6.7.09

Replica di Officina Ambiente alle menzogne della Provincia sull'inceneritore

Evviva! Il prossimo Premio Nobel per la chimica sarà in provincia di Trento! A questo punto possiamo esserne sicuri, viste le ultime sparate di quelli che vengono definiti "esperti" della Provincia. Sicuramente tale ambito premio sarà vinto da loro, visto che sono riusciti a smentire uno dei principi su cui si basa l'universo e che permette ad ogni cosa di esistere così come la conosciamo, una frase ormai appartenente al linguaggio comune, una legge che il chimico Lavoisier ricordò oltre 2 secoli fa: "nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma". Leggo infatti le recenti affermazioni di tali eminenti scienziati che si permettono di dire (nella loro ignoranza, a questo punto) che quest'opera non inquinerà. Se questo fosse vero, le loro geniali menti avrebbero realmente smentito la legge della conservazione della massa e dell'energia. Infatti mi chiedo come sia possibile che l'inceneritore, diminuendo il quantitativo di rifiuto solido bruciandolo, non abbia emissioni di gas inquinanti. Dove va a finire tutta la massa di rifiuto incenerita? Utilizzando come esempio l'A2A (ex ASM) di Brescia, preso come modello per il progetto di quello che viene erroneamente chiamato "termovalorizzatore" - visto che in realtà non valorizza proprio niente, essendo che brucia, sprecando, quella che, se gestita meglio, potrebbe essere addirittura una risorsa - ogni 100 kg di rifiuti inceneriti 20 kg sono di residuo solido molto tossico, da smaltire in discariche di 2^ categoria. Gli altri 80 kg, che secondo gli "esperti" della Provincia non esistono, in realtà ci sono eccome! Anzi, questi prodotti gassosi, essendo il prodotto della reazione con l'ossigeno, risultano essere alla fine molti di più che 80 kg. Infatti ogni anno nella sola Brescia vengono mandati all'incenrimento circa 500 mila tonnellate di RSU e da questo si sviluppano 180 mila tonnelate di ceneri tossiche (da stoccare in discariche speciali) e 3 milioni di tonnellate di aria inquinata da polveri e da gas (come cloro, PCB, diossine, furani, metalli pesanti, gas serra, CO2 ma anche molti altri).
Oltre alle ormai appurate bugie di Mamma Provincia, vi sono poi numerose altre problematiche legate all'inceneritore, poiché è un'opera antitetica al riciclaggio e contropruducente dal punto di vista del recupero energetico. Questo perché le lobby che gestiscono lo smaltimento traggono più profitto incenerendo i rifiuti piuttosto che riciclandoli, visti i numerosi incentivi pubblici concessi (tra i quali i famosi cip6), dato che l'energia ricavata dall'inceneritore è erroneamente considerata rinnovabile. Nel termoutilizzatore di Brescia, inoltre, la percentuale di carta e cartone contenuta nel rifiuto è pari al 27%. Se questa fosse riclata e quindi venisse a mancare dalle camere di combustione vi sarebbe una riduzione del 55% del calore ceduto durante l'incenerimento. Con questa riduzione i rifiuti non sarebbero più in grado di autosostenere la combustine e sarebbe quindi necessario, affinché brucino, alimentare l'inceneritore con oli combustibili o metano, con ulteriore spreco di risorse e produzione di gas serra. Togliendo anche l'11% composto da materie plastiche riciclabili il potere calorifico si ridurrebbe ulteriormente del 38%.
Per di più l'inceneritore è antieconomico, visto che tra incentivi pubblici, costi di incenerimento, di gestione e di smaltimento delle scorie, sulla bolletta che arriva a casa ogni chilowatt di energia proveniente dall'inceneritore verrebbe a costare circa 3 volte di più di quella proveniente da altre fonti.
La raccolta differenziata è inoltre più conveniente sotto il profilo energetico poiché, oltre a diminuire sensibilmente la produzione di RSU, comporta un risparmio energetico pari a 1600 GW annui, mentre l'inceneritore, sempre prendendo in considerazione l'A2A di Brescia, comporta un recupero energentico di soli 500 GW/anno.
A questo punto risulta evidente che quest'opera è inutile, nociva e controproducente, ed ancor più evidente risulta che l'inceneritore non ha futuro mentre le buone pratiche sì. La raccolta differenziata con il riciclaggio e la diminuzione della produzione dei rifiuti sono la vera alternativa alla discarica. Esempi come Lavis e la Val di Fiemme, ma anche numerosi altri comuni sia trentini che veneti, come nel trevigiano, ma anche in tutt'italia, sono da prendere come esempio; in tutti questi luoghi la differenziata ha raggiunto l'80% e più! Il vero sistema integrato al riciclaggio non è l'inceneritore ma la diminuzione della produzione. Bisogna produrre meno rifiuto e differenziarlo di più se si vuole realmente eliminare il problema. L'incenerimento non è certamente la soluzione.

Filippo Rigotti - Officina Ambiente

1.7.09

Il riconoscimento Unesco non salva le Dolomiti

Solamente delle menti raffinate con l’ausilio di un poderoso supporto politico potevano raggiungere un traguardo così ambizioso: Dolomiti patrimonio dell’umanità! Dopo 5 anni di duro lavoro sono state scelte e «sacrificate all’intoccabilità» alcune vette prestigiose e di grande richiamo che però per quanto riguarda gli interessi legati agli impianti di risalita contano poco o nulla (eccezione fatta per la Marmolada, per la quale i registi dell’operazione prima di fare partire la richiesta di riconoscimento da parte dell’Unesco, hanno pensato bene di ottenere le necessarie autorizzazioni di ricostruire tutti gli impianti - in Veneto e in Trentino - anche con delibere di legittimità molto dubbia, blindando in questo modo l’accesso alla Regina delle Dolomiti). Chi ha lavorato per l’ambito riconoscimento, ha evitato con estrema cura e attenzione di inserire fra le varie aree e gruppi montuosi da sottoporre a vincolo, quelle dove gli interessi legati allo sviluppo degli impianti di risalita sono reali e pesanti. Protezionismo ambientale senz’altro, purché questo non crei al manovratore ostacoli di alcun tipo per la situazione esistente o per qualsiasi programma di sviluppo futuro. Qualcuno si è chiesto come mai non siano stati sottoposti a vincolo il gruppo del Sella, le Tofane, il Sassolungo e il Monte Cristallo? E questi solo per citare i primi gruppi dolomitici che mi vengono in mente. La risposta è abbastanza semplice. Le aree sciistiche più interessanti e di maggior pregio potranno continuare a svilupparsi e aggiornarsi senza incontrare particolari impedimenti, godendo peraltro dell’enorme ricaduta mediatica ottenuta con il riconoscimento delle Dolomiti (tutte) patrimonio dell’umanità. Chapeau!

Filippo Graffer - L'Adige, 1 luglio 2009

30.6.09

La montagna ridotta a spettacolo di massa

Anche se, prevedibilmente, si assiste ora alla consueta quanto desueta gara dei meriti, l'imprimatur Unesco alle Dolomiti riveste una valenza «universale», che non può - nel suo spirito - appartenere ad alcuno, prescindendo dagli attori che se ne sono fatti sostenitori. Può confortare chi voglia - nonostante tutto - continuare a credere nel primato e nella forza dell'intelligenza umana l'oggettiva eventualità che quest'occasione di prim'ordine abbia a stimolare e provocare un trasversale «nuovo ragionamento». Degnamente rispondente all'essenza del riconoscimento stesso, coerente ed all'altezza del valore stesso delle nostre Dolomiti. E da questo assunto sgorgano gli interrogativi: che si moltiplicano vertiginosamente, a cascata, valutando esperienze maturate, le prese di posizione che sorgono a più voci in questi giorni, le promesse e le enunciazioni della politica dell'oggi che appare pericolosamente ringalluzzita da questo oggettivo ed ulteriore accredito di immagine. L'amico Giorgio Daidola è stato «tranchant» nel suo giudizio (è una buffonata con finalità turistiche), sollevando manco a dirlo irritate prese di posizione. Ma sono sostanzialmente concorde con la sua rude e tuttavia efficace analisi, semplicemente per aver vissuto nel mio percorso professionale pluridecennale una nutrita e serie di enunciazioni programmatiche tutte ugualmente e mirabilmente dirette al «governo» del turismo in chiave moderna e sostenibile, rispettoso della natura, un turismo veicolo di trasmissione di valori di identità dei luoghi, della storia locale, delle persone. Grossomodo, sappiamo tutti cosa e come fare, quali percorsi di dovrebbero scegliere, conosciamo quelli scelti a mezzo dell'esercizio del compromesso, essenza della politica e strumento irrinunciabile del governare. Introduco a questo punto, sommessamente, un ricordo carico di nostalgia e del tutto personale, ma credo attualissimo: fine Anni Ottanta del secolo scorso, ebbi il privilegio di discutere con l'allora assessore provinciale all'ambiente Walter Micheli un pomeriggio intero su un «progetto turistico per il Trentino». Che mutuando e declinando le positive esperienze messe a segno nella gestione dei parchi e del territorio, avesse come obiettivo finale la rivoluzionaria (per allora, ma non meno per oggi) idea di trasformazione (complessa, senza dubbio) delle nostre vallate in un grande e diffuso «parco turistico del Trentino», nel quale l'oggetto/soggetto tutelato fosse l'ospite turista. Un traguardo ambizioso e difficile, per molti verso scomodo e sicuramente poco visibile perché avrebbe inciso profondamente nella carne della sostanza e non sulla facciata del nostro sistema d'ospitalità. Ma sappiamo tutti quant'acqua è passata sotto i ponti da allora, quanti accadimenti si sono succeduti. Vista la realtà dell'oggi, pensando a quali oneri (al di là degli onori già ampiamente incassati) possa comportare la gestione di una realtà siffatta, non possono che crescere un'esistente preoccupazione e allarme dettati da uscite del genere «andremo a creare la cabina di regia delle Dolomiti» oppure «non daremo luogo ad altri carrozzoni (testuali parole del governatore Dellai)». Enunciazioni foriere di apprensione visti i precedenti specifici in fatto di cabine di regia: mentre ad otto anni dall'entrata in vigore d'una riforma del turismo che non ha funzionato - e che la politica non ha saputo né voluto correggere, ma che dovrà gioco forza rimediare - sentiamo ancora periodicamente lamentare l'assenza proprio di cabine di regia (locali) nel settore che con la «nuova dimensione» delle Dolomiti avrà maggiormente a interagire. In un contesto di non assimilazione e coscienza, si suppone, dal punto di vita di programmazione (esiste un Progetto Dolomiti? Un sito web ed enunciazioni programmatiche interregionali certo non bastano!). Ritorniamo a Giorgio Daidola: forse, non è che abbia - pur non lesinando energie nei toni - voluto sottolineare proprio questo aspetto con il suo provocatorio allarme-denuncia? Questa nostra politica e amministrazione tesissime sugli aspetti dell'immagine e dell'apparire, saranno davvero in grado di sfoderare inedite arti di composizione delle pretese e delle diatribe (interregionali) esprimendo finalità ed operatività rispondenti alle esigenze di difesa delle Dolomiti? Anche se sarebbe disonesto negare l'esistenza istituzionale trentina, peraltro derivata da solidi precedenti, d'una attenzione e tensione alla cultura dell'ambiente e della natura (non esente da scivoloni e contraddizioni), non può non preoccupare alla luce delle ricadute turistiche innescate dall'imprimatur Unesco la sostanziale mancanza d'un «progetto turistico montagna» del quale le Dolomiti costituirebbero la punta di diamante. Della montagna, la nostra organizzazione turistica trentina (Trentino Spa ed Apt locali) sfrutta esclusivamente gli effetti spettacolari e teatrali, ben guardandosi secondo una gestione ampiamente autoreferenziale dell'offerta, dal trasmettere reali contenuti e valori sottesi alla frequentazione della stessa montagna. E ben guardandosi dall'incidere, ottemperando ad una funzione di «destination management» peraltro ascrivibile a chi governa il turismo, attraverso formazione e programmazione sul tessuto connettivo dell'ospitalità (i soggetti classificati come «privati»), costituito da quanti in montagna operano e lavorano. Ammassare migliaia di persone sulle Dolomiti di Fassa o nella conca di Fuchiade (tempio dei grandi spazi e silenzi, a mio avviso letteralmente violentato) per esibizioni musicali-happening perfino amplificate è mera e totale contraddizione: peggio ancora quando ciò accade addirittura all'interno di parchi naturali oppure nelle verdi oasi delle malghe ridotte a set per cori e cantanti con gli inevitabili stress ambientali connessi a carichi antropici devastanti nell'arco di poche ore. Cercando di scordare, con buona pace generale, gli abissi di buon gusto rappresentati dai trascorsi circensi concertini sulle seggiovie in movimento. Così come i Suoni delle Dolomiti, indubbia operazione d'immagine che nella loro quindicinale riproposizione hanno ormai perso il loro valore e carica originari a beneficio d'una scelta sempre più giocata alla ricerca dei numeri e della visibilità, altre proposte consumistiche inquinano fattori oggettivamente eccelsi come il sorgere di un'alba col richiamo dell'avventura facile «mordi e fuggi» da ricercare (in modo non banale) salendo di notte sentieri, bivaccando magari in tenda a duemila metri anche se non si è abituati a farlo, magari trascinando morose ed amici per una sorta di festa in allegria come si fosse sul prato dietro casa. In montagna esiste una soglia di rispetto delle cose, dei limiti, dei luoghi, delle situazioni della quale pare si sia persa cognizione spacciando - in una perdurante ubriacatura da marketing turistico - per intimistiche e profonde esperienze in realtà propinate null'altro che in termini di effetto, attrattiva, appariscenza. Spettacolo ed effetti speciali ad uso corrente in luogo e presunta sostituzione dei valori particolari della montagna e delle esperienze che essa regala. Avvilente. Ecco, è tutto questo che a mio avviso offre adito a preoccupazioni guardando al nostro Trentino ma anche alle zone limitrofe «dolomiticamente sorelle». «Lentius, profundius, savius» (più lento, più profondo, più saggio) invocava l'indimenticato Alexander Langer disquisendo nei suoi scritti sugli stili di vita che fu sua verde utopia anche nella dimensione Dolomiti. Guardando alla nostra realtà politico amministrativa sempre amando i Monti Pallidi ora proclamati patrimonio dell'umanità, mi permetterei di integrare la profondità del motto di Langer con altri superlativi: «peritius, humilius, honestius» (più pratico, più semplice, più decoroso). Con ben poche speranze. Ma tanta gioia nel cuore, perché - nonostante tutto - tanti altri avranno modo di conoscere quest'incredibile dono della natura.

Carlo Guardini - L'Adige, 30 giugno 2009

Dolomiti riconosciute patrimonio Unesco

Daidola: «Buffonata fatta per motivi turistici»

Le Dolomiti sono entrate a fare parte del patrimonio dell'umanità: un riconoscimento che non per tutti sarà sinonimo di sviluppo sostenibile e tutela dell'ambiente. Anzi. Questo passaggio - mette in guardia una voce fuori dal coro - diventerà facile «alibi» per giustificare altre «marachelle». La voce è quella di Giorgio Daidola, docente di scienze economiche e statistiche all'Università di Trento, alpinista esperto ed appassionato di montagna, che guarda con sospetto alla decisione dell'Unesco di accogliere la candidatura presentata dalle cinque province. «Io credo - disse un paio di mesi fa - che per fare delle Dolomiti un'area di turismo sostenibile, quindi non legato alla tecnologia, allo sci di massa - che in parte ha ucciso il fascino di quelle montagne - sia necessario investire sulla sostenibilità. Altrimenti diventa semplicemente una trovata commerciale per attrarre più turisti».

Professor Daidola, le Dolomiti sono state riconosciute all'unanimità dai ventuno membri della commissione Unesco patrimonio del mondo. Già nei mesi scorsi lei aveva messo in luce il rischio che si trattasse solo di un marchio economico. «Ah, è stata accolta. Rimango della medesima opinione, comunque mi sembra che tutto proceda su due piani in Trentino. Si dicono delle cose e poi se ne fanno altre. Come è ammissibile una cosa del genere, quando si è dato il via a fare un collegamento come quello di San Martino, che attraversa un parco naturale. Se non è una contraddizione questa. Mi pare proprio che questa sia una buffonata».

Non crede, dunque, che potranno esserci ricadute positive in termini di sviluppo sostenibile. «Tutto questo è stato fatto solo per motivi turistici e commerciali e lascia stupiti che una organizzazione come l'Unesco conceda questo riconoscimento senza porre paletti precisi. Non mi pare certo un marchio che sia garanzia di comportamenti sostenibili. Posso capire che si parli di patrimonio dell'umanità perché le montagne, per fortuna, sono bellissime, sono uniche e sono di tutti. Ma il modo in cui è gestito l'ambiente non è certo quello che si dovrebbe adottare».

Lei dice che ci saranno ricadute solo sul piano economico: chi ci guadagna, dunque? «Ci guadagna l'establishment, questo sistema economico drogato che si nutre di queste cose. E poi diranno anche che sono molto bravi, perché sono sensibili ai problemi ecologici, ma quando è il momento di adottare le decisioni fanno il contrario. Anzi, questo riconoscimento servirà loro per giustificare ancora di più le "marachelle"».

Si sarebbero creati un alibi?
«Sì, esattamente. Questo mi pare alquanto possibile».

Furono gli ambientalisti, però, i primi a proporre questa candidatura: non ritiene che possa portare ad un turismo sostenibile?
«Tutto dipende dal controllo che saprà fare l'Unesco: se pone dei limiti a questo sfruttamento della montagna, soprattutto di quella invernale. Certamente questo riconoscimento avrà dei riflessi positivi in termini di immagine, sarà un argomento in più dal punto di vista pubblicitario e promozionale. Ma il fatto che l'Unesco abbia concesso questo riconoscimento senza porre vincoli precisi mi pare indice di poca serietà».

Associazioni ambientaliste: «Non sia solo un marchio di mercato»

Le associazioni ambientaliste Mountain Wilderness, Legambiente e Cipra Italia si sono incontrate ieri a Pieve di Cadore: al centro il riconoscimento delle Dolomiti patrimonio naturale dell'Unesco. Occasione per fare festa. Ma non solo. «Ci sono anche delle preoccupazioni. Non si vorrebbe che le Dolomiti tutelate dall'Unesco - spiega Luigi Casanova a nome delle associazioni - venissero ridotte ad un semplicistico marchio turistico, di mercato. Le Dolomiti dovranno divenire un laboratorio sociale di eccellenza. È anche evidente - precisa - che l'Unesco non porta alcun vincolo su questi territori. Abbiamo saputo oggi che ci sono ben 228 normative diverse che interessano la gestione dei territori». Da qui l'invito a «superare una simile frammentazione per costruire anche in questo caso un disegno unitario che porti nelle cinque realtà norme comuni, condivise, efficaci nella tutela del territorio e nel rafforzamento dei valori». Dalle associazioni ambientaliste anche la richiesta di un maggiore coinvolgimento: «La candidatura fu lanciata il 1° novembre 1987 a Biella, all'assemblea costituente di Mountain Wilderness - ricorda Casanova - Noi delle popolazioni dolomitiche ora siamo anzitutto consapevoli di essere patrimonio dell'umanità, quindi su di noi ricade una responsabilità importante. Questo passaggio di responsabilità è un dato culturale che avrà ripercussioni importanti sia nell'immediato che nel futuro. Certo - sottolinea - c'è la consapevolezza dei limiti di questo percorso, non ci ha soddisfatto il discorso sul piano partecipativo. L'associazionismo ambientalista e i comitati che lavorano sul territorio delle cinque province - afferma -chiedono con forza alle istituzioni provinciali di essere coinvolti come protagonisti nella futura pianificazione della gestione di questo patrimonio collettivo. Cosa che finora non c'è stata. Il secondo passaggio riguarda la coerenza: se siamo patrimonio dell'umanità lo dobbiamo dimostrare con i fatti. Le associazioni - ricorda - si sono poi incontrate per definire i prossimi passi, le tappe di questo lungo ed entusiasmante viaggio istituzionale e culturale. Assieme ai sindaci del Cadore e delle Dolomiti intere dimostreranno che la sostenibilità dello sviluppo non è uno slogan, ma si articola in processi che porteranno nelle vallate qualità del vivere, del lavoro e dell'ambiente naturale».

L'Adige, 28 giugno 2009

Collegamento San Martino-Rolle, stop forzato

PRIMIERO - Senza i 5 milioni necessari, si faranno solo la ricapitalizzazione e la fusione

Progetto accantonato, non rinnegato. Ma almeno per ora, e certamente fino al 2010, non saranno intaccati i fianchi della Cavallazza, né sorvolata la cima del Colbricon per portare gli sciatori da S. Martino di Castrozza e Passo Rolle e viceversa. Dopo mesi di tira e molla, dopo aver giocato tutte le carte possibili per tentare di raggranellare i 5 milioni privati necessari ad attuare il protocollo d'intesa, il Cda di Nuova Rosalpina spa, gli impiantisti, gli investitori privati e la parte pubblica hanno finalmente preso atto che, per ora, il collegamento non si fa. Una vittoria almeno temporanea per gli ambientalisti e quegli imprenditori che non hanno condiviso fin dal principio il progetto, così come proposto. La svolta è di questi giorni: tra la Provincia e i protagonisti locali dell'operazione si sono tenuti molti incontri per verificare come uscire da una situazione difficile, salvando la Nuova Rosalpina e arrivando a fonderla con la Siati, senza stracciare il protocollo d'intesa. Alla fine, da parte della Provincia è arrivata la conferma che possono restare accantonati i dieci milioni di partecipazione pubblica previsti per la realizzazione del S. Martino-Rolle, mentre in valle Comuni e privati si danno da fare per ricapitalizzare Siati (operazione già a buon punto) e Nuova Rosalpina. In particolare, per quest'ultima, resta confermato quanto già stabilito nel protocollo: servono due milioni di euro d'immediata ricapitalizzazione, per evitare che i libri siano portati in tribunale. E questi soldi devono arrivare dagli imprenditori soci della spa. A questo proposito, il Cda ha scritto a tutti coloro che avevano firmato il modulo di preadesione alla ricapitalizzazione da 5 milioni, chiedendo di versare in tutto o in parte la cifra per cui si erano già impegnati. Ma aderiranno, i sostenitori del collegamento, ad una ricapitalizzazione che può sembrare la copia di quella già avvenuta cinque anni fa? Secondo il presidente della Comunità di Primiero, Cristiano Trotter , la situazione è diversa da allora, perché il protocollo resta confermato in tutte le sue parti. «Non è un salvataggio fine a se stesso - spiega Trotter -, ma mirato alla fusione delle società entro l'anno. Il progetto di fusione è pronto, la volontà di fare questo passo già manifestata dalle rispettive assemblee. La differenza rispetto a cinque anni fa è proprio questa: allora il progetto di fusione era campato in aria, oggi è concreto e preliminare ad un progetto di sviluppo». La ricapitalizzazione di Nuova Rosalpina spa è sempre più urgente. All'interno della società, in questi giorni, qualcuno ha iniziato a spingere per portare i libri in tribunale: l'ipotesi è quella di un fallimento pilotato per poi far rilevare la società da un pool di imprenditori motivati a rilanciarla. «Probabilmente, dal punto di vista meramente privatistico e industriale - commenta Trotter -, questa potrebbe essere una soluzione valida. Ma dobbiamo pensare che le società impiantistiche gestiscono buona fetta dell'economia della valle. E quindi non possiamo fare salti nel buio». Passeranno comunque molti mesi prima che si riparli di collegamento impiantistico in termini pratici. E il progetto, nel frattempo, potrebbe essere accantonato o modificato.

Mozione in aula il 14 luglio
Oltre al fallimento della raccolta di 5 milioni di capitale privato, sul progetto di collegamento impiantistico pesano decisioni politiche. Bisogna infatti vedere cosa accadrà in consiglio provinciale quando, il 14 luglio, sarà discussa la mozione presentata dal verde Roberto Bombarda, che mira a sospendere il progetto e ad aprire una fase di confronto per individuare soluzioni diverse, ambientalmente compatibili e sostenibili dal punto di vista economico. E chissà che anche il riconoscimento delle Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, avvenuto ieri a Siviglia, non giochi una parte in tutto questo. In fondo, le Pale di San Martino, da ieri bene universale, sono così vicine...

L'Adige, 27 giugno 2009

26.6.09

Besenello dice "no" a Tav e dighe

Perplessità su infiltrazioni e sull’impatto ambientale

BESENELLO - Né Tav, né dighe sull'Adige. Il consiglio comunale, unito come raramente succede, all'unanimità ha bocciato sia il mega progetto provinciale dell'alta velocità ferroviaria - in concreto, una nuova ferrovia che scende lungo tutta la valle dell'Adige, per il 90 per cento in galleria, costo stimato 2,7 miliardi di euro - sia la riedizione dei celebri «salti nell'Adige», già stralciati negli anni Novanta: due dighe a scopo idroelettrico (una tra Volano e Pomarolo, l'altra nel Comune di Besenello) proposte in concorrenza da Aquafil Power e Dolomiti Energia. «Pur essendo favorevole al trasferimento del trasporto merci da gomma a rotaia - si legge nel testo della delibera sulla Tav, condivisa da tutto il consiglio - l'amministrazione comunale rileva troppe incertezze tecniche che non permettono di esprimere un parere favorevole. Nella relazione idrogeologica si evidenziano, infatti, molti problemi legati alla possibilità di intercettazione delle falde acquifere che alimentano gli acquedotti». Gli altri elementi critici rilevati dal consiglio sono gli scavi, lo stoccaggio dell'enorme quantità di materiale di risulta e il suo trasporto, che impegnerebbe le strade per anni e anni, congestionandole. Infine, i cantieri, che «occuperebbero elevate porzioni di terreno agricolo, con perdita di produzione e deturpamento del paesaggio».
Per quanto riguarda le dighe sull'Adige, la situazione è diversa, ma l'esito lo stesso. Il Comune, infatti, è chiamato a valutare, preventivamente all'attivazione del procedimento amministrativo di concessione di nuove derivazioni d'acqua a scopo idroelettrico (chieste da Aquafil Power e da Dolomiti Energia), se sussistono prevalenti interessi pubblici ad un diverso uso delle acque rispetto a quello idroelettrico, o un prevalente interesse ambientale incompatibile con la derivazione. «All'interno del progetto di Agenda 21 Locale "L'area tra due città" - dice la delibera - che ha coinvolto i comuni di Aldeno, Besenello, Calliano, Nomi e Volano e le circoscrizioni di Mattarello e Ravina-Romagnano, sono state individuate delle azioni da realizzare nell'area interessata dalle opere di derivazione».
La delibera fa qui riferimento, in particolare, a due distinti progetti: uno per realizzare un parco fluviale lungo l'Adige, l'altro per recuperare la navigabilità del fiume, storicamente presente, a scopi turistici: «Il progetto delle dighe sul fiume Adige contrasta in modo molto evidente con quanto individuato nel Piano di azione del progetto di Agenda 21 Locale - dice chiaro il consiglio comunale - che costituisce un documento di programmazione condiviso fra più amministrazioni. Si ritiene pertanto di non condividere i progetti presentati».
«Sono contenta di aver trovato la massima condivisione del consiglio su temi di questa rilevanza - commenta il sindaco Carmen Manfrini - anche perché, diversamente, la nostra comunità sarebbe disorientata. Sul tema delle grandi infrastrutture occorre comunicare un senso di sicurezza, mentre questi progetti avrebbero un impatto grave sull'ambiente della Vallagarina».

di Michele Comper

Fonte: l'Adige del 24 giugno '09

22.6.09

L’Apt non «sale» sul collegamento

Non aderirà al protocollo d’intesa per l’impianto San Martino-Rolle

PRIMIERO - La decisione? Quella di non decidere. Troppo pochi, rispetto alla portata della scelta, i soci dell'Apt presenti l'altro ieri all'auditorium di Primiero. I soci dell'Azienda per il turismo San Martino di Castrozza, Primiero e Vanoi sono 409, in sala ce n'erano 107, con 31 deleghe. La decisione all'ordine del giorno, impegnativa e «politicamente» delicata, era quella di aderire al protocollo d'intesa per lo sviluppo del collegamento impiantistico San Martino-Rolle e la messa in rete delle aree sciabili, investendoci adeguate risorse finanziarie. Un protocollo che mobiliterebbe oltre 22 milioni di euro, in gran parte pubblici. Il guaio è che sui 5 milioni di capitale privato previsti, mancano all'appello 500 mila euro. Aggiungici il fatto che, ogni giorno che passa, crescono i dubbi non tanto sulla necessità del collegamento, ma sul come realizzarlo, cioè sul progetto proposto, e si intuisce subito che per l'Apt, pur chiarite le perplessità sulla possibilità giuridica di intervenire nella ricapitalizzazione di una società terza (Nuova Rosalpina spa), di una materia che scotta si trattava. L'Apt, spiega il presidente Antonio Stompanato , è stata stimolata ad intervenire con mezzi propri da Marino Simoni , sindaco di Transacqua, quindi da più di un rappresentante delle categorie economiche. Ne ha discusso prima il cda, dove i dissensi, con velate minacce di dimissioni in caso di adesione, non sono mancate. E saggiamente, il presidente ha suggerito di convocare l'assemblea dei soci. Ma il numero dei presenti ha condizionato il confronto e non si è andati a votazione. L'esito, per altro, sarebbe stato incerto, con il rischio di spaccature. Stompanato non ha nascosto la delusione e ha interpretato le assenze come non favorevoli a condividere il protocollo e l'eventuale partecipazione finanziaria al progetto da parte di Apt. «Non interveniamo quindi in questa fase» ha detto il presidente dell'Apt «e non facciamo nostro il protocollo, valutando un'altra scelta se si dovesse parlare in seguito solo di salvare e ricapitalizzare Nuova Rosalpina. Ci asteniamo dall'intervenire anche per salvaguardare l'integrità di Apt». In effetti, viste le difficoltà che incontra il progetto, la prospettiva di concentrare gli sforzi economici nel salvataggio di Nuova Rosalpina è lo scenario più concreto. L'ha fatto intendere anche il presidente della società impianti, Pierleonardo Bancher , presente in sala. Ma quante risorse servirebbero per ricapitalizzare la spa? «Due milioni di euro» ha risposto Alberto Scalet , vicepresidente di Nuova Rosalpina. La sollecitazione dell'Apt ai soci è di intervenire nel salvataggio della società, strategica per «vendere» la località nella stagione invernale. Simoni si è detto dispiaciuto, alla fine, che l'Apt non si sia messa in gioco, ma si è detto d'accordo sulla necessità di ristudiare il progetto di collegamento, anche per non vanificare lo sforzo fatto nella raccolta fondi. Sono intervenuti una quindicina di soci, tra cui Giacomo Simion e Daniele Gubert . Questi è stato chiaro: «Se si dovesse decidere di sospendere questo progetto di collegamento per trovare un'altra soluzione condivisa, sono disponibile a partecipare personalmente al salvataggio di Nuova Rosalpina».

L'Adige, 20.06.2009

Vedi anche:

Collegamento San Martino-Rolle