderness - ricorda Casanova - Noi delle popolazioni dolomitiche ora siamo anzitutto consapevoli di essere patrimonio dell'umanità, quindi su di noi ricade una responsabilità importante. Questo passaggio di responsabilità è un dato culturale che avrà ripercussioni importanti sia nell'immediato che nel futuro. Certo - sottolinea - c'è la consapevolezza dei limiti di questo percorso, non ci ha soddisfatto il discorso sul piano partecipativo. L'associazionismo ambientalista e i comitati che lavorano sul territorio delle cinque province - afferma -chiedono con forza alle istituzioni provinciali di essere coinvolti come protagonisti nella futura pianificazione della gestione di questo patrimonio collettivo. Cosa che finora non c'è stata. Il secondo passaggio riguarda la coerenza: se siamo patrimonio dell'umanità lo dobbiamo dimostrare con i fatti. Le associazioni - ricorda - si sono poi incontrate per definire i prossimi passi, le tappe di questo lungo ed entusiasmante viaggio istituzionale e culturale. Assieme ai sindaci del Cadore e delle Dolomiti intere dimostreranno che la sostenibilità dello sviluppo non è uno slogan, ma si articola in processi che porteranno nelle vallate qualità del vivere, del lavoro e dell'ambiente naturale».

L'Adige, 28 giugno 2009

Collegamento San Martino-Rolle, stop forzato

PRIMIERO - Senza i 5 milioni necessari, si faranno solo la ricapitalizzazione e la fusione

Progetto accantonato, non rinnegato. Ma almeno per ora, e certamente fino al 2010, non saranno intaccati i fianchi della Cavallazza, né sorvolata la cima del Colbricon per portare gli sciatori da S. Martino di Castrozza e Passo Rolle e viceversa. Dopo mesi di tira e molla, dopo aver giocato tutte le carte possibili per tentare di raggranellare i 5 milioni privati necessari ad attuare il protocollo d'intesa, il Cda di Nuova Rosalpina spa, gli impiantisti, gli investitori privati e la parte pubblica hanno finalmente preso atto che, per ora, il collegamento non si fa. Una vittoria almeno temporanea per gli ambientalisti e quegli imprenditori che non hanno condiviso fin dal principio il progetto, così come proposto. La svolta è di questi giorni: tra la Provincia e i protagonisti locali dell'operazione si sono tenuti molti incontri per verificare come uscire da una situazione difficile, salvando la Nuova Rosalpina e arrivando a fonderla con la Siati, senza stracciare il protocollo d'intesa. Alla fine, da parte della Provincia è arrivata la conferma che possono restare accantonati i dieci milioni di partecipazione pubblica previsti per la realizzazione del S. Martino-Rolle, mentre in valle Comuni e privati si danno da fare per ricapitalizzare Siati (operazione già a buon punto) e Nuova Rosalpina. In particolare, per quest'ultima, resta confermato quanto già stabilito nel protocollo: servono due milioni di euro d'immediata ricapitalizzazione, per evitare che i libri siano portati in tribunale. E questi soldi devono arrivare dagli imprenditori soci della spa. A questo proposito, il Cda ha scritto a tutti coloro che avevano firmato il modulo di preadesione alla ricapitalizzazione da 5 milioni, chiedendo di versare in tutto o in parte la cifra per cui si erano già impegnati. Ma aderiranno, i sostenitori del collegamento, ad una ricapitalizzazione che può sembrare la copia di quella già avvenuta cinque anni fa? Secondo il presidente della Comunità di Primiero, Cristiano Trotter , la situazione è diversa da allora, perché il protocollo resta confermato in tutte le sue parti. «Non è un salvataggio fine a se stesso - spiega Trotter -, ma mirato alla fusione delle società entro l'anno. Il progetto di fusione è pronto, la volontà di fare questo passo già manifestata dalle rispettive assemblee. La differenza rispetto a cinque anni fa è proprio questa: allora il progetto di fusione era campato in aria, oggi è concreto e preliminare ad un progetto di sviluppo». La ricapitalizzazione di Nuova Rosalpina spa è sempre più urgente. All'interno della società, in questi giorni, qualcuno ha iniziato a spingere per portare i libri in tribunale: l'ipotesi è quella di un fallimento pilotato per poi far rilevare la società da un pool di imprenditori motivati a rilanciarla. «Probabilmente, dal punto di vista meramente privatistico e industriale - commenta Trotter -, questa potrebbe essere una soluzione valida. Ma dobbiamo pensare che le società impiantistiche gestiscono buona fetta dell'economia della valle. E quindi non possiamo fare salti nel buio». Passeranno comunque molti mesi prima che si riparli di collegamento impiantistico in termini pratici. E il progetto, nel frattempo, potrebbe essere accantonato o modificato.

Mozione in aula il 14 luglio
Oltre al fallimento della raccolta di 5 milioni di capitale privato, sul progetto di collegamento impiantistico pesano decisioni politiche. Bisogna infatti vedere cosa accadrà in consiglio provinciale quando, il 14 luglio, sarà discussa la mozione presentata dal verde Roberto Bombarda, che mira a sospendere il progetto e ad aprire una fase di confronto per individuare soluzioni diverse, ambientalmente compatibili e sostenibili dal punto di vista economico. E chissà che anche il riconoscimento delle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, avvenuto ieri a Siviglia, non giochi una parte in tutto questo. In fondo, le Pale di San Martino, da ieri bene universale, sono così vicine...

L'Adige, 27 giugno 2009

22.6.09

L’Apt non «sale» sul collegamento

Non aderirà al protocollo d’intesa per l’impianto San Martino-Rolle

PRIMIERO - La decisione? Quella di non decidere. Troppo pochi, rispetto alla portata della scelta, i soci dell'Apt presenti l'altro ieri all'auditorium di Primiero. I soci dell'Azienda per il turismo San Martino di Castrozza, Primiero e Vanoi sono 409, in sala ce n'erano 107, con 31 deleghe. La decisione all'ordine del giorno, impegnativa e «politicamente» delicata, era quella di aderire al protocollo d'intesa per lo sviluppo del collegamento impiantistico San Martino-Rolle e la messa in rete delle aree sciabili, investendoci adeguate risorse finanziarie. Un protocollo che mobiliterebbe oltre 22 milioni di euro, in gran parte pubblici. Il guaio è che sui 5 milioni di capitale privato previsti, mancano all'appello 500 mila euro. Aggiungici il fatto che, ogni giorno che passa, crescono i dubbi non tanto sulla necessità del collegamento, ma sul come realizzarlo, cioè sul progetto proposto, e si intuisce subito che per l'Apt, pur chiarite le perplessità sulla possibilità giuridica di intervenire nella ricapitalizzazione di una società terza (Nuova Rosalpina spa), di una materia che scotta si trattava. L'Apt, spiega il presidente Antonio Stompanato , è stata stimolata ad intervenire con mezzi propri da Marino Simoni , sindaco di Transacqua, quindi da più di un rappresentante delle categorie economiche. Ne ha discusso prima il cda, dove i dissensi, con velate minacce di dimissioni in caso di adesione, non sono mancate. E saggiamente, il presidente ha suggerito di convocare l'assemblea dei soci. Ma il numero dei presenti ha condizionato il confronto e non si è andati a votazione. L'esito, per altro, sarebbe stato incerto, con il rischio di spaccature. Stompanato non ha nascosto la delusione e ha interpretato le assenze come non favorevoli a condividere il protocollo e l'eventuale partecipazione finanziaria al progetto da parte di Apt. «Non interveniamo quindi in questa fase» ha detto il presidente dell'Apt «e non facciamo nostro il protocollo, valutando un'altra scelta se si dovesse parlare in seguito solo di salvare e ricapitalizzare Nuova Rosalpina. Ci asteniamo dall'intervenire anche per salvaguardare l'integrità di Apt». In effetti, viste le difficoltà che incontra il progetto, la prospettiva di concentrare gli sforzi economici nel salvataggio di Nuova Rosalpina è lo scenario più concreto. L'ha fatto intendere anche il presidente della società impianti, Pierleonardo Bancher , presente in sala. Ma quante risorse servirebbero per ricapitalizzare la spa? «Due milioni di euro» ha risposto Alberto Scalet , vicepresidente di Nuova Rosalpina. La sollecitazione dell'Apt ai soci è di intervenire nel salvataggio della società, strategica per «vendere» la località nella stagione invernale. Simoni si è detto dispiaciuto, alla fine, che l'Apt non si sia messa in gioco, ma si è detto d'accordo sulla necessità di ristudiare il progetto di collegamento, anche per non vanificare lo sforzo fatto nella raccolta fondi. Sono intervenuti una quindicina di soci, tra cui Giacomo Simion e Daniele Gubert . Questi è stato chiaro: «Se si dovesse decidere di sospendere questo progetto di collegamento per trovare un'altra soluzione condivisa, sono disponibile a partecipare personalmente al salvataggio di Nuova Rosalpina».

L'Adige, 20.06.2009

Vedi anche:

Collegamento San Martino-Rolle

10.6.09

San Martino – Rolle...una vicenda Alitalia in salsa trentina

di Luigi Casanova
vicepresidente di CIPRA Italia

Cavalese, 7 giugno 2009.

Nei prossimi giorni il Consiglio Provinciale è chiamato a discutere una mozione presentata dal consigliere dei Verdi Roberto Bombarda riguardo il progetto di collegamento di San Martino di Castrozza all’area sciabile del passo Rolle. Il consigliere chiede una sospensiva del progetto e l’apertura di una fase di confronto (che gli ambientalisti stanno chiedendo da dieci anni e sempre negata dalla giunta Dellai) che individui soluzioni diverse, ambientalmente compatibili e specialmente sostenibili dal punto di vista economico.
La vicenda di questo collegamento nasconde ai cittadini troppa ipocrisia. Siamo in presenza di un progetto, che in quanto tale non è sostenibile ed è privo di logica.
Il collegamento avrà un senso solo se sarà attrezzato di una nuova pista, una pista che inevitabilmente sconvolgerà ogni assetto paesaggistico e storico dell’area di Colbricon. Il collegamento, come proposto, è anche un non senso in termini di mobilità alternativa. Ma è la parte finanziaria che deve preoccupare i cittadini trentini.
Stiamo rischiando di avventurarci in una vertenza Alitalia di valle.
Dei 25 milioni di euro del costo, ben venti saranno attinti dalle casse della Provincia. Agli operatori turistici del Primiero era stato chiesto di versare quanto rimaneva, cinque milioni di euro. Questi operatori hanno dimostrato di non credere alla operazione proposta, nonostante le pressioni subite, e così hanno evitato di versare le quote.
Quanto manca dei versamenti privati si è deciso di reperirlo presso enti pubblici, la società idroelettrica locale, dalla Azienda di promozione turistica, attraverso ulteriori versamenti dei comuni, e con il discutibile, dal punto di vista etico, intervento della locale cassa Rurale. Chi sostiene il progetto omette di chiarire come tutte e tre le società sciistiche locali rischino la procedura fallimentare, abbiano dimostrato nell’arco di dieci anni totale incapacità nel rendere sostenibile la locale industria dello sci.
L’indebitamento complessivo sfiora ormai i venti milioni di euro, quanto proposto è un passaggio da irresponsabili. Si omette di informare che non appena costruito il collegamento sarà necessario pensare alla nuova pista (altri dieci milioni di euro) e in tempi brevi si dovrà mettere mano alla riqualificazione strutturale di tutto il sistema, dalla Tognola agli impianti di Ces.
La spesa prevista in cinque anni è di ulteriori 30 milioni di euro. Sono cifre da capogiro e tale situazione deficitaria, tale assenza di informazione corretta verso noi utenti che paghiamo le tasse, è inaccettabile.

Per questo motivo è necessario che i consiglieri provinciali, tutti, riflettano. In Primiero gli operatori turistici seri ammettono l’inutilità del collegamento proposto, sanno che il nodo del problema risiede nella incapacità imprenditoriale degli amministratori delle tre società, sa che il turismo, specie estivo, ha bisogno di ben altre proposte e specialmente vive di paesaggio e di natura, di investimenti culturali nel parco.
Tanti operatori turistici del Primiero sanno che l’operazione sarà solo un primo salasso di soldi pubblici e che in tempi molto brevi sarà necessario ricorrere ad ulteriori aumenti di capitali. Proprio la delicatezza della situazione, sia economica che ambientale, impone una riflessione più seria e completa sulla intera operazione.
Sono questi i motivi che portano noi ambientalisti a sostenere con forza la proposta di sospensiva avanzata dal consigliere Bombarda, una proposta che nasce dal buon senso e dalla necessità di un coinvolgimento più trasparente di tutti i soggetti interessati alla gestione corretta di un territorio tanto delicato e affascinante.

DIFFUSO DAL COMITATO PRIMIERO VIVA

Vedi anche:
collegamento San Martino-Rolle

9.4.09

Primiero: in consiglio comunale nove no al protocollo

FIERA DI PRIMIERO - Si è sfiorata l'unanimità, per affossare il protocollo d'intesa sulle aree sciistiche con il quale si vuole dare ossigeno alle moribonde società impiantistiche di Siati e Rosalpina, portandole alla fusione, e realizzare il collegamento con passo Rolle.
Il consiglio comunale di Fiera di Primiero - usciti dall'aula il sindaco Daniele Depaoli (vicepresidente di Siati), l'assessore Erwin Filippi e il consigliere di maggioranza Luigi Boso (coinvolti nello studio d'impatto ambientale) - non ha avuto dubbi: questa impostazione del problema non funziona, per un sacco di motivi. Da ottobre se ne discuteva, mai però si era arrivati a una presa di posizione finale.
Degli undici rimasti in aula, solo due, Giuliano Gubert della maggioranza e Giuliano Baggetto del gruppo di minoranza, hanno votato a favore del protocollo. Nessun astenuto, tutti gli altri nove sono contrari. Era nell'aria; anche se non in termini così perentori.
La piccola ma centralissima Fiera, ultima a dover deliberare su questo argomento, rischia con questa sua mossa di rilanciare in un'altra ottica l'intera questione, dando forza a quelle contestazioni al progetto finora rimaste nel limbo o esplicitate solo per bocca di un pugno di contrari. Al di là del risultato finale della votazione, pesa il documento sottoscritto dai cinque membri della maggioranza: il vicesindaco Francesca Franceschi , l'assessore Giacomo Simion e i consiglieri Riccardo Debertolis, Fiorella Broch e Stefania Lott .
È una disanima a tutto tondo, che contesta un tale impegno finanziario (22 milioni complessivi) in un momento di crisi, i costi di gestione sommati al forte indebitamento, la poco condivisione al progetto da parte di molti operatori economici della valle e l'etichetta di «mobilità alternativa» appiccicata al progetto. Per non parlare dell'ormai nota questione ambientale.
«Siamo favorevoli al collegamento, ma non a quello ipotizzato da tale protocollo. Ci auguriamo che la Comunità di valle consideri altre possibilità meno impattanti, più economiche e condivise». La stessa conclusione che era stata ipotizzata dai Comuni per bocca del presidente del comprensorio Cristiano Trotter a maggio scorso, in occasione dell'assemblea di Rosalpina, e che aveva scatenato la veemente reazione dei privati. Anche la minoranza di Bruno Simion , escluso come detto Baggetto, è su questa linea; rimarca «l'assenza di un progetto unitario di messa in rete delle aree sciistiche», sottolinea «le criticità dell'attuale soluzione progettuale e la mancanza assoluta nel protocollo di interventi infrastrutturali e di servizi primari necessari alla località di San Martino di Castrozza». A latere, la posizione del primo cittadino che se avesse potuto votare avrebbe detto «sì» al protocollo.

Fonte: l'Adige del 9.04.09

31.3.09

La responsabilità degli impiantisti

di Pierangelo Giovannetti, direttore de l'Adige
fonte: l'Adige del 29.03.09

La stagione sciistica 2008-2009 si ricorderà come una delle migliori degli ultimi decenni, con il record di tredici metri di neve caduta, impianti aperti fino a oltre Pasqua, crescita dei fatturati in media del 15-20% (con punte fino al 40%), sciatori sulle piste da novembre a fine aprile senza bisogno di neve artificiale. Bilanci da record, insomma. Ma ancor prima di cominciare a tirare le somme e a mietere gli utili, gli impiantisti sono partiti in quarta a batter cassa in Provincia per riscuotere la consueta spremuta di milioni pubblici a cui sono abituati.
La giunta provinciale, si sa, da tempo sostiene la tesi che gli impianti di risalita vanno intesi come trasporto pubblico, alimentano il turismo e generano indotto, e da soli senza il sussidio del contribuente - tranne i grossi caroselli come il Dolomiti Superski - non stanno in piedi.

È questa la premessa che sta alla base del progetto di «provincializzare» gli impianti, a cominciare dal Bondone che fa capo alla famiglia di Ernesto Bertoli, «padrone» di Folgarida Marilleva, che a sua volta detiene il 41% delle funivie Campiglio, gli impianti di Pejo, eccetera, eccetera. Si può discutere o meno se sia giusto finanziare con soldi pubblici gli impianti di risalita che non sanno stare sul mercato.
La Provincia ritiene di sì, gli imprenditori che se la sfangano da soli con il rischio d'impresa un po' di meno, ritenendo l'intervento provinciale una concorrenza sleale. C'è una conseguenza però di questa «statalizzazione» degli impianti: il venir meno della responsabilità imprenditoriale. La sicurezza del salvagente della Provincia che copre sempre le perdite garantendo invece agli impiantisti di riscuotere gli utili quando vi sono, infatti porta a dimenticare le regole del mercato. Tanto, se gli affari vanno bene, si distribuiscono i dividendi. Se gli affari vanno male si fa a riscuotere a piazza Dante.

È questa mentalità che è alla base del crac di Aeroterminal, la rischiosa e improvvida operazione speculativo-finanziaria, messa in campo a Venezia dagli impiantisti di Folgarida e Marilleva guidati da Ernesto Bertoli, ora arrivata al capolinea con un'esposizione di 100 milioni di debiti, tra passaggi di proprietà e plusvalenze di decine di milioni di euro intascati da privati, scatole cinesi in cui sono spariti soldi, e denunce e controdenunce su cui sta indagando ora la Procura della Repubblica.
L'«affare» immaginato dagli impiantisti solandri, dai grandi appetiti finanziari ma dall'altrettanto grande sprovvedutezza nella gestione dei soldi (buona parte dei quali pubblici, dei Comuni e delle banche solandre e nonese), si è impantanato nelle sabbie lagunari. Ma ora il buco di Aeroterminal, frutto di scelte sconsiderate e giochi poco chiari, rischia di trascinare a fondo la società madre Folgarida e Marilleva, e l'economia di un'intera vallata con danni sociali ed economici pesantissimi per tutti. Ecco allora che, ancora una volta, a coprire i debiti viene chiamata in causa la Provincia, con iniezioni di milioni per tamponare le falle di una cattiva gestione privata.

Salvare l'economia di una valle è giusto. Evitare che intere comunità siano travolte dalla dissennatezza di alcuni privati, va bene (anche se c'è da domandarsi dov'erano questi Comuni quando c'era da controllare come venivano amministrati i soldi e decisi gli investimenti). Ma non può essere che chi ha determinato la voragine, incassi ancora una volta, e tutto resti come prima. In questa Autonoma Provincia, che il resto d'Italia invidia per la disponibilità di risorse, il principio di responsabilità si è da troppo tempo appannato. Quando si verificano buchi di malagestione e incapacità imprenditoriale (come nel caso anche del caseificio di Fiavé), nessuno è responsabile. È ora di tornare a rimetterlo al centro. E se la Provincia ritiene di «salvare» le funivie Folgarida e Marilleva dai sigilli della bancarotta, va bene. Ma gli azionisti privati causa di questo crac, devono uscire definitivamente di scena, assumendosi la loro responsabilità e pagando di tasca propria, non ancora una volta con i soldi della collettività. La vicenda Aeroterminal è un caso emblematico di come troppe garanzie pubbliche finiscono per uccidere lo spirito di imprenditorialità. O meglio, lo alimentano con i soldi degli altri, secondo la nota massima «perdite pubbliche, profitti privati».
Non può più accadere che chi gestisce un impianto di risalita in val di Sole, con bilanci in attivo, si sogni di investire in terreni e compravendite e ristorni immobiliari, perché tanto se va male, è la Provincia a pagare. Stavolta l'intera comunità trentina si attende dal governatore Dellai e dalla sua giunta una scelta esemplare.
p.giovanetti@ladige.it

Sulla questione soldi agli impiantisti vi consigliamo di leggere:


25.3.09

Pinzolo-Campiglio, ambientalisti furenti

Con questa lettera le scriventi associazioni esprimono un sentimento di amarezza, perché il Comune di Pinzolo e la Giunta Provinciale di Trento alla fine hanno veramente deciso di riempire, e così rovinare, il paesaggio, unico al mondo e denso di significati storici e culturali, dell'area di pregio che gravita intorno alla Val Brenta, di nuovi impianti di risalita e piste da sci.
Questo intervento di grande impatto paesaggistico, nato con la vecchia logica del turismo dello sci di massa, ma in presenza di un mercato dello sci bloccato, che non conosce più crescita o espansioni possibili, è stato deciso senza una vera partecipazione popolare.
Questo ci pare, se possibile, anche peggio dell'impatto stesso sulla natura e sul paesaggio e dell'iter procedurale, che a nostro avviso viola la logica giuridica: la comunità della Val Rendena e la comunità trentina non hanno, come in molti altri casi, costruito alcun percorso di partecipazione e confronto pubblico su scelte di carattere urbanistico, di carattere economico e sociale di forte impatto.
È avvenuto qui quello che è avvenuto per altri casi di interventi pesanti sul territorio e sugli assetti economici, con ingenti investimenti di denaro pubblico, che per anni condizionano la struttura economica e le relazioni fra gruppi di potere o di interesse, cittadini, categorie economiche, amministrazioni. Citiamo i casi della Val Giumela, di Folgaria, di Tremalzo o lo stesso percorso verso Dolomiti Patrimonio Unesco: nessuna vera partecipazione dei cittadini, decisioni prese dall'alto, con Consigli Comunali che operano scelte importanti senza dare ai cittadini la reale possibilità di un confronto aperto, informato, con tempi e strumenti adeguati. E così, in questa superficialità e grossolanità dei percorsi, il Trentino sta perdendo uno dei caratteri fondamentali della sua storia autonomista: l'idea storicamente consolidata di Uso Civico come luogo di governo comunitario del territorio.
Quell'idea di Uso Civico, del resto, vediamo emblematicamente assalita anche nella valle del porfido (la Val di Cembra), dove accanto alla rovina sempre più estesa del territorio rapinato dagli scavi, si agita ora apertamente il conflitto tra le Associazioni degli Usi Civici e gli interessi finanziari delle singole aziende private, tra la salute dei lavoratori, la qualità del mercato e le prospettive per il futuro e la contingenza dei bilanci piegati sul massimo guadagno a qualunque prezzo. Se nel caso di Tremalzo l'importante bene centenario dell'Uso Civico di un pascolo monticato si voleva vendere per un piatto di lenticchie, nel caso del collegamento Pinzolo- Campiglio si è deciso di stralciare l'idea di rigore nella tutela dentro un Parco, di spacciare, con una vera bugia, impianti di risalita per sciatori come «mobilità alternativa e integrata» e soprattutto di sacrificare la complessità della vita sociale e politica per un obiettivo territoriale ed economico del quale nessuno, che sia intellettualmente onesto, intravede il senso e la capacità di futuro.
Noi crediamo invece che alla Val Rendena serva altro: servizi sociali, partecipazione, qualità e diversificazione imprenditoriale, attenzione alle specificità del territorio, maggiore distribuzione del reddito da turismo, filiere corte, agriturismo, agricoltura biologica, offerta culturale e sportiva tutto l'anno, servizi per le imprese, la riqualificazione del centro storico di Madonna di Campiglio, maggiore integrazione fra le offerte dei diversi comparti economici e dei diversi centri territoriali e infine una vera mobilità sostenibile, orientata a spostare lo spostamento dal mezzo privato a quello pubblico, fatta di mezzi pubblici su gomma o minirotaia, orari dei mezzi flessibili e adatti alle esigenze degli spostamenti, centri di informazione, integrazione dei mezzi, collaborazione degli operatori economici e altro ancora.
Ai trentini e agli abitanti della Val Rendena, come agli amministratori pubblici, chiediamo quindi una riflessione profonda sul nostro territorio, sulle nostre pratiche decisionali, sul nostro futuro e di ricostruire la partecipazione e il senso forte della cittadinanza attiva e responsabile che, ci pare, si stato largamente smarrito. Non solo di paesaggio e denaro si tratta, quindi, ma di quella cittadinanza che ancora dovremmo percepire come una preziosa opportunità che la storia (e il sacrificio di molti) ci ha consegnato.

Italia Nostra Sezione di Trento
Legambiente Trento
WWF Delegazione del Trentino-Adige

* Vignetta da QuestoTrentino

30.1.09

Coltivare condividendo, assemblea a Feltre

PER CONDIVIDERE, DIFFONDERE SAPERI E CONOSCENZE LEGATI AD AGRICOLTURA, AMBIENTE, PAESAGGIO. PER AIUTARE LE AUTOPRODUZIONI AGRICOLE (e non solo).

Un Progetto che nasce dalla sensibilità di una serie di comitati, associazioni, singolarità del Feltrino, del Primiero, bellunesi e trentine.

Convinti che questo bellissimo territorio che ci ospita sia si minacciato da una miriade di progetti impattanti e devastanti (cave, meleti intensivi, industrie pesanti, impianti di risalita, inceneritori ecc..) ma che in esso vi siano anche molte conoscenze, saperi, sensibilità che è importante interagiscano tra di loro.

Abbiamo perciò pensato di dar vita a “spazi”, luoghi, momenti di confronto, dialogo, condivisione di/tra queste “conoscenze”, un arricchimento reciproco finalizzato a costruire consapevolezza ma anche serate informative, tavole rotonde, forum, iniziative e progetti concreti soprattutto in ambito agricolo (puntando sul biologico, la valorizzazione delle varietà autoctone, auto-produzioni) e rurale.

INVITIAMO TUTTI COLORO CHE SONO INTERESATI A COSTRUIRE ASSIEME A NOI QUESTO “PROGETTO” (un progetto privo di etichette e di marchi, basato solo sul fare e sul condividere) A PARTECIPARE ALL’ INCONTRO CHE SI TERRA’:

dalle 20.30 di MARTEDI’ 3 FEBBRAIO 2009

presso il CENTRO GIOVANI in via Dolci a FARRA di FELTRE


Comitato Prà Gras

Per info:
ariaprotetta@tiscali.it
www.pragras.blogspot.com

2.1.09

Seggiovie e alberghi fantasma così chiude la montagna

Centottanta impianti falliti al Nord: colpa della speculazione. Colate di cemento, terreni sbancati, piloni arrugginiti: la mappa dello scempio.

Vento che sibila nei corridoi di alberghi chiusi, gelidi come l'Overlook Hotel del film Shining. Seggiolini sballottati dalla tormenta, appesi a funi immobili. Stazioni di funivie piene di immondizie, senz'anima viva intorno. Piloni arrugginiti, ruderi che nessuno rimuove anche nei parchi naturali. Ora i numeri ci sono. Quelli - mai fatti prima - degli impianti ridotti al fallimento dal riscaldamento climatico e dalla speculazione immobiliare. Oltre centottanta nel solo Nord Italia. La metà di quelli -350 - che sono stati chiusi finora. Centottanta vuol dire quattromila tralicci, centinaia di migliaia di metri cubi di cemento, seicentomila metri di fune d'acciaio, cinque milioni di metri di sbancamenti e di foresta pregiata trasformata in boscaglia. Ferri contorti come i ramponi di Achab sulla gobba della balena.

Per contarli abbiamo assemblato dati da parchi e corpi forestali, attivisti di "Mountain Wilderness" e guide alpine, soci di Legambiente e della "Cipra", il Centro per la tutela delle Alpi. Dati impressionanti, che sembrano non insegnare nulla a chi in Italia - caso unico in Europa - insiste a sovvenzionare impianti a bassa quota o, peggio ancora, nei parchi nazionali, in barba ai vincoli comunitari.

Fotogrammi. Saint Grée di Viola, quota 1200, provincia di Cuneo, è un monumento al disastro. Si chiamava Sangrato, ma non era abbastanza trendy per un centro che doveva attirare sciatori da Piemonte e Liguria, e così gli hanno cambiato il nome. Prima ha perso la neve, poi i clienti, infine ha inghiottito soldi pubblici per un rilancio impossibile. Oggi sembra Beirut dopo la guerra, cemento e vetri rotti con la scritta "Vendesi".

Altri fotogrammi, nel dossier di Francesco Pastorelli, direttore di Cipra Italia. Pian Gelassa in Val Susa: piloni nel vento, scheletri di alberghi nati morti, lì da 30 anni in piena area protetta, a due passi dalle piste olimpiche del Sestrière. Alpe Bianca, nelle Valli di Lanzo: condomini vuoti, stazione della funivia con i cessi rotti e le piastrelle smantellate. E così avanti: Oropa-Monte Mucrone, Albosaggia, Chiesa Valmalenco.

Non è un viaggio: è un percorso di guerra. A Oga presso Bormio la pista - iniziata e mai aperta causa lite tra valligiani - sta franando, e la ferita è tale che la trovi anche "navigando" con Google-Earth (e non è che gli squarci delle piste "mondiali" siano meglio). In Valcanale, sopra Ardesio (Bergamo), un'ex seggiovia è segnata da cemento sospeso sullo strapiombo e una discarica nel parcheggio.

Sella Nevea nelle Alpi Giulie, orgoglio del turismo friulano: le multiproprietà che negli anni Settanta hanno devastato la conca sotto il Montasio sono così a pezzi che sono stati messi all'asta in questi giorni. A Breuil-Cervinia residenze chiuse e impianti di risalita dismessi, otto in tutto, di cui quattro funivie. Posti da dimenticare, anche in anni di nevicate come questo.

Accanto agli scheletri, i morti viventi. Impianti in rosso, a quota troppo bassa per garantire neve, tenuti in vita dalla mano pubblica. Colere, Lizzola, Gromo nelle Orobiche. Oppure Tremalzo, La Polsa, Folgaria e Passo Broccon tra Veneto e Trentino, che inghiottono milioni in generose elargizioni per l'innevamento artificiale. Impianti a rischio, che nessuno fa entrare nella contabilità di un disastro che è anche finanziario. "Perché non si dice che le piste non si pagano solo con lo skipass ma anche con le nostre tasse?", s'arrabbia l'esploratore bergamasco Davide Sapienza.

Numeri insospettabili. Quaranta funivie e seggiovie abbandonate in Piemonte, trentanove in Val d'Aosta (un'enormità per una regione di centomila abitanti), almeno venti in Lombardia, trenta tra Emilia e Liguria sul lato appenninico, trentacinque in Veneto e venticinque in Friuli-Venezia Giulia. E non mettiamo in conto gli sfasciumi lasciati dallo sci estivo, chiuso per fallimento in mezze Alpi.

Ma non c'è solo il clima nel crack. C'è anche la speculazione. La seggiovia è solo lo specchietto per le allodole per sdoganare seconde case e villini. "Meccanismo semplice", sottolinea Luigi Casanova di Mountain Wilderness. "Si compra il terreno a basso costo, si cambia il piano regolatore, poi si fa la seggiovia e si costruiscono case al quintuplo del valore". Se il gioco è spinto, la seggiovia chiude appena esaurita la sua funzione moltiplicatrice del valore immobiliare.

Uno crede: errori non ripetibili. Invece no: si continua sulla vecchia strada, come per l'Alitalia. Miliioni di milioni di euro al vento. Come quelli che serviranno per il collegamento - approvato il 31 dicembre (!) dalla provincia di Trento - fra San Martino e Passo Rolle nel parco di Paneveggio, dove Stradivari prese il legno dei suoi violini. O per il terrificante "demanio sciabile" da 200 milioni di euro dalla Val Seriana alla Valle di Scalve (Bergamo) pronto al varo nel parco delle Orobie, contro cui s'è levata la protesta di molti "lumbard". Disastri annunciati, come il maxi-progetto sul Catinaccio-Rosengarten, che sfonda un'area che è patrimonio Unesco.

Cambiano i luoghi, ma il trucco è lo stesso. C'è un pool che compra terreni, fonda una società e lancia un progetto sciistico, con un bel nome inventato da una società d'immagine. L'idea è nobile: "rilanciare zone depresse", così chi fa obiezioni è bollato come nemico del progresso. A quel punto la mano pubblica entra nella gestione-impianti e finisce per controllare se stessa. Così il gioco è fatto. Il sindaco promette occupazione e viene rieletto: intanto parte l'assalto alla montagna. Per indovinare il seguito basta leggere la storia dei ruderi nel vento.

"Questi mostri di ferro e cemento che nessuno smantella rientrano in un discorso più vasto" spiega il geografo Franco Michieli additando lo stato pietoso dell'arredo urbano a Santa Caterina Valfurva, Sondrio. "Il legame con la terra è saltato, i montanari ormai ignorano il brutto. Piloni, immondizie, terrapieni, sbancamenti: tutto invisibile. Si cerca di riprodurre il parco-giochi, e così si svende il valore più grosso: l'incanto dei luoghi".

E intanto il conflitto tra ambiente e ski-business aumenta in modo drammatico. Servono piste sempre più lisce e veloci, così si lavora a colossali sbancamenti e si prosciugano interi fiumi per l'innevamento artificiale. E c'è di peggio: la monocultura dello sci finisce per "cannibalizzare" tutte le altre opzioni (albergo diffuso, mobilità alternativa ecc.) perché distrugge i luoghi. Vedi Recoaro, dove le gloriose terme sono in agonia, ma si finanzia un impianto a quota mille, dove nevica un anno su cinque.

Per addolcire gli ambientalisti si inventano termini nuovi, come "neve programmata" o "eco-neve", ma il risultato non cambia. Damiano Di Simine, leader lombardo di Legambiente: "In Valcamonica un contributo regionale di cinquanta milioni è stato utilizzato per costruire piste nel parco dell'Adamello, e il risultato lo si vede su Google-Maps. Squarci terrificanti". Stessa cosa sul Monte Canin nelle Giulie: cicatrici da paura.

Ruggisce Fausto De Stefani, scalatore dei quattordici Ottomila e leader carismatico di Mountain Wilderness: "Uno: tutti gli impianti sono in passivo. Due: il clima è cambiato. Tre: gli italiani sono più poveri. Basta o non basta a dire che un modello di sviluppo va ridisegnato? E invece no, siamo furbi noi italiani. Continuiamo a vivere come progresso un fallimento che ha i suoi monumenti arrugginiti in tutto il Paese".

A Novezzina sulle pendici del Baldo - il colosso inzuccherato tra Val d'Adige e Garda - De Stefani indica i resti di un impianto per neve artificiale mai entrato in funzione. "È stato smantellato, ma la ferita è rimasta, sembra una lebbra. Roba che per rimarginarsi impiegherà secoli. Con i soldi di quell'impianto fallito si potevano ripristinare malghe, sentieri, terreni; si valorizzavano i prodotti locali. È o non è una truffa? Un'orda distrugge l'Italia e la gente tace, nessuno s'indigna. È questo che mi fa uscir di testa".

La Repubblica 2 gennaio 2009

16.12.08

Ricorso al Tar su Tremalzo

Continua da parte delle associazioni ambientaliste e del comitato di cittadini la battaglia contro la cementificazione della delicata conca di Tremalzo.

Il no degli ambientalisti all'albergo da 390 posti


VAL DI LEDRO - Wwf Italia e comitato Sos Tremalzo hanno fatto ricorso al tribunale regionale di giustizia amministrativa (Tar) contro l'«operazione Leali», che prevede la costruzione di un enorme albergo-benessere (390 posti letto) nella Conca di Tremalzo, località montana della val di Ledro; in particolare contro la delibera provinciale che approva la variante al Piano regolatore di Tiarno di Sopra, provvedimento che spalanca le porte all'intervento edilizio orchestrato dall'imprenditore bresciano Alcide Leali assieme ai cinque Comuni ledrensi (Concei esculso), Tiarno di Sopra in testa.
Gestione disastrosa Le due associazioni ecologiste hanno inviato al Tar un ricorso pesantissimo (48 pagine, più tutti gli allegati) sia contro il Comune sia contro la Provincia e la società Irvat (Impianti valorizzazione risalita Tremalzo srl.). In base alla «gestione disastrosa di tutta la procedura relativa alla variante», a causa della «subordinazione dell'amministrazione municipale agli interessi del privato Domenico Alcide Leali», a motivo delle «osservazioni e opposizioni ai provvedimenti e alle delibere municipali che non sono stati presi in esame», a causa della sottovalutazione dell'antica istituzione dell'«uso civico» e per il contrasto della variante al Piano sia con il Piano urbanistico provinciale sia con la legge provinciale 16, Wwf Italia e comitato Sos Tremalzo chiedono ai giudici del Tar di dichiarare nulla la variante stessa in modo che, una volta accolte le loro istanze, sia rispedito al mittente tutto il progetto. Ecco solo alcuni dei punti salienti del ricorso notificato nei giorni scorsi alle controparti e che sarà depositato oggi dall'avvocato Sandro Manica.
Comune appiattito su Leali «A seguito di complessi procedimenti ai quali hanno partecipato anche gli organi pubblici deputati alla tutela dei valori ambientali e paesistici, si è giunti a consentire un intervento edilizio di abnorme aggressività, quasi pari a quello prospettato in prima adozione (prima proposta di variante ndr.) dal Comune di Tiarno di Sopra, del tutto appiattita sull'iniziativa imprenditoriale privata, che aveva in parallelo seguito, sin dall'inizio, il procedimento. Cosicché, all'esito dell'approvazione, dei 67.000 metri cubi originari(amente previsti da Alcide Leali e Vito Oliari), ben 48.000 di nuova volumetria sono stati acconsentiti».
La Tutela che non tutela
Questa enorme cubatura in zona naturalistica di pregio è stata resa possibile, dicono gli ambientalisti, «anche grazie agli inattesi "suggerimenti" forniti dagli stessi Uffici pubblici, che avrebbero dovuto ergersi a tutela dei beni ambientali. È stata, pertanto, palesemente elusa la previsione dell'area di Tremalzo come Sito (naturalistico ndr.) di Interesse Comunitario (europeo ndr.), ed è stata completamente falsata l'applicazione della relativa disciplina di tutela. Del tutto illegittimamente, gli organi preposti alla tutela hanno, da una parte, espresso rilievi sull'incompatibilità della proposta oggetto di prima adozione (prima proposta di variante ndr.); e poi, del tutto contraddittoriamente, assumendo un'iniziativa, non prevista dalla legge, hanno indicato, essi, una soluzione alternativa altrettanto impattante, di dimensioni pressoché identiche. E ciò, quando i medesimi organi tutori avevano pure espressamente evidenziato che gli interventi edilizi in zona avrebbero dovuto limitarsi al "recupero degli edifici tradizionali" o al "restauro dei volumi esistenti". Da qui, pure il sospetto che la funzione amministrativa, anche quella preposta alla tutela, sia incorsa nei gravi vizi di falsità e di sviamento». Eccesso di potere Manica prefigura tutta una serie di violazioni e di false applicazioni di una serie di leggi e normative, di eccesso di potere per «difetto assoluto di istruttoria» e per «motivazione contraddittoria, illogica e irragionevole», di travisamento dei fatti e di violazione dei principi generali in materia di procedimento amministrativo».

L'Adige, 12/12/2008

3.12.08

I parchi naturali: ancora irrisolte troppe criticità.

Un commento di Luigi Casanova vicepresidente di CIPRA Italia

Si sono appena conclusi i lavori di un interessante ed intenso convegno organizzato dal Servizio Conservazione della Provincia Autonoma di Trento, un convegno che ha raccolto e messo a confronto le esperienze di vent’anni di gestione delle aree protette nel Trentino.
L’appuntamento poteva risultare utile per riprendere un dialogo fra sensibilità ambientaliste e protezioniste della Provincia interrotto nella conferenza farsa organizzata nel luglio del 2005 al Museo di Scienze Naturali: così non è stato perché l’associazionismo non è stato chiamato a collaborare nella strutturazione del convegno. Tanto che contemporaneamente nel vicino palazzo della Regione tutte le associazioni unite denunciavano l’irrisolto scandalo delle cave di Val Genova.
Abbiamo così seguito un evento importante, che ha condiviso le basi culturali necessarie per un lavoro strategico di lungo periodo, ma impedito riflessioni dei limiti dell’esperienza passata. Sugli ambientalisti che con dignità e attenzione hanno ricordato alcuni di questi limiti è subito piovuta loro addosso l’accusa di essere aristocratici, poco attenti al contesto sociale e ambientale, si è dovuta riascoltare la solita buffonata dei poveri di argomentazione sul partito del NO.
Alle associazioni ambientaliste trentine preme invece, più che ai politici, riprendere il filo del confronto, della proposta. Ma per fare questo devono essere mature e risolte almeno tre considerazioni tutte tenute esterne al convegno:
a) L’attenzione politica. Nessun politico era presente ai lavori del convegno, nemmeno il nuovo assessore all’ambiente Alberto Pacher ha degnato l’appuntamento di attenzione. Una occasione perduta.
b) L’ammissione della presenza di criticità importanti e irrisolte che sono: le cave in Val Genova, la questione venatoria specie verso i tetraoni, i collegamenti sciistici Pinzolo - Campiglio e San Martino - Passo Rolle. Queste due ultime questioni sono fondamentali perché rappresentano un falso in comunicazione (non si tratta di operazioni di rilancio, non si tratta di mobilità alternativa ma di banale salvataggio, come per Alitalia, di società votate al fallimento). In ambedue i casi si va ad incidere in ambienti unici e simbolo dei due parchi naturali come del resto emerso dai lavori del convegno.
c) Costruzione di cittadinanza attiva, cioè la reale possibilità offerta a cittadini ed associazioni di partecipare, costruire, condividere e controllare la pianificazione, le scelte sul futuro del parco, con pari dignità di altri soggetti. In questi territori invece sembra abbiano diritto di ascolto solo i cavatori, il mondo venatorio e i poteri forti degli impianti di sci. Non è più concepibile che le associazioni vengano raggirate e umiliate dai politici come avvenuto con Dolomiti Monumento del Mondo, con il progetto Marmolada, la questione Folgaria o Tremalzo.
Accettate queste criticità ci si può, io dico si dovrà, mettersi attorno ad un tavolo e riprendere il filo del confronto che si è rotto con Val Jumela e che ha trovato espressione severa e giustificata nella conferenza del 2005.
L’associazionismo ambientalista delle Alpi intere ormai lavora con questo metodo aperto assieme al mondo imprenditoriale e alle istituzioni pubbliche. Ci si chiede perché in Trentino si debba trovare un muro di ostacoli tanto forte e arrogante, supportato dalle forze politiche, un muro che è arrivato perfino ad escludere i Verdi dalla presenza amministrativa della nostra Provincia, un muro che non ci aiuta a costruire né distretti culturali, né percorsi innovativi, tantomeno ad offrire ai parchi il ruolo di soggetti di sperimentazione anche sociale. Vogliamo ripartire dal convegno appena concluso per ricostruire un percorso di fiducia e confronto, per ritornare, tutti insieme, a costruire un futuro condiviso e di qualità del nostro territorio, per ritornare a dare ai parchi naturali l’originalità della loro funzione, senza isole, senza campane, ma anche in assenza di evidenti speculazioni economiche e aggressioni alla biodiversità e al paesaggio. Risolvendo le criticità qui espresse.

21.11.08

La montagna che vogliamo

Ieri pomeriggio si è svolto un happening pubblico sotto la Provincia Autonoma di Trento autoconvocato per cominciare ad immaginare un nuovo modello di sviluppo turistico per il Trentino.
L’iniziativa è stata promossa come una delle risposte alla ventilata ipotesi di acquistare, da parte della provincia, gli impianti di risalita presenti in Trentino. Un settore quello del turismo invernale dello sci, come hanno ribadito gli interventi che si sono alternati al microfono, già ampiamente sostenuto e, nonostante questo, fortemente in crisi. Sono infatti 50 milioni di euro i finanziamenti pubblici già decisi dalla Provincia per sostenere nei prossimi due anni impianti di risalita ad altitudini con scarse precipitazioni nevose.
Il tentativo della giornata, come si può leggere nel comunicato di Officina Ambiente, è stato quello di delineare un ragionamento complessivo, capace di tracciare delle linee di prospettiva, che parli del futuro delle montagne alla luce di questa crisi ma soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici che coinvolgono l’intero pianeta.

Ascolta alcuni interventi dal presidio:
Francesca Manzini, Officina Ambiente | audio
Luigi Casanova, CIPRA | audio
Stefano Bleggi, Cs Bruno | audio
Walter Nicoletti, giornalista | audio
Antonio Marchi, Officina Ambiente | audio
Ezio Casagranda, Filcams del Trentino | audio


Approfondimenti:

Officina Ambiente - aree sciabili
Ambiente e devastazione: la prima giornata di Costruire Autonomia
Dossier "No all'ampliamento delle aree sciabili in Trentino"

Link:
La montagna che vogliamo