4.1.10
Valsugana ferita. Le registrazioni video dell'assemblea pubblica
19.8.09
«I pesticidi contaminano orti e case»
di Guido Smadelli
«Abbiamo rilevato 13 campioni in vari punti della valle, in 8 diversi comuni dell'area dove viene praticata la frutticoltura intensiva. In 12 campioni sono stati rinvenuti residui di principi attivi, ed ogni singolo campione conteneva da 2 a 6 principi attivi diversi, in buona parte nocivi, qualcuno addirittura tossico».
Andrea Deromedis , del «Comitato per il diritto alla salute» della val di Non, ricorda che analoghe analisi erano state compiute un anno fa, in 10 punti, in 8 dei quali erano state rilevate presenze di residui. Oggi si è a 12 su 13. «Quindi la situazione è peggiorata», afferma deciso Deromedis, affiancato da Virgilio Rossi e Raffaella Mottes , altri componenti del comitato.
I campioni sono stati ovviamente rilevati da un tecnico abilitato ed esperto, ed analizzati in un laboratorio fuori regione: un monitoraggio su aree private e pubbliche per verificare la possibile presenza di residui fitosanitari. Analisi che - va precisato - sono state sostenute dal comitato: costate 2.880 euro (spesa sostenuta in parte da Cassa rurale Alta Valdisole e Peio, Volksbank di Cles e Cento sociale Bruno di Trento), sui campioni prelevati il 29 maggio scorso.
«Purtroppo non c'è alcun controllo sulla contaminazione delle proprietà private», considera Sergio Deromedis. «Sono state compiute analisi ambientali sulle polveri, che ci sono dappertutto»; aggiunge Raffaella Mottes.
Problema è che le ordinanze spesso ci sono, ma sono pochi i controlli. «Ed è vergognoso», affermano i componenti del comitato, «che un gruppo di persone di una ventina di elementi, sostenuti dalle oltre mille firme raccolte, si debba far carico, autofinanziandosi, di compiere le analisi».
Le ordinanze ci sono, incalzano i nostri interlocutori, ma non vengono rispettate e non sono sufficienti. «Si dice niente irrorazioni con atomizzatore a 50 metri, ma a 70 metri si accerta la presenza di residui. Il minimo di fascia di rispetto dovrebbe essere di 100 metri». Perché dalle analisi risulta evidente un fatto: residui di principi attivi sono stati trovati dentro le abitazioni. «Si dorme nei pesticidi». «Il discorso è che noi queste sostanze non le vogliamo né nell'orto, né in giardino, né sul balcone, né in casa», viene affermato. E mentre un anno fa nei campioni rilevati c'erano in media 2 residui di principi attivi, quest'anno la media sale a 3,7.
«I motivi sono tre», spiega Sergio Deromedis. «Innanzitutto il non rispetto delle regole e gli scarsi controlli. Quindi i meli troppo vicini a strade ed abitazioni senza che vi sia protezione alcuna, mentre ad esempio nel famoso protocollo agricolo si parla espressamente di siepi, ma quelle esistenti vengono tolte per far posto a nuovi meleti. Infine, l'uso eccessivo della chimica in valle di Non». Da studi ufficiali a livello nazionale risulta che in provincia di Trento vengono usati annualmente 2,5 milioni di chilogrammi di antiparassitari, l'equivalente di 50-60 chilogrammi ad ettaro. Un record nazionale assoluto, ben al di sopra di altre regioni dove si grida all'allarme per il limite di guardia, per cifre infinitamente meno significative.
«Peraltro», concludono i componenti del comitato presenti all'incontro con l'Adige , «va ricordato come l'Istituto agrario nel 2008 abbia "consigliato" ben 37 trattamenti...»
Tutti hanno effetti tossici o cancerogeni
LE CONSEGUENZE
VAL DI NON - Per comprendere quanto siano «consigliati» i principi attivi rilevati dalle analisi commissionate dal Comitato per il diritto alla salute, basta inoltrarsi nel portale «Footprint», dove ad ogni principio vengono abbinate le conseguenze sulla salute. Eccole (quasi tutti sono irritanti per pelle ed occhi).
«Clorpirifos etile»: distruttore endocrino; confermati effetti dannosi sul sistema riproduttivo; come inibitore della colinesterasi;
«Penconazolo»: confermati effetti dannosi sul sistema riproduttivo; tossico per il fegato; «Miclobutanil»: possibili effetti sul sistema riproduttivo;
«Difenoconazolo»: possibile cancerogeno; tossico per fegato e reni;
«Ciprodinil»: possibili effetti sul sistema riproduttivo;
«2 phenilfenolo»: confermati effetti cancerogeni; possibili effetti sul sistema riproduttivo; effetti sul sistema respiratorio; tossico per fegato e reni; danneggia la cornea dell’occhio;
«Metossifenozide»: possibile distruttore endocrino;
«Lufenuron»: possibili effetti sul sistema riproduttivo; possibili effetti tossici su tiroide e fegato;
«Bupirimate»: possibili effetti sul sistema riproduttivo;
«Endosulfan»: possibili effetti cancerogeni; possibile distruttore endocrino; neurotossico;
«Diclofuanide»: possibili effetti sulsistema respiratorio;
«Iprodione»: confermati effetti cancerogeni; possibili effetti sul sistema endocrino; effetti sul sistema respiratorio.
LA DENUNCIA Nessuna risposta
«Fascia di rispetto da ampliare»
sono state prelevate delle polveri: e qui c’è un assortimento di residui molto, molto lungo.
Ci si sposta in una sala da pranzo, 51 metri dal confine, e si trovano residui di tetraconazole (tossico per il fegato). Prelievi compiuti a settembre rilevano che residui sono rintracciati anche in un orto posto a 70 metri dal confine.
Da questi dati il Comitato trae delle considerazioni: se residui vengono rilevati a 70 metri, deve essere ampliata la fascia di rispetto (almeno 100 metri); la presenza di pesticidi è uniforme per almeno 6 mesi l’anno, con il clorpirifos in pole position (persistenza elevata per l’intero periodo); ne deriva l’impossibilità di potersi nutrire con ortaggi coltivati in proprio, biologicamente,
ma contenenti pesticidi «altrui»; nonché l’impossibilità di poter vivere liberamente la propria casa senza venire a contatto con i pesticidi.
Lo stesso Comitato nel recente periodo ha rilevato numerosissime infrazioni ai regolamenti: le ha elencate, ne ha dato comunicazione a tutti gli enti competenti, dalla provincia in giù. Chiedendo risposte e, soprattutto, che vengano presi provvedimenti (o quanto meno eseguiti maggiori controlli) entro 30 giorni.
Periodo trascorso, nessuna risposta.
Agricoltura e turismo in Val di Non
Mercoledì 19 agosto 2009 ore 20.30
a Tres, Auditorium Piazza C. Zadra
Il Comitato per il Diritto alla Salute di Tres organizza:
Serata informativa
Saluto e introduzione del Comitato per il Diritto alla Salute di Tres.
Agricoltura e Turismo in Val di Non. Conflitto o compatibilità?
Relatore Dr. Giorgio Bianchini
Paesaggio e Turismo in Val di Non. Cosa ne pensa il turista della Predaia!
Relatore Virgilio Rossi
Rinaturalizzazione degli ambienti rurali caratterizzati dall’agricoltura intensiva
Relatore Dr. Paolo Zorer
A seguire dibattito
Vedi anche:
Nasce in Francia la rete per le vittime dei pesticidi
Mele e turismo, binomio difficile
Basta coltura intensiva e pesticidi
22.7.09
«Irrorazioni, scarsi controlli»
Dal «Comitato diritto alla salute» una nuova denuncia nei confronti del mondo agricolo
L'Adige, 22 luglio 2009
17.4.09
La difesa dei beni comuni contro la crisi globale
Si tiene in provincia di Treviso, dal 18 al 20 aprile 2009 il summit del G8 dei Ministri dell’agricoltura.La questione agricola è un nodo fondamentale delle politiche ambientali, sociali ed economiche di questo pianeta, tanto più oggi a fronte della crisi profonda del sistema globale. Una questione cardine perché tocca la sostenibilità e l’uso delle risorse vitali per l’esistenza, perché riguarda i conflitti militari che attorno al controllo delle risorse si generano – pensiamo all’acqua e alle fonti energetiche – perché riguarda ciò che mangiamo e la possibilità o meno di costruire attraverso la sovranità alimentare, le tecniche di produzione e il sistema di consumo consapevole, un diverso sistema di vita, di relazioni, di produzioni, consumi e sviluppo.
Il nodo della ricerca applicata alle produzioni agricole è, in questo contesto, fondamentale. Qui, rispetto alla critica alle finalità e agli obiettivi della ricerca ufficiale e nella costruzione di obiettivi e finalità completamente ribaltati rispetto all’attuale sistema della ricerca, si gioca, ad esempio, molta parte della battaglia contro gli OGM e la loro diffusione, l’alternativa alla produzione chimica delle sementi, dei mangimi, dei pesticidi, il no ai sistemi intensivi di sfruttamento dei suoli e degli allevamenti. Spostare l’asse della ricerca verso le tecniche naturali, la salvaguardia delle specie vegetali autoctone e il loro ripopolamento, la valorizzazione dei suoli, preservandone la ricchezza e la rigenerazione ciclica ecc. diventa un obiettivo fondamentale per poter immettere cambiamenti sistemici sostanziali. Per dare contenuto e sostanza alle rivendicazioni di sovranità alimentare, di democrazie delle risorse naturali, di consumo critico e consapevole.
La crisi globale non lascerà nulla come prima ma proprio questa certezza può dare forza ad un cambiamento profondo del sistema stesso, partendo da questi nodi legati alla terra, alla produzione agricola, alle risorse naturali, ad un diverso rapporto, un tempo si diceva sostenibile, con terra, ambiente e risorse.
Nella società civile, sia nel nord che nel sud del mondo, pur con modalità e caratteristiche diverse, si sono sviluppare molte esperienze che vanno in questo senso e che tra loro possono dialettizzarsi, fare massa critica, per dimostrare che “un altro mondo è possibile”. Lo sviluppo dei GAS, la creazione di cicli corti di produzione e vendita, la riconversione di molte aziende agricole e di allevamento/trasformazione verso tecniche più naturali, biologiche e non, la nascita di reti solidali ed etiche di produzione e vendita, esperienze in piccola scala di trasformazione energetica dei prodotti vegetali, il diffondersi del circuito di slow food e la sempre maggiore valorizzazione dei prodotti tipici, l’attenzione sempre più forte rivolta non solo dai singoli produttori agricoli ma, anche, dalle organizzazioni di categoria verso queste realtà e opportunità, sono il corpo su cui può far leva la critica nei nostri territori al sistema globalizzato di sfruttamento dei suoli e delle risorse, quello che guarda al rilancio agricolo come semplice volano di ripresa di un sistema, oggi in profonda crisi, senza criticarne gli assunti.
La stessa faccia di questa critica sono le esperienze “campesine” nel sud del mondo, le produzioni che arrivano a noi attraverso il circuito del commercio equosolidale, le esperienze frutto del microcredito e della solidarietà internazionale, i tanti conflitti locali per la difesa delle risorse naturali.
Questo insieme di esperienze possono/devono trovare proprio in appuntamenti come questo del Festival-Incontro “Questa terra è la nostra terra”, di critica dal basso ai vertici internazionali e, allo stesso tempo, di confronto tra realtà operanti nei territori, obiettivi comuni, luoghi e strumenti per far pesare la ricchezza diffusa insita in queste, tante, esperienze. Per incidere contro le scelte devastanti di sfruttamento delle risorse, di piegamento della natura alla logiche del profitto e del mercato e per contrapporre proposte concrete, realtà operanti di segno diametralmente opposto. L’occasione del contro vertice di Treviso può essere una tappa importante di questo percorso. Anche un’occasione per un confronto tra chi, pur operando in un orizzonte comune, poco ha sinora comunicato insieme.
Un’occasione per partire da noi, adesso, da questo territorio, il Veneto con una critica serrata alle politiche agricole, alle mistificazioni messe in campo in questo ultimo periodo, ad esempio, dal nuovo Ministro dell’agricoltura, che si richiama al ciclo corto di produzione e vendita, alla risoluzione della questione quote latte, all’attenzione al rapporto produzione agricola e territorio ma che, nel concreto, agisce favorendo lobby, solidificando clientele (in particolare elettorali come nel recente caso del decreto quote latte), senza uno straccio di azione concreta – anzi in molti casi contrastando – in favore di una diversa economia agricola e zootecnica.
Un comportamento mistificatore e ambiguo che trova piena realizzazione anche nella scelta nucleare sposata dal Governo Berlusconi e subito ripresa e rilanciata dal Presidente del Veneto Galan con la disponibilità di questa regione per siti deputati alla nascita di centrali nucleari. Scelta che inciderà complessivamente sul futuro del nostro Paese così come nelle politiche agricole, nel rapporto tra territorio e beni comuni, risorse naturali e produzione alimentare così come segnerà in negativo la dipendenza dei territori ad una economia dettata dalla produzione nucleare. E che, quindi, rappresenta per quanti si accingono a partecipare all’appuntamento del contro vertice un ulteriore nodo fondamentale da sciogliere, una scelta netta di contrasto a questa ipotesi che si affianca a quanto sinora detto.
La scelta nucleare nel nostro Paese, dove 20 milioni di cittadini nel 1987 votarono per chiudere le centrali e uscire dalla dipendenza da questa fonte di energia, viene oggi spacciata come la risposta migliore al global warming e, allo stesso tempo, alla dipendenza energetica da fonti non presenti nel nostro territorio. Per ottenere questo obiettivo il Governo pensa ad un piano di nuove centrali nucleari di terza generazione – di fatto con la stessa vecchia tecnologia di quelle alle quali il nostro Paese disse no alla fine degli anni ’80, con gli stessi problemi di efficienza e gli stessi rischi sulla sicurezza – che si continuano a costruire (sempre meno e sempre in meno Paesi) solo in alcuni stati europei anche oggi.
Tutto questo nonostante i dati delle agenzie internazionali indichino come costosa, rischiosa e inadeguata la scelta nucleare come risposta energetica del prossimo futuro; nonostante sia chiara la tendenza, sia negli Stati Uniti come in Europa, verso altre fonti energetiche, in particolare quelle da energia rinnovabile, solare ed eolica in primo luogo. L’AIEA, Agenzia internazionale per l’energia atomica, partendo dalla constatazione degli ingenti costi e della scarsa competitività dell’energia nucleare rispetto alle altre fonti energetiche, ne prevede una riduzione del peso nella produzione elettrica dei prossimi anni a livello mondiale, al punto di indicare nel rapporto pubblicato nel 2007 un calo nei prossimi decenni dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030. Declino dovuto ai costi eccessivi: negli Stati Uniti dove i produttori di energia elettrica sono privati, infatti, non si costruisce una centrale nucleare dalla fine degli anni ’70 e dove la gara per nuove centrali, indetta dall’ex presidente Bush, è andata deserta fino a quando l’amministrazione non ha introdotto, come per la produzione eolica, un incentivo di 1,8 centesimi di dollaro a chilowattora.
Nell’Unione Europea la situazione è analoga, con una tendenza all’uscita dal nucleare, salvo alcune situazione, come ad esempio la Finlandia, che presentano però problemi simili a quelli verificatisi negli Stati Uniti: un ritardo di 2 anni nella costruzione della centrale voluta dal governo finlandese con extracosti per 1,5 miliardi di euro e con la Siemens, fornitrice della tecnologia, che nel 2008 ha perso in Borsa un terzo del suo valore. Anche dal punto di vista capitalistico, quindi, a fronte del procedere della liberalizzazione del mercato energetico, proprio questa scelta pesa in negativo sulla decantata rinascita del nucleare.
In pratica il basso costo del kWt da nucleare verrebbe garantito esclusivamente dall’intervento dello Stato e dal considerare – con scelta politica – “esterni” i costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e lo smantellamento delle centrali. A fronte di queste problematiche l’Italia per rilanciare il nucleare come pezzo consistente della produzione energetica nazionale dovrebbe costruire da zero tutta la filiera con investimenti altissimi: 10 centrali nucleari almeno per un totale di 10 – 15.000 MW di potenza installata e tra i 30 e 50 miliardi di euro di investimenti, per lo più pubblici, e poi impianti di produzione del combustibile, del deposito per lo smantellamento delle scorie. Il tutto, ottimisticamente, in funzione solo nel 2020.
Senza contare che il problema delle scorie rimane uno dei nodi irrisolti, pericolosi per l’ambiente e le popolazioni: le circa 250.000 tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte sino ad oggi nel mondo sono ancora in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivo. L’Italia conta secondo l’inventario dell’APAT circa 25.000 mila mc di rifiuti, 250 tonnellate di combustibile irraggiato – pari al 99% della radioattività presente nel nostro territorio – a cui vanno sommati circa 1500 m3 di rifiuti prodotti annualmente dal ricerca, medicina e industria e circa 80-90.000 m3 di rifiuti derivanti dallo smantellamento delle 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile: una montagna di rifiuti che, sempre il Governo Berlusconi, cercò di stoccare a Scanzano in Basilicata, stoppato dalla mobilitazione popolare. Così come un problema rimane l’approvvigionamento di uranio i cui costi di estrazione sono altissimi per una disponibilità prevista solo per altri 40-50 anni.
Pur dovendo partire, quindi, da zero, con investimenti mastodontici in un contesto di crisi finanziaria ed economica di proporzioni sinora mai viste nel nuovo sistema della globalizzazione, il nostro Governo, di concerto con i due monopolisti nazionali, Enel e Edison, ben disposti al “gioco” con i soldi pubblici, vuole imporre questa scelta anche attraverso provvedimenti da legislazione speciale, simili per filosofia decisionista al varo della Legge Obiettivo. Quella di uno scenario nucleare affidato e voluto dai grandi gruppi elettrici per incamerare altri profitti a rischio di investimento ridotto ma capace anche di fermare un modello alternativo di generazione distribuita più efficiente e incentrata sulle rinnovabili, con la nascita di centinaia di nuove piccole e medie aziende. Una “rivoluzione dal basso” potremmo dire che, in Germania e Spagna, che da tempo hanno imboccato questa strada a discapito del nucleare, ha prodotto anche centinaia di migliaia di posti di lavoro. Ma che lede interessi e sistemi di potere e controllo. Il ritardo rispetto agli obblighi presi a Kyoto nel 1997 e nei successivi vertici ambientali non può essere certo colmato da questa opzione che è, invece, tutta interna alla riproposizione di un modello di controllo e di profitto del sistema oggi in crisi globale finanziaria ed economica.
La battaglia per la difesa delle risorse naturali, dei beni comuni, per un modello diverso di produzione e consumo alimentare ma, anche, di relazioni e legami sociali tra comunità che rappresenta la critica concreta e praticabile al modello di politiche agricole della globalizzazione neoliberista sino ad oggi dominante, si lega necessariamente, quindi, con la battaglia contro il nucleare e quel modello di produzione energetica improntato sui monopoli sulle fonti energetiche fossili (petrolio e gas) e di produzione, costituito da grandi impianti energivori, grandi reti di distribuzione, mistificazione sulle fonti rinnovabili come il ciclo dell’incenerimento e produzione di calore ed energia dai rifiuti o quello, recente, della produzione di energia da impianti su grandi dimensioni e grandi scale di rifornimento da biomasse vegetali.
Per rivolgersi, in alternativa a questa prospettiva, alle fonti rinnovabili da energia pulita, con reti diffuse e distribuite sul territorio, promuovendo esperienze sostenibili di recupero e riuso dei materiali con rendimenti anche energetici: un contesto che rappresenta sia una opzione di mercato a cui si rivolgono gli esecutivi nazionali più attenti ma, soprattutto, le comunità locali, le esperienze e reti di base ed altro ancora che rappresentano la ricchezza per uno scardinamento possibile dell’attuale modello a favore di un nuovo sistema di relazioni, di economia e di sviluppo.
Nell’appuntamento del Festival-Incontro “Questa terra è la nostra terra” proviamo a discutere di queste possibilità, di come metterle in relazione, di come dare forza alla ricchezza potenziale di queste esperienze.
Ma anche come costruire un movimento di opposizione alla scelta nucleare e alle politiche di sfruttamento delle risorse naturali, di impoverimento dei suoli, di industrializzazione dei gusti e degli alimenti. Azioni concrete, iniziative forti, attraverso anche campagne di opinione, consultazioni e referendum, ad esempio, dove necessario.
Vedi anche:
Lo speciale sul Festival/Incontro "Questa terra è la nostra terra"
7.4.09
Il made in Italy della terra C'è un tesoro nascosto nei campi
Nessuno vuole più fare il contadino in Italia, ma la nostra agricoltura nasconde mille risorse. Perfette per portarci fuori dal tunnel della crisi.di CARLO PETRINI
L'Italia agricola è un "Paese per vecchi". Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Verrebbe quasi spontaneo lanciare un appello ai giovani: "Uscite dai call center, andate nei campi!". Fatevi il favore di un lavoro meno precario, più creativo, più gratificante, dove siete i padroni di voi stessi, per ritrovare un sano rapporto con il mondo.
Bisognerebbe pensare e parlare non solo di crisi dell'agricoltura, ma di agricoltura come una delle possibili vie d'uscita dalla crisi. La formula purtroppo però non è così scontata, perché evidentemente in Italia tornare alla terra o continuare il lavoro di padri agricoltori non è facile: il Paese, preso dall'ansia di rilanciare i consumi, l'industria e l'edilizia, un'opzione del genere neanche se la immagina. O se la immagina male.
I commenti di alcuni politici, in questo periodo, ricordano la vecchia pubblicità di un'azienda di pennelli. L'ingenuo manovale diceva: "Per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande" e quasi stramazzava sotto il peso di un arnese così gigantesco da non essere funzionale. È la logica che guida quanti oggi si precipitano a spiegare che la crisi è "globale" e tali devono essere le soluzioni: grande scala, impatto internazionale, industria, potenziamento dell'export...
Al contrario, si arriva addirittura a dileggiare le soluzioni che individuano percorsi locali, cicli brevi, potenziamento delle filiere corte, delle reti e delle economie locali: soluzioni leggere, rapide, partecipate ed immediatamente efficaci. In questo modo ci si dimentica che le nostre campagne si stanno spopolando come non mai e nemmeno si aiutano i giovani con i giusti incentivi o lo snellimento di pratiche burocratiche sempre più vessatorie.
L'agricoltura in Italia determina la formazione del 15% del Pil relativo all'agroalimentare, dà lavoro al 4% della popolazione occupata. Gli addetti sono in costante calo: 901mila nel 2008, 924mila del 2007 e 982mila nel 2006. I giovani sono il 2,9% del totale, anche qui, di lunga molti meno che in Francia e Germania (7,5% circa in entrambi i Paesi). Sono dati che dovrebbero calamitare l'attenzione non solo di chi governa, ma in generale di chi vuole comprendere e analizzare le pieghe dell'attuale crisi e, allontanandosi dagli slogan, provare a capire come sta funzionando il Paese in questo periodo, come si stanno comportando le persone, le aziende, i consumi, le vite reali.
Invece un malinteso senso della modernità e del business porta ormai molti politici ad allontanarsi sempre più dalla considerazione dei territori e delle loro peculiarità ed esigenze, per riferirsi esclusivamente ai mercati per lo meno nazionali, ma preferibilmente internazionali. Il che significa filiere lunghissime, trasporti, monocolture, grande distribuzione, necessità di input chimici per le coltivazioni, apertura agli Ogm. Significa, sostanzialmente, ulteriore industrializzazione del modello agricolo: grandi quantità, uniformità, concentrazione e priorità alle esigenze di chi vende piuttosto che a quelle di chi coltiva e consuma. La parola magica è "competitività", e quindi "export", ovviamente riferito al "made in Italy".
Propongo di guardarlo in faccia il "made in Italy" del cibo, e di guardargli anche le mani, le scarpe, le rughe, le aziende. Guardiamo anche gli estimatori del made in Italy. Non ci sono solo quelli che lo apprezzano da casa, acquistando i prodotti italiani o che presumono essere tali. Ci sono anche, e sono tanti, quelli che vengono in Italia non per ammirare le autostrade, le ferrovie, i porti grazie ai quali esportiamo il made in Italy, ma per sentirsi accolti da una cultura legata a prodotti, sapienze e gesti che hanno dato vita a paesaggi, comunità e solide economie. Vengono per stupirsi, ogni volta, della straordinaria varietà che il nostro mondo rurale e gastronomico può offrire. Possibile che tutto questo non conti niente? Possibile che tra i tanti incentivi e appoggi finanziari, o per lo meno facilitazioni, non ce ne possano essere anche per chi è attirato da questo mestiere, certo faticosissimo, ma di grande futuro?
Invece no, si dice che il settore non è competitivo, che le nostre aziende, sempre più vecchie, sono troppo frammentate, che ci vorrebbe maggiore concentrazione: più agricoltura industriale di grande scala, meno persone nelle campagne. E poi si porta ad esempio, per esaltare il made in Italy, il settore del vino. Ma è proprio sulla frammentazione, sulla diversità dei territori e di tante piccole aziende creative e innovative, tutte concentrate sulla più alta qualità, che il vino italiano ha costruito i suoi successi.
La stessa cosa dovrebbe avvenire, essere promossa e finanziata, per tutti gli altri settori agricoli, per tutte le produzioni che possono fare della diversità e del radicamento sul territorio il loro punto di forza: ciò che non a caso ha reso fino ad oggi grande la nostra agricoltura e la nostra gastronomia, ciò che ha generato quell'appeal che si chiama anche "made in Italy". Non è solo sulle esportazioni che bisogna puntare: è sulla capacità dei nostri territori rurali di essere al servizio del Paese, a condizione che anche il Paese si metta al loro servizio.
Disoccupazione? Il Ministro dell'agricoltura giapponese ha finanziato per 800 persone che hanno perso il lavoro uno stage di 10 giorni per imparare a produrre e vendere ortaggi e frutta. Dopo il corso formativo i disoccupati lavoreranno per un anno in villaggi agricoli. Dall'altra parte del Pacifico, il dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato l'apertura di circa 300mila nuove aziende agricole negli ultimi anni. Una tendenza favorita dal programma per l'agricoltura definito dal nuovo presidente degli Stati Uniti: incoraggiare tramite detassazioni e finanziamenti agevolati i giovani a diventare agricoltori, incentivare l'agricoltura locale, sostenibile e biologica, promuovere le energie rinnovabili, assicurare la copertura della banda larga nelle aree rurali, migliorare le infrastrutture nelle campagne ed estendere l'obbligo di indicare l'origine degli alimenti in etichetta per consentire di distinguere il proprio prodotto da quello importato.
Noi invece vogliamo più cemento, più villette, più aziende agricole concentrate nelle mani di imprenditori sempre più vecchi, che rifiutano addirittura di farsi chiamare "contadini" e che diventano campioni di un sempre più anonimo export. Se dal 4% di occupati in agricoltura si provasse a passare anche solo al 5% o al 6%, come cambierebbe questo paese? Perché nessuno scommette sul settore, perché non si potenziano i mille rivoli di economia e produzione virtuosa che l'agricoltura di piccola e media scala consente? L'agricoltura italiana di qualità non può, non deve e soprattutto non vuole diventare "un paese per vecchi": occorre dare valore all'entusiasmo che oggi tanti giovani potrebbero mostrare per l'attività, considerando seriamente il comparto come uno dei più sani e potenti mezzi per reagire alla crisi. Anche così il made in Italy eviterà di diventare un'etichetta inutile e vuota, e sarà sempre meno facile imitarlo.
Fonte: Repubblica.it del 7 aprile 2009
22.3.09
Dibattito sull'agricoltura e cena a sostegno della salute in Val di Non
Domenica 22 marzo ore 16.00Centro sociale Bruno, via Dogana n.1 – Trento
Dibattito
Pericolo agroindustria:
le alternative dell’Altra Agricoltura al tempo della crisi
Interverranno:
Coordina Walter Nicoletti, giornalista ed esperto di agricoltura
- Virgilio Rossi, comitato diritto alla salute della Val di Non
- Roberto Cappelletti, Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai
- Alvaro Armanini, C.I.G.E. (Comitato Iniziative Giudicarie Esteriori)
- Orfeo Petri, Officina Ambiente
Sono invitati a intervenire vari comitati locali
Una crisi che non risparmia l’agricoltura e il suo vecchio modo di essere concepita: un’agroindustria nociva al territorio, disattenta alla qualità del cibo, maggiormente attenta alla quantità che alla qualità e alla diversità; l’opposto di quella che in questo dibattito vogliamo raccontare e promuovere.
L’Altra Agricoltura trentina, quella sana, quella pulita, quella che porta la ricchezza dei suoi prodotti genuini e sani in città, quella che lascia sicure e felici le nostre valli.
Quell’Altra Agricoltura che non distrugge il territorio, che non vive di marchi sul quale fare solamente marketing.
Quell’Altra Agricoltura che crede ancora che il luogo in cui viviamo, il Trentino, la Terra stessa, deve essere conservato e protetto, e che non lascerà che sia rovinato per gli interessi di pochi agricoltori che si nascondono dietro un logo, sia esso Melinda, Trentino S.p.a, S.Orsola, piuttosto che Federazione delle Cooperative.
Un momento, inoltre, per condividere assieme le nuove lotte che i contadini di tutto il mondo stanno portando avanti al tempo della crisi della globalizzazione, una crisi che si traduce anche in crisi alimentare. Un momento per lanciare le iniziative contro il G8 Agricolo che si terranno dal 17 al 20 aprile a Cison di Valmarino, in provincia di Treviso.
Ore 19.30
Cena biologica, a cura di Officina Ambiente
Il ricavato sarà destinato al comitato della Val di Non per finanziare le ricerche sulla nocività dei pesticidi.
Per prenotarsi: 3289173733 // officinambientetn@gmail.com
Info:
Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai
Comitato per il diritto alla salute Val di Non
C.I.G.E.
7.2.09
Report di "Coltivare condividendo"

Una cinquantina di persone giunta da diverse parti del bellunese, del feltrino, del primiero e perfino da Trento e Folgaria per proseguire quel cammino (iniziato circa 1 mese fa) di condivisione di conoscenze, saperi, pratiche... per dar vita a momenti di dialogo, proposta e confronto.
Molta la “carne al fuoco” (e mi scuseranno i vegetariani per questa frase) anche se sin da subito la discussione si è concentrata sulla situazione di Cesiomaggiore dove sta procedendo a ritmi serrati l’impianto di 20 ettari a meleto intensivo.
L’arrivo di questo tipo di “agricoltura industriale” marchiata “Val di Non” (un'agricoltura che richiede massicci trattamenti chimici e favorisce la monocultura) è l’antitesi della tipica agricoltura che in questi ultimi anni ha avuto un notevole sviluppo a Cesiomaggiore ma anche in molti altri comuni bellunesi.
Un'agricoltura caratterizzata da varietà autoctone, dal biologico, dal basso impatto ambientale, dalle autoproduzioni. Sin da subito si è deciso che una delle priorità è di diffondere conoscenza e soprattutto la consapevolezza che il bellunese non è una zona depressa che ha bisogno di essere “sviluppata” da questo devastante tipo di agricoltura industriale. Ma che è anche molto importante mantenere viva la rete di collegamento tra diverse realtà che ha costruito la risposta comune data al presidente della Coldiretti Trentina Calliari.
Una rete che partendo da Cesiomaggiore e passando per Fonzaso, la Valsugana e Trento giunge in Val di Non, ma che puo’ (anzi deve) estendersi anche oltre.
Si è pertanto deciso di continuare questa collaborazione sinergica sia per organizzare una serie di serate pubbliche che oltre a Cesiomaggiore toccheranno (grazie alla collaborazione di gruppi locali) anche Fonzaso, Lentiai, Trento, e sia per costruire dei documenti, dei dossier su come è attualmente la situazione nel feltrino e come è in Val di Non. I
Inviteremo anche studenti, ricercatori, esperti alla stesura di questi documenti-dossier, convinti che troveranno ampio spazio in network nazionali e internazionali che hanno già manifestato notevole interesse per la questione. A ciò non mancheremo di aggiungere anche altre voci che parleranno di alimentazione, di sostenibilità, di potenzialità del territorio e dell’agricoltura bellunese. Un coro fatto di tante conoscenze, saperi, esperienze di cui è ricchissimo questa vasto territorio alpino.
Ci si è soffermati a lungo anche sulla questione autoproduzione. Autoproduzione è condivisione di tecniche di coltivazione, di sementi (vero patrimonio spesso ignorato), di contatti e metodologie. Ma è anche il riuscire ad autoprodurre dossier, il fare (tutti assieme) vere e reali “valutazioni di impatto ambientale e sociale” di certi “ecomostri” che vengono (o vorrebbero essere) imposti al territorio che ci ospita e a noi tutti.
Sbugiardando tecnici, burocrati, funzionari che reputano non impattanti impianti di risalita che sfregiano paesaggi, parchi naturali e riserve integrali. Molto interessante il lavoro fatto da Officina Ambiente e dai comitati trentini sulla V.I.A. (valutazione d'impatto ambientale) in quella provincia che noi bellunesi pensiamo sia l’eden mentre è ben altro.
La serata ha palesato la volontà di molti di mettersi in gioco, di offrire le loro conoscenze, competenze, contatti per costruire tanti spazi di discussione, informazione, progettualità, capaci di toccare le tematiche più svariate ma inevitabilmente legate le une alle altre.
Un discutere e proporre a più “livelli”, per parlare di “fasol bonel de fondaso”, di “distretto del biologico”, di “V.I.A.”, di sovescio, di creazione di una rete di condivisione e commercializzazione di semi autoctoni, di orti scolastici, di pannelli solari, di aree industriali, di cave e di tanto altro ancora, il tutto senza avere la pretesa di avere la verità o la soluzione migliore in tasca, ma con l’umiltà di chi vuole conoscere a fondo e di offrire le sue conoscenze agli altri, convinti che non ci interessa vincere ma piuttosto convincere, che non ci interessa inseguire l’autoreferenzialità né porre (imporre) marchi, visioni o sigle ma crear sempre più legami tra conoscenze e sensibilità consentendo loro di esprimersi al meglio.
Nuovo appuntamento fra 15 giorni, stessa ora e stesso posto con già “quasi pronto” il programma delle serate di marzo e l’auspicio che sempre nuove voci, sensibilità, colori si aggiungano a questo cammino che solcando bellunese e trentino ci fa sentire parte dell’immensa, stupenda regione alpina.
Tiziano - Comitato Prà Gras Fonzaso
www.pragras.blogspot.com
22.11.08
Fitofarmaci, c'è preoccupazione
L'Adige, 22.11.2008
12.11.08
presenta
Serata-dibattito
“Da l'autra banda del pomar”
(Dall'altra parte del melo)
A cura del Comitato per il Diritto alla Salute
20.45 L'agricoltura intensiva vista e vissuta da alcuni residenti in Val di Non.
21.15 Dalla negazione del rischio al principio di precauzione.
A cura del dottor Giorgio Bianchini
21.45 Un'agricoltura più rispettosa della vita e dell'ambiente: un'alternativa possibile.
A cura di Luisa Mattedi
22.15 Agricoltura pulita in Val di Non: una tesimonianza concreta.
A cura di Marco Osti
Moderatore: Marco Niro, giornalista di QT
Tassullo (TN) - Sala Centro Anziani
Giovedì 20 novembre '08 - ore 20.30
Scarica la locandina della serata
30.9.08
Vuoi una Melinda? No grazie!
NO, NON VOGLIAMO MELINDA E I SUOI PESTICIDI!- Guarda la galleria d'immagini
Ovviamente chi condivide il progetto DTT è d'accordo con gli autori dell'azione. Tutti, con i loro mezzi e saperi, devono esporsi per contrastare gli scempi e le devastazioni che stanno disegnando un triste e velenoso futuro per questi territori!
Proprio in questi giorni il Comitato della Val di Non ha diffuso i dati relativi ad analisi da loro svolte presso abitazioni, asili e parchi pubblici nella loro valle dove Melinda la fa da padrona: l’87% dei campioni è risultato contaminato da residui agrofarmaci e pesticidi.
Dinnanzi a tali preoccupanti dati non possiamo che pensare a una frase di un componente del comitato trentino: “Noi siamo molto preoccupati ed abbiamo paura per i nostri figli. TORNARE INDIETRO E' DIFFICILISSIMO, voi siete nella fortunata situazione di essere all'inizio e quindi si possono fermare le cose, vi diamo la nostra disponibilità a scendere ancora e parlare con i nostri nuovi dati se necessario"...
Vedi anche:
Dalla Val di Non alla Val Belluna: la globalizzazione del veleno
15.9.08
Il contro-pieghevole sul progetto delle nuove caserme di Mattarello
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UNA DECISIONE CONDIVISA?
Siamo in una provincia dove l’autonomia dovrebbe essere a tutela della Terra contro la speculazione dall’alto. Dovrebbe significare contatto con la gente da coinvolgere nelle problematiche che la toccano. Dovrebbe garantire la programmazione politica, la condivisione con la popolazione, l’ascolto delle diverse istanze.Il diritto del cittadino di conoscere tutti i dettagli di un opera pubblica e di vigilare così i propri amministratori è negato. Quei cittadini che hanno richiesto informazioni più dettagliate sul progetto hanno ricevuto solo un pieghevole.
IMPATTO ECONOMICO
La Giunta Provinciale di Trento, alla fine di accordi preparatori iniziati nel 2000 [1], il 7 febbraio 2002 autorizza il presidente Dellai alla sottoscrizione dell’intesa Governo-Provincia [2]. La firma di Dellai è apposta a Roma, in data 8 febbraio 2002 [3]. In questo accordo, la Provincia Autonoma di Trento si impegna a realizzare, contro la cessione da parte dello Stato di beni quantificati in 106 milioni di euro, strutture per 111 milioni di euro. Fra queste, per un importo di 64,5 milioni di euro, “infrastrutture necessarie alla difesa logistiche alloggiative e funzionali“ [4]: le nuove caserme in località S. Vincenzo di Mattarello.Nel 2007 l’importo generale dell’opera “nuove caserme” arriva a 194,230 milioni di euro [5]: il costo in 5 anni è aumentato del 300%. Contando le spese non ancora preventivate come la bonifica delle aree dismesse (le 5 caserme in città), i costi effettivi del progetto si possono stimare con un aumento del 600% rispetto a quanto previsto inizialmente.
Facciamo notare come il valore dei beni ceduti in scambio dallo Stato, quantificato nel 2001 [6] in 106 milioni di euro, sia passato nella stima del 2002 a 239 milioni di euro [7] più che raddoppiando il costo dell’operazione per noi.
Puntando l’attenzione sugli alloggi per i soldati, sempre l’Accordo di programma quadro prevede la costruzione di “N. 8 + 3 palazzine alloggi collettivi” [8] all’interno della cittadella militare. Inoltre, “qualora si rendesse necessario mettere a disposizione del Ministero della Difesa ulteriori unità abitative, fino alla concorrenza di 200 alloggi, la Provincia si impegna altresì ad individuare, sulla base di specifica convenzione con il Ministero della Difesa, nell’ambito del patrimonio pubblico esistente, idonee strutture” [9].
Per questo nel 2004 sono state acquistate a Mattarello, dalla ditta Edilbeton, due intere palazzine, di 36 appartamenti, per un importo complessivo di 11.433.800 euro (costo medio del singolo alloggio 317.600 euro); 12 alloggi sono stati ceduti l’anno stesso alla Difesa [10] e, nel 2006, gli altri 24.[11]
Tutto questo elenco di cifre - si badi bene soldi pubblici, provinciali, nostri - vorremmo facesse riflettere sull’effettiva convenienza dell’operazione. In cambio cosa abbiamo ricevuto? Che ne sarà dei terreni liberati dalle caserme cittadine?
La ricaduta economica locale in termini di lavoro sarà limitatissima in quanto poche sono le nostre aziende in possesso dell’apposita certificazione per poter partecipare alle gare d’appalto bandite dal Ministero della Difesa.
Note:
1_ Verbale Consiglio Comunale di Trento: adunanza del 26.02.2008
2_ “Intesa istituzionale di programma tra il Governo della Repubblica italiana e la Provincia autonoma di Trento approvazione dell’Accordo di programma quadro n. 1 – Interventi per la razionalizzazione delle sedi e delle strutture statali e provinciali nella città di Trento” Delibera della Giunta Provinciale n. 133 del 07.02.2002
3_ Delibera della Giunta Provinciale n.453 del 13.03.2006
4_ Delibera della Giunta Provinciale n.41 del 12.01.2001 nella quale le cifre sono espresse in lire
5_ Delibera della Giunta Provinciale n. 674 del 30.03.2007
6_ Delibera della Giunta Provinciale n.41 del 12.01.2001
7_ “238.801.743 euro” in “Intesa…” art. 4 comma 2, in Delibera della Giunta Provinciale n. 133 del 07.02.2002
8_ Bando di gara per pubblico incanto, Ministero della Difesa, Direzione Generale dei Lavori e del Demanio, pubblicato il 11.08.2004
9_ Delibera della Giunta Provinciale n. 453 del 13.03.2006
10_ Delibera della Giunta Provinciale n. 1901 del 20.08.2004
11_ Delibera della Giunta Provinciale n. 453 del 13.03.2006
IMPATTO SULLA COMUNITA'
Il progetto di una “cittadella militare” comporterà l’inserimento nel tessuto urbano di un corpo separato, una sorta di “ghetto”. Questa nuova comunità finirà per vivere a sé, come nelle basi USA, dove la gente trascorre anni in un paese senza nemmeno conoscerlo.L’intervento porterà un aumento pari al 28% della popolazione di Mattarello senza che sia stata fatta la benché minima previsione di un congruo aumento delle infrastrutture sociali. Sono state spese molte parole sui luoghi ricreativi ma nemmeno una su scuole, asili e servizi sociali. Certo non è pensabile che tutto gravi sull’attuale dotazione della popolazione di Mattarello, che a malapena soddisfa le esigenze del sobborgo. Anche a fronte delle richieste di potenziamento dei servizi scolastici presentate dalla Circoscrizione [13], il Comune non ha previsto per questi ulteriori stanziamenti.
Il personale militare di stanza a Trento che ritornerà da missioni che avvengono in territori di guerra sarà, come frequentemente accade, portatore di veri e propri traumi emotivi, spesso causa di disagi psicologici e comportamentali, un carico sociale che verrà a concentrarsi su tutta Trento Sud.
Mattarello e Trento Sud diventeranno, in caso di conflitto, “obiettivo bellico” grazie alla creazione di un nodo militare ben definito, sicuramente individuabile e di rilevanza strategica, data la concentrazione di risorse militari in termini di uomini, mezzi e strumenti.
Il rischio di un conflitto non ci sembra così remoto ma se volessimo pur considerarlo inesistente allora a che scopo potenziare la dotazione militare di stanza a Trento?
Note:
12_ Cfr. Franco Gottardi, Destino segnato per la piscina Fogazzaro, in L’Adige del 26.08.2007, p. 21
13_ Circoscrizione 08 Mattarello, delibere n. 22 del 27/07/2004 e n. 31 del 29/07/2005
IMPATTO AMBIENTALE
Durante i lavori (quindi per almeno i 5 anni programmati) continuerà il consistente sollevamento di polveri, risultanti dal sostanzioso movimento di terra e dallo spostamento degli inerti con mezzi di trasporto pesanti, l’inquinamento atmosferico e quello acustico generato dai mezzi stessi.Ancora più impattanti dal punto di vista ambientale ci sembrano le problematiche a lavori conclusi. La nuova regimazione delle acque sarà totalmente modificata per poter mettere in sicurezza una zona di naturale esondazione dell’Adige. Data la natura delicata degli edifici, si è ecceduto in prudenza volendo rendere la zona a prova di alluvione tramite l’innalzamento, con materiale di riporto, del livello del terreno. Ciò comporterà però che le zone immediatamente a Nord e a Sud della cittadella militare, diventeranno di fatto più vulnerabili dal punto di vista idrogeologico. Se l’Adige non si potrà sfogare in campagna lo farà sull’abitato.
Dobbiamo pure considerare che il Trentino ha solo l’1% di territorio pianeggiante e l’utilizzo di 27 ettari di terreno agricolo primario per le nuove caserme ci sembra uno sperpero. La preoccupazione per la sottrazione di territorio utile per l’agricoltura è condivisa dall’Unione contadini [14] e dalla Coldiretti [15] provinciale.
Non dimentichiamo poi che i 43 ettari di terreni che verranno dismessi dai militari non sono soggetti a verifiche delle agenzie protezione ambiente, come un qualsiasi terreno civile, e che quindi non sappiamo quanto e cosa comporterà la loro bonifica. Certo è che sarà a intero carico della collettività.
Note:
14_ Cfr. Silvia Ceschini, Agricoltura minacciata dalla città, in L’Adige del 19.01.2003, p. 24
15_ Cfr. Trento, questa città che spreca la sua terra, in Trentino del 04.03.2005, p. 9
TRENTINO TERRITORIO DI PACE?
Ogni grande progetto richiede una valutazione che va al di là dell’impatto economico e ambientale, tanto più se si tratta di un’opera non civile ma militare a carico della nostra provincia.Ci troviamo ad essere una delle poche province ad avere nel proprio bilancio un capitolo dedicato alle spese militari. La domanda che ci poniamo è quale sia la finalità ultima della destinazione di ingenti risorse finanziarie e di territorio.
Questa nuova struttura non può essere paragonata alle vecchie caserme perché sono cambiate le finalità del “sistema difesa” in Italia e il contesto internazionale in cui esso è inserito. Il nuovo modello di difesa, che si sta delineando dagli anni ’90, afferma esplicitamente l’obiettivo di difendere gli interessi nazionali ovunque siano minacciati. In questo quadro si inserisce la professionalizzazione dell’esercito e l’investimento in costosi sistemi d’attacco. Le missioni internazionali, a cui anche l’Italia partecipa, sono spesso finalizzate al controllo di risorse e aree strategiche per l’economia dominante. Ammettendo che lo scopo sia la pacificazione di queste aree, dobbiamo interrogarci, di fronte a tanti esempi tragici noti, dall’Iraq all’Afghanistan, sulla loro efficacia.
La professionalizzazione dell’“arte bellica” ha fatto diminuire le vittime militari nei conflitti degli ultimi 100 anni, ma ha fatto aumentare le vittime civili.
Anche il personale militare di stanza a Trento è in parte impiegato in queste operazioni internazionali.
Il Trentino è impegnato nella promozione della cultura di pace anche attraverso iniziative istituzionali ed educative. Diamo merito a questo impegno, ma dove è la coerenza se allo stesso tempo sceglie di costruire opere che si inseriscono in un meccanismo di guerra?
Siamo ancora in tempo per il futuro della nostra Terra e contro la guerra.
Richiedi informazioni, pretendi la trasparenza, fai sentire la tua voce!
Solo se diventiamo protagonisti del nostro futuro possiamo impedire decisioni prese ignorando il bene comune.
Non è mai troppo tardi!
11.9.08
Cles: pesticidi in parchi pubblici e case
Il Comitato per il diritto alla salute in valle di Non ha in mano i risultati di una serie di analisi che, a proprie spese (3.000€ il costo), ha commissionato ad un laboratorio fuori provincia. «Si tratta di 12 campioni - dicono Sergio Deromedis, Virgilio Rossi, Raffaella Mottes e Marco Osti a nome del Comitato - raccolti in 10 località. I campioni sono stati raccolti il 24 giugno 2008, giorno di sole. Nei mesi precedenti si erano avute copiose precipitazioni e l'ultimo trattamento consigliato era per fine maggio e inizio giugno». Quindi campionatura non in periodo sospetto. Alla raccolta era presente un addetto del laboratorio di analisi. Il territorio interessato? «In 8 casi, si trattava di pertinenze di abitazioni private, poi un parco giochi, un parco pubblico, l'adiacenza di un parco di un asilo nido e un prato a sfalcio». Quali parchi? «Il parco Doss del Pez di Cles, il parco giochi di Rallo e un prato stabile da foraggio a Smarano». I risultati? «Su 12 campioni, 10 contenevano residui di fitofarmaci. Teatraconazole, Chlorpyrifos-etil, Pirimicarb, Captano e tanti altri. In due parchi su tre, nei campioni di erba c'erano residui e così nell'abitazione privata». Che tipo di materiale è stato analizzato? «Erba nei parchi e nel prato a sfalcio, verdura ed erba negli orti, polveri sul davanzale e dentro l'abitazione». Non è legale la presenza di residui di pesticidi? «No, è contraria al dettato dell'articolo 674 del codice penale, che tutela la pubblica salute». Si tratta, asseriscono i volontari del Comitato, di fitofarmaci già studiati per le loro particolari pericolosità per la salute. «Un solo esempio. Il Chlorpyrifos-etil è stato proibito nel 2002 negli Stati Uniti in zone residenziali perché è stato dimostrato che le donne in gravidanza esposte al prodotto hanno partorito figli con cervello di dimensioni minori al normale. Si tratta di prodotti, quali il Captano, cancerogeno, che non sono di ultima generazione, apparsi sul mercato tra gli anni '40 e '60».
Perché il Comitato ha commissionato le analisi? Non ci sono controlli pubblici? «Le analisi vengono fatte solo sul prodotto venduto, nel nostro caso le mele. Poi sulle acque. Nessuna indagine, i cui risultati siano stati pubblicizzati, è stata condotta su superfici private e pubbliche». Il risultato più contundente di queste analisi lo espone il portavoce del comitato, Sergio Deromedis: «Possiamo ipotizzare che gran parte della superficie della valle di Non soggetta all'agricoltura intensiva della mela, veda la presenza di residui di fitofarmaci». I pesticidi arrivano anche, in proporzioni più o meno rilevanti, nelle case e interferiscono pure con altre produzioni alimentari: orti ma anche nell'erba del prato preso in considerazione (quindi interferiscono con l'attività zootecnica) e con l'agricoltura biologica.
Una campionatura è stata raccolta anche in una casa privata: giardino, orto, interno dell'appartamento: erba, ortaggi e polveri. «È stato monitorato un periodo di 6 mesi, da aprile a settembre. L'ordinanza dice che i trattamenti devono essere effettuati con lancia entro una fascia di 25 metri dal confine, in assenza di vento e in osservanza di altre ordinanze comunali. Eppure noi abbiamo potuto verificare la presenza di residui di fitofarmaci sia all'interno dell'abitazione e fino a 70 metri dal frutteto». Di qui, ad esempio, una delle proposte del Comitato: chiedere che i Comuni esigano i 100 metri di distanza dalle case e pertinenze private e di pubblica frequentazione. «I propri ortaggi, il proprio spazio privato non sono esenti da tracce di fitofarmaco». E qui la gente del Comitato consiglia la lettura di una bibliografia piuttosto ampia: ricerche scientifiche che proverebbero effetti importanti sulla salute per il contatto prolungato o con certe quantità di certi fitofarmaci: da irritazioni cutanee e delle vie respiratorie ad effetti sul sistema riproduttivo, endocrino, da effetti sul sistema neurologico a possibili effetti cancerogeni (linfomi, leucemie, prostata)».
Un'ultima precisazione da parte del Comitato: «Il nostro interesse non è quello di sabotare l'agricoltura intensiva ma difendere la vivibilità e la salute pubblica di una valle. L'agricoltore deve poter vivere degnamente del suo lavoro. Ma devono essere migliorati certi aspetti della sua attività. Vogliamo anche allertare i sindaci: debbono come minimo far rispettare la normativa esistente ma anche cambiarla quando insufficiente a difendere la salute pubblica».
Comitato diritto alla salute: chi sono
Il Comitato diritto alla salute ha una trentina di aderenti e ha raccolto più di mille firme a sostegno del proprio progetto nell'estate 2007-estate 2008. Molte firme (650) sono state consegnate alla giunta provinciale di Trento. Gli aderenti al Comitato sono di fasce professionali diverse: contadini, medici, artigiani, commercianti. Volontari. «Il nostro obiettivo è il contratto sottoscritto da un migliaio di persone. Le premesse riguardano il tema dei pesticidi, il non rispetto dei regolamenti e delle ordinanze esistenti. Ma anche la necessità di cambiare molte di queste norme». Solo dal 3% al 10% degli agrofarmaci giunge all'obiettivo e quindi dal 90% al 97% si disperde invece nell'ambiente. «Sono i risultati di una indagine del 1985. Nella petizione sono state chieste alla giunta provinciale cinque cose. Uno studio aggiornato su suolo, acqua, aria della valle di Non (fanghi e acque ferme). Uno studio epidemiologico sulla salute degli abitanti della valle con particolare riferimento ai bambini. Che si dichiari con totale certezza che non ci sono problemi per la salute, a seguito dell'uso di fitofarmaci, a vivere in questa valle. Un controllo del rispetto delle ordinanze comunali in tema di uso dei fitofarmaci e del protocollo della lotta integrata. Regole legislativo-urbanistiche per ridurre la tensione tra meleti e popolazioni, che migliorino la convivenza della gente con l'agricoltura intensiva. E si chiede che a lungo termine venga limitato lo sviluppo dell'agricoltura intensiva, incentivando forme di agricoltura pulita e la biodiversità sul territorio». Sono stati informati anche i sindaci di tutti i Comuni della valle di Non e Bassa valle di Sole con una lettera informativa contenente precisi riferimenti a ricerche scientifiche (anche in campo medico).
Un questionario per 106 turisti della media valle: salvate paesaggio e salute: «Stop a sviluppi ulteriori del melo»
Il turista che si rivolge alla valle di Non da anni, capisce cosa significa l'agricoltura intensiva. Sia nel suo aspetto relativo ai «trattamenti» (gli agrofarmaci) che in quello che riguarda l'impatto paesaggistico, ad esempi reti di protezione dalle grandinate e pali di cemento. E dimostra di non gradire eccessivamente.
Il Comitato per il diritto alla salute ha predisposto un questionario che ha sottoposto a 106 turisti durante la stagione stiva dell'anno 2007 e poi dell'anno 2008. Ogni questionario prevedeva anche che il turista indicasse, per iscritto, il suo nome ed i suoi recapiti. Gli scopi dell'indagine? Così il portavoce del Comitato Salute: «Volevamo capire quale sia lo sguardo del turista sul nostro paesaggio, sul nostro ambiente. Particolarmente in quella fascia della valle di Non, attorno ai 700 metri sul livello del mare, dove la frutticoltura è giunta solo in parte». Tanto per capirsi la zona di Tres, Smarano, Sfruz, Coredo, Romeno e Cavareno. I 106 turisti che hanno accettato di riempire il questionario avevano un'età media di 53 anni. Dalla lettura delle risposte si evincono alcune considerazioni: «Per il 39% degli intervistati il paesaggio noneso in questi ultimi anni è peggiorato. Il 64% di loro afferma che il peggioramento è dovuto allo sviluppo agricolo, all'agricoltura intensiva».
C'è di più: «Il 90% dei turisti sentiti dichiara che non sceglierebbe per le sue ferie un luogo di coltivazione intensiva del melo». Non solo a causa dell'uso degli agrofarmaci. C'è anche un altro impatto sul paesaggio che viene notato dagli ospiti: «Solo il 14% ritiene di minima importanza l'impatto sull'ambiente delle reti antigrandine».
Comunque, il 78% non apprezza l'idea che la coltivazione intensiva di mele si espanda ancora di più nelle località prescelte per le vacanze. Infine, il 40% di coloro che hanno compilato il questionario proposto dal Comitato asserisce che l'immagine che la pubblicità propone della valle di Non come luogo di vacanza, non rende l'idea del reale ambiente di questo ambito». Insomma, al turismo si mostrano vette e pascoli, dimenticando le mele. Ma il turista poi arriva in valle e non è cieco.
L'Adige, 10 settembre 2008
Vedi anche:
Melinda si espande ma cresce anche la protesta
9.3.08
Base di Mattarello: una passeggiata la fermerà!
Trecento persone hanno partecipato alla manifestazione-passeggiata indetta a Mattarello dal comitato che si batte contro la costruzione della base militare. Molti i residenti del sobborgo che hanno attraversato le campagne su cui dovranno sorgere le caserme. "E’ solo l’inizio - dicono i manifestanti - continueremo fino a quando questo progetto ritornerà in un cassetto"
Il tempo grigio che minacciava pioggia non ha scoraggiato le persone che poco a poco hanno raggiunto il centro di Mattarello per partecipare alla "passeggiata attorno alla base", la manifestazione indetta dal comitato che si oppone alla costruzione della cittadella militare.
Trecento persone, molti i residenti di Mattarello, alcuni con cartelli fai-da-te che esprimevano la contrarietà all’insediamento militare e alcuni che reggevano lo striscione di apertura con scritto "Difendiamo la nostra terra" e con disegnato il logo, ormai simbolo della battaglia dei no-base, che raffigura una simpatica vecchietta intenta a colpire - ovviamente con un mattarello! - la testa di un militare che assomiglia ad uno sturmtruppen.
Il corteo, che Franco Tessadri - portavoce del comitato - ha definito come "una passeggiata che ci permetterà di vedere lo scempio che vorrebbero fare della nostra terra", percorre inizialmente la direttrice della statale 12.
Il lato di questa strada, infatti, sarà il perimetro orientale della futura base militare e permette di capire l’ampiezza (30 ettari) della superficie che occuperà.
Per rendere l’idea, con le bombolette spray di colore rosso è stato scritto a caratteri cubitali sul fondo stradale "Inizio Base", per poi scrivere "Fine Base" dopo più di ottocento metri di percorso. Un tratto lunghissimo che segna un lato del perimetro che inizia a nord della rotonda di Mattarello per finire a pochi metri dalla concessionaria Dorigoni: una porzione importante di territorio che, se la base sarà costruita, diventerà una spianata di cemento su cui sorgeranno le caserme militari.
Il corteo-passeggiata si è poi inoltrato sulle stradine interpoderali della campagna di Mattarello, entrando sul terreno della futura base. “Su questa zona - fanno notare i residenti - i meleti non sono nemmeno stati potati, il raccolto dell’anno scorso giace a terra marcio, molte piante sono state sradicate”. "Questa visione di degrado - ci dice Marcella, una residente - spiega meglio di ogni altra cosa quale valore si perde se il progetto della base sarà messo in atto".
Si attraversa una bellissima zona coltivata a frutteto, tra i canali di irrigazione che incrociano gli appezzamenti di terra. "Una terra - afferma Stefano Bleggi del Centro sociale Bruno - che ci toglieranno per sempre se non partirà da qui un movimento di opposizione popolare a questo progetto militarista e nocivo che porterebbe un’ulteriore cementificazione del territorio".
Durante il percorso è stata registrata la solidarietà del proprietario di un vivaio che confinerà a nord con la base. "Nessuno - spiega ai manifestanti che lo circondano - è venuto qui a dirmi che avrò come vicini dei militari". Continua spiegando che “i proprietari di questi terreni hanno accettato di essere espropriati anche se i contadini che lavorano questa terra sono contrari”.
La camminata si conclude nell’area che costeggia la ferrovia, a est. Qui sono ammassati dei blocchi di porfido che serviranno a “sollevare” dal livello del terreno la costruzione delle caserme, una strategia ingegneristica che permetterà di evitare l’allagamento della struttura, essendo questa una zona paludosa. “Così dovrò comprarmi una barca – dice preoccupato un residente di Mattarello la cui abitazione sorge nelle vicinanze della futura base – perché con il rialzamento del livello e con trenta ettari di porfido non ci sarà il drenaggio del terreno”.
Negli interventi finali sono molti a chiedere di continuare con questa battaglia, di partecipare alla costruzione di una opposizione che ha come obiettivo quello di fermare il progetto della base militare di Mattarello.
Franco Tessadri ringrazia tutti “per una manifestazione che è riuscita al meglio”. Nonostante il tempo, infatti, trecento persone hanno dato il via ad una mobilitazione che tutti i partecipanti hanno giurato non si fermerà qui.
Ascolta le voci raccolte durante il corteo:
Franco Tessadri del Comitato contro la base dà il benvenuto all’inizio della manifestazione
[ audio ]
Alcuni residenti di Mattarello esprimono la propria contrarietà al progetto:
Marco [ audio ]
Fernando [ audio ]
Ornella e Enrico [ audio ]
Stefano Bleggi del Centro sociale Bruno
[ audio ]
Stefano Mayr di Mountain Wilderness invita tutti i partecipanti alla manifestazione di domenica 16 marzo per difendere la Val delle Lanze, contro la speculazione edilizia e la realizzazione di nuovi impianti da sci
[ audio ]
Link:
Leggi lo speciale: Mattarello si mobilita contro la base militare
Vedi il blog del Comitato contro la base
