15.3.09

Rifiuti e biodigestore: "Zambarda fermati"

L'assessore Pacher scrive al sindaco.
Ci sono altri posti. «Ascoltiamo i cittadini»

VALLE DEI LAGHI - Zambarda fermati. Lo dicono da mesi i comitati cittadini che contestano la localizzazione a Predera di un biodigestore, un impianto per il trattamento dei rifiuti organici di tutto il Trentino Sudoccidentale (18.000 tonnellate/anno), destinato alla produzione di biogas.
Lo stabilimento sorgerebbe nel territorio amministrativo di Lasino, ma si affaccerebbe sulle case di Calavino.
I comitati Bene Comune di Calavino e Lasino che hanno promosso una protesta senza precedenti sembrano determinati. Finora però non c'è stato alcun passo indietro da parte del sindaco di Lasino Mario Zambarda.
È la sua amministrazione che ha proposto la localizzazione a Predera. Ma il luogo scelto - dicono i residenti - è troppo vicino alle abitazioni (600 metri) e alle campagne coltivate a vite e melo. Più di un dubbio sorge anche agli amministratori pubblici.
Alberto Pacher , assessore all'ambiente e vicepresidente della Provincia, si è attivato. Il «numero due» della Giunta Dellai ha scritto al sindaco di Lasino. In un tono cortese, ringraziando il primo cittadino per il lavoro fatto finora, Pacher gli ha parlato della necessità di affrontare la questione in modo condiviso.
«Si impone un metodo diverso», dice, in sintesi, il documento, che è stato inviato a Zambarda la scorsa settimana. Chiaro il riferimento alle critiche emerse fra gli abitanti della «Val del vènt». L'amministrazione comunale di Lasino - dice chi si oppone al progetto - non ha coinvolto i cittadini. Il clima infuocato delle assemblee pubbliche di dicembre e gennaio, dove la gente è uscita più convinta di prima della non-opportunità di fare il biodigestore, ne è in qualche modo la dimostrazione. Pacher, in un territorio dove dovrebbe nascere la Comunità di Valle, non vuole imporre progetti.
Lo ha detto anche negli incontri pubblici. Da mesi nei vari paesi la «questione biodigestore» è all'ordine del giorno. C'è tensione. A maggior ragione in questo caso - fanno notare i comitati cittadini Bene Comune, che in pochi giorni hanno raccolto 1.300 firme di protesta e che ora si preparano a nuove iniziative - visto che l'iniziativa viene da un Comune, che vuole localizzare quello stabilimento in un luogo che si affaccia sulle abitazioni e sulle campagne del Comune vicino.
«Preoccupa l'Ora del Garda, che contribuisce ad un microclima unico nel suo genere: un vento - spiegano - che, a digestore costruito, porterebbe odori ed esalazioni addosso alle case. Preoccupa l'impatto paesaggistico-ambientale, in un territorio a vocazione agrituristica, dove sono stati fatti molti investimenti per tutelare viticoltura e frutticoltura. Non è un caso che in zona ci siano due biotopi, aree protette, non edificabili».
L'assessore Pacher, nella sua lettera al sindaco Zambarda, parla di necessario «confronto con gli altri sindaci e con i consigli comunali». Del biodigestore si parlerà anche domani nel consiglio comunale di Calavino.
L'amministrazione, guidata dal sindaco Mariano Bosetti , ha preso posizione contro l'impianto. Quindi, saranno soprattutto gli amministratori pubblici di Calavino a fare sentire la propria voce. Ma contestazioni ci sono state pure a Lasino, da parte della minoranza e della maggioranza (l'assessore ai lavori pubblici Sergio Pisoni ha chiesto alla giunta di prendere atto dell'opinione della gente, fermamente contraria) e dubbi sono sorti a Cavedine e Vezzano. «Non si può ignorare l'opinione dei cittadini», ribadiscono i referenti dei due comitati gemelli. Che Pacher stesse valutando l'opportunità di «bloccare tutto», per analizzare meglio la situazione e individuare luoghi a minore impatto socio-ambientale, lo si era capito già nelle scorse settimane, quando il vicepresidente rispose a due interrogazioni dei consiglieri Giorgio Lunelli (Upt) e Nerio Giovanazzi . «Luoghi alternativi esistono».
Un segnale di apertura, il suo, apprezzato dai comitati. Nei giorni in cui veniva recapitata la sua lettera al primo cittadino di Lasino, si sono mossi anche i vertici della Cantina di Toblino e della Cooperativa Valli del Sarca, che hanno preso posizione contro la localizzazione a Predera.

Fonte: l'Adige del 15 marzo 2009

14.3.09

Comitato Bene Comune di Lasino: sulla questione “biodigestore”

Come ben sapete, il Comitato “Bene comune” è nato per capire cosa sta succedendo attorno alla questione “biodigestore” ed esige da parte della nostra amministrazione chiarezza e trasparenza.
Nei giorni scorsi è stato depositato ufficialmente in Comune a Lasino l’atto costitutivo del Comitato “Bene comune”, assieme alle 413 firme raccolte a sostegno dello stesso: ben il 40% degli aventi diritto di voto (1014 iscritti alle liste elettorali di Lasino nelle elezioni del novembre 2008) ci hanno concesso la loro fiducia per attivarci nel fermare temporaneamente la “corsa” al biodigestore, in attesa di capire meglio.

Valle dei Laghi preoccupata
Sono state numerose le prese di posizione da parte di autorevoli personaggi del mondo produttivo, economico, politico (sia locale che provinciale) ed anche religioso che hanno ribadito l’importanza di fermarsi per capire bene cosa si ha intenzione di fare.
Seguono la vicenda con attenzione ed apprensione anche gli abitanti e gli imprenditori di Pietramurata, Sarche e Castel Toblino così come si è mobilitata la popolazione di Calavino con la nascita di un comitato locale che ha voluto chiamarsi con il nostro stesso nome “Bene comune”, anche a testimoniare concretamente nel nome che la questione non interessa solo Lasino; sono due, inoltre, le interrogazioni presentate al Consiglio Provinciale sul “biodigestore” di Lasino.
A breve sarà presentato a chi di competenza un documento, con il quale le principali organizzazioni che a diverso fine operano in Valle dei Laghi chiederanno ufficialmente alle istituzioni di fermarsi.

Consiglio Comunale diviso
Guardando in casa nostra, il Consiglio Comunale di Lasino è decisamente diviso: l’opposizione ha presentato una mozione per fermare i lavori del biodigestore ed anche la maggioranza è divisa al proprio interno. Come è noto, tre consiglieri della maggioranza, tra cui l’assessore comunale ai lavori pubblici Pisoni Sergio, il capogruppo di maggioranza Danielli Massimo e il consigliere Luca Bolognani, hanno richiesto nel dicembre scorso un consiglio comunale straordinario per capire cosa stava succedendo, essendo rimasti all’oscuro delle scelte e delle decisioni intraprese dal Sindaco relativamente al “biodigestore”.

Incontro con la Giunta
La scorsa settimana vi è stato il primo incontro ufficiale tra i rappresentanti del nostro comitato e la Giunta comunale dove Sindaco e Vicesindaco sono sembrati più che intenzionati a procedere nel più breve tempo possibile a deliberare la localizzazione alla località Predera; gli assessori Fronza Maddalena e Chistè Piero appoggiano le scelte del Sindaco.

Interrogativi senza risposta
Se, come dice il Sindaco Zambarda, dopo la delibera ci si può anche fermare e fare tutti gli studi che servono, perché tutta questa fretta?
Perché non si possono fare prima gli studi e poi deliberare con cognizione di causa?
Quali sono le reali motivazioni per le quali è necessario che si avvii tutto il prima possibile, senza prendere in minima considerazione le richieste e gli appelli provenienti in continuazione dalla società civile e ignorando completamente le tante persone di Lasino che hanno firmato a sostegno del comitato?
Perché Sindaco e Vicesindaco sembrano irremovibili nei loro propositi, pur avendo non solo l’opposizione consiliare, ma anche alcuni componenti della maggioranza e della giunta comunale schierati nettamente contro il proseguimento dei lavori?
Se anche venisse deciso di procedere, quali sono le garanzie che vengono fornite sulla pericolosità, gestione e controllo del futuro impianto?
Perché non viene illustrato alla popolazione un piano economico reale con l’indicazione dei costi e dei guadagni del futuro impianto dove siano ben evidenziati anche gli eventuali ritorni per la popolazione locale?

Quali garanzie per la popolazione
E’ vero che i rifiuti da qualche parte vanno smaltiti, ma è altrettanto vero che la popolazione deve venire tutelata ed adeguatamente garantita così come deve venire tutelato e garantito l’ambiente ed il nostro territorio che, come dice giustamente Don Grosselli, è già stato abbondantemente sacrificato in passato.
Le vicende del biodigestore di Campitello di Levico, della discarica Sativa di Sardagna, della ex cava Monte Zaccon di Marter Valsugana, della discarica della Maza di Arco, solo per citarne alcune, ci insegnano che, pur in presenza di assicurazioni e garanzie da parte dell’ente pubblico, l’ambiente e soprattutto noi cittadini e la nostra salute non sono tutelati!
Ricordiamoci che l’impianto proposto dovrebbe accogliere i rifiuti organici umidi di un quarto di Trentino e che tale impianto è previsto modulare, ovvero già pensato per poter essere facilmente ampliato…
Una volta realizzato sarà praticamente impossibile chiudere l’impianto di biocompostaggio o ridurne la capacità produttiva… in poche parole “il biodigestore è per sempre…” ed una volta imboccata questa strada – ne siamo coscienti - non si tornerà più indietro.

Appello agli amministratori comunali
Confidiamo nell’intelligenza, nel buon senso e nello spirito di responsabilità dei singoli amministratori comunali di Lasino affinché prendano coscienza della voce che sempre più forte si sta levando dall’intera valle e si fermino a riflettere anche perché sono stati eletti da noi per rappresentarci e sono tenuti ad operare con onestà e correttezza nell’esclusivo interesse della comunità e del bene comune!

Il Comitato “Bene Comune”
Angeli Andrea, Chemotti Ezio, Chesani Giocondo, Chistè Ivo, Ceschini Olga, Daves Simone, Gianordoli Michele, Marchetti Stefano, Mariz Massimiliano, Sartori Natale, Zannini Jacopo

10.3.09

Presentazione del Gruppo d'Acquisto Popolare

Quello all'interno del Centro Sociale Bruno di Trento più che un Gruppo d'Acquisto Solidale (G.A.S.) è un Gruppo d'Acquisto Popolare (in sigla G.A.P.).
Questo, non per togliere il valore che dà la solidarietà, ma soprattutto per caratterizzare il gruppo inserendolo nel contesto della città in cui regnano la frenesia e la sbornia da supermercato. Il tentativo è quello di nutrirsi a prezzi popolari di prodotti sani che provengono dallo scambio lavoro-raccolto con la nostra terra di montagna.

Trovando triste il cambiamento che l'agricoltura trentina ha subito negli ultimi 50 anni, noi cerchiamo di sostenere chi ha resistito e di incentivare coloro che hanno il coraggio di cambiare anche se questo significa perdere la sicurezza economica che può dare un consorzio non sensibile alle tematiche ambientali.
I principi che guidano l'esperienza , in continuo mutamento, sono:
- rispetto ambientale: un agroecosistema che si avvicini a quello naturale, prodotti di stagione, con imballaggi contenuti e riciclabili;
- territorialità: filiere corte con attenzione anche agli spostamenti per le lavorazione e gli imballaggi, riscoperta del territorio, della natura e dei contadini/produttori;
- dignità del lavoro, inammissibili le forme di caporalato o di sfruttamento in generale. Il contadino deve avere esperienza e non seguire ciecamente un disciplinare con norme talvolta incomprensibili;
- sostanza e non marchi: non ci interessa l'immagine o il logo del prodotto, diamo importanza alle caratteristiche organolettiche e alla genuinità;

Questi principi possono venire raccolti nel concetto di indipendenza alimentare, cioè un'alimentazione slegata dall'industria e dalle energie non naturali come il petrolio.

Per ulteriori informazioni e avere la lista con i prodotti disponibili potete contattare il referente del GAS/GAP Milo Tamanini: milotamanini@gmail.com

6.3.09

Mangiar bene e spendere poco, meno sprechi e spesa saggia

Fonte: Repubblica 05.03.09

In tempi di crisi ci sono misure semplici per poter risparmiare e continuare ad alimentarsi in modo sano e completo

di Carlo Petrini

Mangiare bene non costa caro. Se l’unica alternativa in tempi di crisi è andare al fast food o comprare i prodotti di bassissima gamma nei discount, significa che forse abbiamo problemi più gravi e radicati della crisi stessa. Cercare di rimediare alle difficoltà di bilancio mettendo nel proprio piatto - e in quello dei propri familiari - dei cibi non buoni, che alla lunga non fanno bene, e che sono parte integrante di quel sistema consumistico che, a ben vedere, è la causa principale dei nostri mali economici, non è la soluzione.

Anche perché altri modi di comportarsi ci sono, e a scanso di equivoci sgombriamo subito il campo dai prodotti di alta gamma, quelli che effettivamente sono un lusso. Pensiamo invece al cibo quotidiano: a una buona carne, a un buon pesce, a buone verdure. Il cibo di tutti i giorni, e pure il pasto occasionale fuori casa, può essere consumato a prezzi anche molto bassi senza rinunciare alla qualità e facendosi del bene, sia in termini di salute personale sia in termini di salute pubblica. Bisogna però lasciarsi alle spalle il pregiudizio che il cibo buono sia una cosa elitaria e soprattutto cercare di fare due operazioni: ricercare la qualità fuori dal sistema consumistico e riscoprire le buone pratiche domestiche e gastronomiche.

Per come si è strutturato, il sistema industriale alimentare butta via una quantità di cibo paragonabile a quella che produce. È il sistema dello spreco: in tutta la filiera non si fa altro che perdere delle occasioni per risparmiare, e non si creda che chi ci rimette sia poi l’industriale sprecone. Siamo noi ad accollarci tutti i costi: i danni all’ambiente, i costi della sanità e delle medicine per rimediare a diete sballate, a prodotti poco salutari, ricchi di sali, conservanti, aromi di sintesi, grassi "cattivi" che il nostro corpo fa fatica ad assimilare. Ci sono i costi di trasporti dissennati e inquinanti, i costi dei sussidi a un’agricoltura industriale che altrimenti sarebbe al collasso.

Paghiamo il fatto che vengano buttate via 4 mila tonnellate al giorno di cibo commestibile nella sola Italia: perché alimenti di più bassa qualità hanno una durata più breve, perché il sistema di distribuzione da questo punto di vista non è efficiente. Inoltre produciamo tonnellate di rifiuti con gli imballaggi: altri costi per la società, per noi. Mangiando un hamburger di bassa qualità a un euro crediamo di aver risparmiato, ma non è così. Il resto lo paghiamo con le tasse, e se quella dieta ci fa male lo pagheremo anche in medicine: il conto alla fine è salato, molto salato.

Uscire dal sistema significa cercare canali di distribuzione alternativi, che non generino tutto questo spreco e questi costi collettivi. È un vantaggio diretto anche sul prezzo: in ogni città ci sono mercati in cui si può comprare direttamente dai contadini a prezzi vantaggiosi, e con una qualità migliore. Sarebbe poi sufficiente rispettare la stagionalità dei prodotti. In stagione frutta e verdura costano meno. Sfido chiunque a dire che, per esempio, i cavoli sono cari. In un mercato della mia città, dove ancora ci sono i contadini, li ho trovati a 0,60 euro al chilo. Magari sono stato fortunato, ma chi cerca trova. Sono freschi, sono nutrienti e soprattutto a saperli cucinare c’è da sbizzarrirsi. Su un mio libro di cucine regionali ci sono trenta ricette con i cavoli, e in molti casi calcolando il prezzo a porzione si arriva a cifre irrisorie.

Per frutta e verdura, poi, si può anche evitare la fatica di andare al mercato: ci sono i Gas, i gruppi di acquisto solidale sempre più diffusi in tutta Italia, e anche cooperative di produttori che consegnano la merce direttamente a casa. Per restare nel mio Piemonte, la cooperativa "Agrifrutta da te" consegna ogni settimana per 10 euro una cassetta tra 6 e 7 kg di frutta e verdura di stagione coltivata localmente secondo i criteri dell’agricoltura integrata. Consegna a domicilio anche a Torino, ed è stato calcolato che la stessa identica spesa acquistata al mercatino rionale costa circa un euro in più, e dal fruttivendolo anche 3 euro in più al chilo.

Ma non si tratta solo di saper fare la spesa: con le buone pratiche domestiche e gastronomiche si potrebbe risparmiare. Ad esempio non c’è educazione sui tagli animali. La perdita di artigianalità nella macellazione, ormai ridotta a una catena di smontaggio in grande scala a colpi di seghe e seghetti, fa sì che una consistente parte della carne consumabile vada perduta. I tagli meno nobili non sono più richiesti perché si è persa la capacità e la voglia di cucinarli: il consumatore è malato di filetto. La Granda, un’associazione cuneese che opera da anni nell’allevamento sostenibile di bovini di razza piemontese, ha per esempio deciso di vendere tutto, ma proprio tutto, dei loro animali: per far sì che gli allevatori possano guadagnare il massimo, ma tutto ciò si traduce anche in un risparmio per noi. Mi dicono che buttano via soltanto le corna e gli zoccoli degli animali, impiegano anche il quarto anteriore (i muscoli del collo, della pancia, della spalla, dello sterno e il costato) e il cosiddetto "quinto quarto", ovvero testa, coda, organi interni addominali e toracici, sangue e zampe. Ne sono nati dei prodotti come un hamburger (1,15 euro l’uno), la galantina, un’anti-carne in scatola (fatta con guancia, zampe lingua e coda), delle monoporzioni di brodo, dei ragù e dei paté. Un quinto dei loro prodotti sono piatti pronti, tutti senza conservanti e con una materia prima di qualità eccellente, molto gustosa e, secondo una tesi di laurea in medicina dell’Università di Torino, anche dai valori nutrizionali migliori di una normale carne di bovino.

Se la carne migliore della Granda, un taglio pregiato di bovino femmina, costa effettivamente - e giustamente per com’è allevata - più di 20 euro al chilo, cioè di più della sua analoga prodotta con metodi poco sostenibili, per un taglio di polpa di bovino maschio, comprato direttamente dagli allevatori, macellato in modo che non si sprechi nulla, avendo un prodotto di qualità decisamente superiore e che si conserva più a lungo, si può arrivare intorno ai 10 euro. Sarà sufficiente saperlo cucinare, magari in umido o con una cottura lenta, per ovviare al fatto che la carne del maschio è meno tenera di quella della femmina. Se assumiamo che una porzione normale di carne sia di 80-100 grammi (in Italia si consumano mediamente 5 chili di carne alla settimana), il prezzo di quella porzione andrà dunque da uno a due euro a seconda della qualità che scegliamo. E stiamo parlando di bovini allevati con i guanti.

Lo stesso tipo di mancanza di educazione gastronomica si sente per i pesci: pensiamo a quelle specie che sono pescate e ributtate in mare perché non hanno mercato. Tutti vogliono l’orata e il branzino perché non hanno idea di dove iniziare a cucinare le altre specie, per esempio il pesce azzurro: buono, gustoso, salutare, ma leggermente più difficile da preparare. E il pesce azzurro costa veramente poco. Un’altra cosa di cui non siamo più capaci è la conservazione dei cibi: ricordo che in estate dalle mie parti, nei cortili, era tutto un ribollire di grandi pentoloni, in cui si preparavano le conserve. I pomodori erano colti in stagione, al meglio della loro maturazione, e i profumi che si sprigionavano, e che venivano chiusi nei barattoli per poi essere consumati d’inverno erano strepitosi. Oggi d’inverno vogliamo i pomodorini che arrivano da chissà dove, sono cari e poveri di gusto. Costerà tanto di più un vasetto di passata fatto in casa?

Tutte queste buone pratiche, queste accortezze e questo bagaglio di creatività popolare, sono state quasi abbandonate, ma si potrebbero tradurre in risparmio, in soldi veri. Se non siamo più disposti a cucinare, a cercare i prodotti buoni e vicini, coltivati appena fuori città e di stagione, che ci possono realmente costare meno, non possiamo poi lamentarci del fatto che il cibo è caro. E se proprio vogliamo concederci un pasto fuori, anche qui la tradizione italiana è molto generosa. Un panino con la milza a Palermo, un panino con il lampredotto a Firenze, un cartoccio di pescetti fritti a Genova si aggirano tutti sui due euro. Per poco di più si può mangiare una buona pizza a Napoli o un buon piatto di pasta nelle tante trattorie low cost che ci sono ancora nelle nostre città e nei nostri paesi.

Non è vero che mangiare bene costa caro: non sappiamo più come si fa. In sprezzo a una tradizione gastronomica, quella regionale italiana, che ha creato dei capolavori di ricette partendo dal poco che si aveva a disposizione in casa, e cioè da un unico grande assunto: la fame.

Inceneritore, le (in)opportune perle di Pacher

Comunicato di Nimby trentino

In consiglio provinciale, nel corso del dibattito sulla mozione di Borga, il vicepresidente e assessore provinciale all’ambiente Alberto Pacher ci ha regalato altri inopportuni spunti di lettura della partita inceneritore. Quella partita che sembra debba rimanere questione da gestire in camera caritatis, sempre e solo con quegli "esperti". Quelli che privilegiano “la concentrazione di servizi e funzioni solo sulla città di Trento”, anche se all’ultimo punto della “Carta di intenti del centro-sinistra autonomista”, distribuita alle primarie di domenica scorsa, era scritto il contrario.

Il neo assessore provinciale all’ambiente ha affermato che:

- “quanto più alta è la percentuale alla quale si arriva nella raccolta differenziata tanto maggiore è il bisogno dell'inceneritore perché aumenta anche la quantità di prodotto impuro da smaltire”, come se senso e fine del differenziare non sia ridurre, riusare e riciclare i rifiuti ma renderli “impuri” per incenerirli. Con tanto di ringraziamenti al senso civico e di responsabilità dei cittadini contribuenti. È ritornato sulla questione delle discariche, secondo cui l’incenerimento è compatibile con la loro sparizione mentre è vero che il 30% circa delle ceneri pericolose e tossico-nocive, prodotte dall’incenerimento, necessita ugualmente di discariche con più problematiche delle esistenti;

- avremmo assistito a numerosi dibattiti pubblici. Ma non ne ricordiamo nemmeno uno, proposto da Comune di Trento o Provincia, che affrontasse la questione sanitaria. Ci dice che in Europa l’incenerimento è normale prassi di smaltimento, dimenticando che il presidente Obama, acclamato anche da molti trentini, ha appena affermato: “Io penso che, come nazione, dobbiamo approvare norme federali, con scadenze reali, che impongano a tutti gli stati di riciclare plastica, alluminio, carta, ecc. lavorando ad un processo incrementale che ci porti al traguardo rifiuti zero. Avanti! Tutti gli animali eccetto l'uomo lo fanno ogni giorno. Non pensiamo noi di essere la specie più evoluta?";

- se il centrodestra nazionale sostiene l’incenerimento è curioso che quello locale lo ostacoli. Nella regione dell’autonomia l’assessore provinciale all’ambiente dimostra scarsa autonomia di libertà e di pensiero che, invece, è prerogativa dell’iniziativa dell’ex sindaco di Mezzolombardo. Sorvolando sulla trasversalità di questa come di altre questioni, soprattutto quando la posta in gioco è lasciata alla discrezionalità delle multiutilityes. Ad esempio di quelle che "costrinsero" il centrosinistra di Prodi, poco prima della scadenza del suo mandato (febbraio 2008), a concedere i Cip6 agli inceneritori campani. Anche per questo siamo sotto infrazione da parte dell’Unione europea, perché in Italia centrodestra e centrosinistra finanziano i produttori di energia da incenerimento, al pari di quella rinnovabile, solare o eolica, mentre in Germania chi incenerisce i rifiuti paga una tassa.

Inutile ribadire che la questione rifiuti si può affrontare senza incenerimenti; tutto sta a vedere se la politica è disposta a gestire questa partita con il reale coinvolgimento degli altri comuni trentini, e non solo attraverso un esclusivo e privilegiato rapporto tra il Comune di Trento, la Provincia e gli altri partner.

[ Segue la cronaca ]

27.2.09

Petizione contro il nuovo disegno di legge sulla caccia

Riceviamo e pubblichiamo,
OA

Anche voi potete contribuire ad una campagna di divulgazione e di protesta contro il disegno di legge dell'on. Orsi sulla caccia; si tratta di una revisione integrale della legge sulla caccia del 1992 con grandi stravolgimenti e innovazioni che vanno a vantaggio esclusivo dei cacciatori (750000 in tutta Italia).
Di fatto verranno:
- estesi i periodi di caccia;
- estesi i territori aperti alla caccia;
- portata a 16 anni l'età per la licenza;
- autorizzata la rosata a pallettoni per la caccia al cinghiale,
- liberalizzato il nomadismo per la caccia ai migranti;
- autorizzato l'utilizzo dei cani da traccia per la caccia agli ungulati e bovidi, e altre cosette simili.
Nell'interesse di tutti i boschi, le montagne, i prati, gli argini dei fiumi, i parchi ecc. non possono diventare esclusiva di una minoranza.
Se qualcuno vuole esprimere il proprio dissenso può scrivere agli onorevoli senatori della commissione Territorio/Ambiente del Senato; firmare la petizione su www.baseverde.org/petizioni/petizione-bozza-legge-orsi-caccia/ e/o iscriversi a Facebook amici della pagina "No caccia selvaggia".
Comunque vi chiediamo di diffondere ai vostri contatti.

Grazie dell'attenzione Laura

22.2.09

Acciaierie, analisi fuori provincia

Il Comitato Barbieri Sleali cerca sostanze

BORGO VALSUGANA. Il Comitato Barbieri Sleali organizzerà una manifestazione di piazza a Borgo, per sensibilizzare la gente ma soprattutto per raccogliere fondi che serviranno per far compiere delle analisi su terreni limitrofi alle acciaierie di Borgo, per l’identificazione di eventuali inquinanti pericolosi per la salute. Un altro esempio, ormai, di come la popolazione, non fidandosi più dei controlli pubblici (quelli dell’Appa) abbia deciso di prendere in mano la situazione, in difesa dell’ambiente e della salute pubblica.
Abbiamo incontrato tre rappresentanti del Comitato, il dottor Roberto Cappelletti, chirurgo all’ospedale di Borgo, Rosa Finotto e Saverio Giongo. Il perché del nome del Comitato è presto detto. Si dice che Francesco Giuseppe volesse che il suo barbiere fosse sempre di Valsugana: perché i valsuganotti erano i più fedeli tra i suoi sudditi, quindi non gli avrebbero tagliato la gola e non avrebbero fatto circolare notizie relative alle attività del monarca. Loro, quelli del Comitato, invece, vogliono che le notizie circolino, specie sulla salute dell’ambiente in valle, negli ultimi anni messa a dura prova per vari aspetti. “Siamo una trentina di persone, di tutta la Bassa Valsugana e ci siamo costituiti in comitato da un anno. Siamo partiti con il problema dell’acciaieria anche se il nostro interesse riguarda l’ambiente in generale e la salute pubblica”.
Ora scenderanno in piazza. “Lanceremo una sottoscrizione attraverso una manifestazione di piazza a Borgo. I nostri referenti, in quel caso e successivamente, raccoglieranno offerte e sottoscrizioni che ci permetteranno di far svolgere, autonomamente, delle analisi sui terreni vicini alle acciaierie. Per definire se e in che misura, si riscontrerà presenza di cromo esavalente e altre componenti tossiche”. La data sarà comunicata a breve e seguirà di poco quella delle elezioni comunali a Borgo e Strigno. “Speriamo di poter far muovere la cittadinanza di Borgo. Ad esempio quelle mamme che si erano mobilitate per il parcheggio sotto l’asilo. Poi la raccolta fondi verrà organizzata in vari paesi”.
Il Comitato vanta adesioni da Novaledo a Tezze. È collegato con L’Osservatorio di Grigno-Tezze, il comitato di Fonzaso che ha bloccato l’insediamento nella piana di Arte di un’acciaieria, col Comitato Marter, con l’Antipuzza di Campiello, l’Antibonifica di Villa Agnedo e il Comitato discarica Sulizzano di Carzano.
“Ciò che ci preoccupa – dice il dottor Cappelletti – è che la letteratura conferma che attorno ad ogni acciaieria o inceneritore, si verifica un aumento della mortalità. Non solo per tumori ma anche per malattie cardiovascolari e polmonari. Le acciaierie a Borgo sono in pratica nel paese, in una vallata senza riciclo dell’aria, attraversata da una via che porta 40.000 passaggi di mezzi a motore al giorno. A Borgo poi, si sono registrate concentrazioni di polveri sottili tra le più alte in Italia. Siamo seriamente preoccupati”.
Sono anche altri i timori che muovono il Comitato. Si vocifera di immissione di rottami provenienti dall’Estnel processo di lavorazione a Borgo e anche di una possibile cessione ad azienda estera, poco controllabile, dello stabilimento. C’è dell’altro: “Noi sappiamo di cinque tumori che sono stati diagnosticati in 20 anni a dipendenti dello stabilimento. Ma poi ci sono le recenti indagini della magistratura, quei rifiuti dell’acciaieria non proprio in regola”.
I Barbieri Sleali vogliono analisi fatte in un laboratorio accreditato di fuori provincia. Il comitato scientifico, interno al gruppo e formato oltreché dal dottor Cappelletti anche dall’ex docente universitario Giorgio Jobstraibizer e dalla biologa Fabiola Paterno, ha definito una mappatura della zona e una metodologia dei prelievi. Si parla di 2.500-3.000 euro per un solo elemento da individuare. Il cromo, certo, ma anche le diossine (900-1.000 euro a campione). Le analisi verranno fatte verso aprile, col disgelo.
Parlavate di tumori? I dati sull’incidenza del male dell’Osservatorio epidemiologico dell’Azienda Sanitaria direbbero che tutto è normale. “I dati sono interpretabili – dicono al Comitato -. In Inghilterra certe ricerche avevano stabilito lo stesso ma poi, cercando nei luoghi di ricaduta dei fumi, le cose sono cambiate”. Tra l’altro, quella indagine dimostra proprio che qui e là, gli uomini rispetto alle donne, in quel paese rispetto a un altro, ci sono casi di incidenza maggiore alla media trentina dei tumori.

Renzo M. Grosselli

l’Adige, 18 febbraio 2009