8.1.09

La Corte dei Conti: progetto per la nuova linea ferroviaria del Brennero, non c'è copertura finanziaria per due tratte di accesso Sud

di Gianfranco Poliandri


Se le tratte italiane (da Verona al confine di Stato) della nuova linea ferroviaria ad alta capacità Verona - Innsbruck fossero tutte già finanziate, il progetto non sarebbe comunque accettabile per gli enormi costi che presenta, le devastazioni ambientali che annuncia e soprattutto l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo ufficiale (l'eliminazione o la forte diminuzione del traffico stradale dall'asse del Brennero).

E' però un vero smacco, per i proponenti, che la Corte dei Conti - non sospettabile di inclinazioni NO TAV - rimproveri il mancato rispetto delle regole sulla programmazione finanziaria.

La Corte, Sezione centrale di controllo di legittimità su atti del Governo e delle Amministrazioni dello Stato, con Delibera n. 19.2008.P del 13.11.2008 ha contestato la legittimità e rifiutato la registrazione della Delibera CIPE n. 32 del 27.3.2008 con cui sono stati approvati i progetti preliminari del lotto 1 (Fortezza - Ponte Gardena) e del lotto 2 (Circonvallazione di Bolzano, da Prato Isarco a Bronzolo) della linea Verona-Fortezza di accesso sud alla galleria di base del Brennero, insieme a un contributo di 53 milioni per la progettazione senza però elementi sul finanziamento della spesa complessiva (stimata in 2,445 miliardi).

In sintesi, la Corte ritiene che la Delibera CIPE non contenga una congrua, seria e affidabile indicazione dei mezzi e delle modalità di copertura dell’opera di cui si approva il progetto preliminare.

Ma è interessante conoscere nei particolari anche le critiche puntuali della Corte:

1. di fronte ai rilievi preliminari, il CIPE aveva risposto che i finanziamenti totali sarebbero stati evidenziati "in sede di approvazione del progetto definitivo". La Corte ha stabilito invece che "la funzione del CIPE non può ritenersi legittimamente assolta … ove risulti sorretta da un mero e generico proposito di reperire le risorse necessarie alla realizzabilità dell’opera di cui viene approvato il progetto preliminare, senza, cioè, dare contezza della attendibilità e ragionevolezza del reperimento stesso, con conseguente possibile rischio di irrimediabili pregiudizi in danno della finanza pubblica, laddove l’assegnazione di un contributo per la progettazione dell’opera possa rivelarsi" vana "nel caso di indisponibilità di risorse finanziarie per la sua realizzabilità ovvero a causa di un reperimento di risorse individuato con tempi talmente dilatati da rendere in prospettiva il progetto elaborato non più attuale";

2. il CIPE aveva poi tentato una interpretazione accomodante delle norme in vigore, sostenendo che per documentare le forme e le fonti di finanziamento per la copertura della spesa era sufficiente che l’opera fosse inserita nel 6° Documento di programmazione economica e finanziaria, Collegato Infrastrutture 2008-2013, e che fosse inserita nel Contratto di programma RFI 2007-2011 (in cui compare tra le "opere in corso" per quanto concerne la progettazione definitiva e tra le "opere prioritarie da avviare" per quanto riguarda la realizzazione con fabbisogno interamente a carico della legge obiettivo n. 443/2001). Ma la Corte ha prima di tutto ristabilito la portata delle regole: a) l'art. 163, comma 2, lettera f), del d.lgs. n. 163 del 2006 impone al CIPE di valutare esattamente - in sede di approvazione del progetto preliminare - le risorse finanziarie necessarie alla realizzazione delle infrastrutture; b) l'art. 164, comma 1, del d.lgs. n. 163 del 2006 e l'allegato tecnico XXI prevedono che la progettazione preliminare di un'opera pubblica sia corredata da una sintesi esauriente delle forme e delle fonti di finanziamento per la copertura della spesa; c) l'art. 4, comma 134, della legge n. 350 del 2003 dispone che per questo tipo di infrastrutture la richiesta di assegnazione di risorse al CIPE deve essere accompagnata da un'analisi costi-benefici e da un piano economico-finanziario che indichi le risorse utilizzabili per la realizzazione e i proventi derivanti dall’opera. Prosegue quindi la Corte dichiarando: I) "la funzione di programmazione della spesa del CIPE connessa alla realizzazione di un’opera pubblica … implica un grado di maggiore dettaglio rispetto a quello delineato nei documenti di programmazione economico e finanziaria nel cui contesto si colloca (documento di programmazione economico-finanziaria DPEF 2008-2013, altri documenti programmatori quali ad esempio il documento Collegato Infrastrutture 2008-2013), specie con riferimento alle forme e alle fonti di finanziamento per la copertura della spesa delle opere oggetto di approvazione"; II) "né, in proposito, ad attenuare il compito programmatorio affidato al CIPE vale l’impiego da parte del legislatore del sostantivo sintesi riferito alle forme e alle fonti di finanziamento per la copertura della spesa, concetto che evoca sì la composizione di parti o elementi che formano un tutto, implicando dunque una successiva analitica esposizione di dette forme e fonti di finanziamento, ma esclude comunque l’introduzione di elementi connotati da indeterminatezza o imprecisione"; III) prevedere il finanziamento dell'opera sull'esercizio 2010 "sembra, allo stato, configurarsi quale mero rinvio della scelta programmatoria delle fonti di copertura del costo dell’opera ad un momento successivo all’attuale"; IV) "l’indicazione delle forme e delle fonti di copertura non può legittimamente ricavarsi per relationem da un atto negoziale quale è il Contratto di programma tra RFI e Ministero infrastrutture, ma deve risultare da apposita tabella inserita nella delibera CIPE, affinché rimanga pienamente e direttamente imputabile al Comitato interministeriale … la scelta programmatoria di spesa, responsabilmente qualificata dalla individuazione delle pertinenti fonti di copertura".

A far passare i progetti dei lotti 1 e 2 il CIPE ci aveva già provato, con uguale metodo, nella Delibera n. 89 del 30.8.2007 cui la stessa Corte dei Conti (Delibera n. 3/2008/P del 13.2.2008) aveva rifiutato visto di legittimità e registrazione con motivazioni sostanzialmente identiche a quelle descritte sopra, meno ampie ma in qualche caso ancora più dure (arrivando a scrivere che "la incongrua impostazione della programmazione finanziaria di opere pubbliche può riflettersi in irrimediabili pregiudizi in danno della finanza pubblica, dando luogo a quei fenomeni patologici, quali la programmazione rovesciata, le lunghe sospensioni dei lavori fino all’abbandono degli stessi per carenza delle risorse o le opere incomplete", con "rischio di sperpero di pubblico denaro").

Questa insistenza delle amministrazioni centrali e regionali - cui la Corte dei Conti comincia a resistere non solo per motivi tecnici - dimostra una volontà pervicace di imporre ad ogni costo infrastrutture inutili, distruttive e non condivise da gran parte delle popolazioni informate che abitano lungo l'asse del Brennero. Dimostra anche una strutturale e generalizzata assenza di risorse: mancano sia i soldi per le tratte di accesso Sud sia quelli per la galleria di base, se è vero che il progetto per quest'ultima - ottenuti un contributo UE del 27% sui costi ufficiali fino al 2013 e una qualche promessa di contributo da A22 SpA, entrambi assai condizionati - dovrà ora in sede CIPE strappare una parte del miliardo di investimenti riservati alle Ferrovie dello Stato oppure disputare i pochi fondi di cassa 2009-2011 per le grandi opere in Centro-Nord (poco più di 2 miliardi) a concorrenti come l'EXPO Milano, l'alta velocità Genova-Milano, l'alta velocità Treviglio-Brescia, e molti altri.

Ma chi promuove e approva queste "opere strategiche" prive di copertura finanziaria si sente abbastanza sicuro di potercela fare comunque; non è escluso che presto o tardi qualche nuova norma ad hoc arrivi a stabilire che i relativi progetti preliminari possono essere approvati affidando al solo progetto definitivo il compito di reperire le risorse.

Non è certo un caso che in Italia da un anno circa fioriscano studi e convegni in cui si discute di grandi infrastrutture da realizzare "in condizioni di deficit di bilancio e carenza di finanziamento attuale". Con soluzioni di ingegneria finanziaria che hanno un solo risultato certo - favorire profitti privati, accumulare costi pubblici, accrescere il debito delle generazioni future - e molte simpatiche varianti, su cui torneremo: le nuove forme di project financing a rischio nullo per i costruttori; i nuovi prestiti della Banca Europea degli Investimenti caratterizzati da lunga durata e disapplicazione dei parametri del patto europeo di stabilità; le nuove obbligazioni italiane pluridecennali garantite dal risparmio postale detenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti o garantite persino dalle riserve della Banca d'Italia; le tasse locali di scopo; i meccanismi miracolosi come la c.d. "cattura anticipata del valore immobiliare e commerciale" prodotto dalle grandi opere (cattura, ovviamente, a carico di chi le subisce e a vantaggio di chi le impone).

6.1.09

Divieti settoriali per il trasporto stradale merci in Land Tirol e progetto per la nuova ferrovia del Brennero ad alta capacità. Quali relazioni?

di Claudio Campedelli e Gianfranco Poliandri


Gentile Direttore, come si legge sul suo giornale del 3.1.2009 (Autotrasporto. In vigore da luglio. Tirolo, divieti per i TIR. Vienna sposta la data. Rizzo: prima vittoria), non sono entrati in vigore l'1.1.2009 tutti i nuovi divieti di trasporto settoriale di merci su strada programmati in Tirolo per gli autocarri di portata superiore a 7,5 tonnellate. Il Land Tirol applicherà solo dall'1.7.2009 il blocco su carbone, minerali ferrosi, acciaio, marmo, travertino e piastrelle di ceramica; per ora applicherà solo quello su legno grezzo e trasporto di autoveicoli; resta in vigore quello su terra, rifiuti, pietre e materiali di scarico operante dall'1.1.2008 ma già sospeso fino alla fine del 2010 per i carichi da Ovest.

Questa decisione di fine dicembre 2008 è una parziale resa alle pressioni provenienti dalla UE (Italia e Germania in prima fila) e dalle imprese di autotrasporto; pressioni esplicitate anche in un ricorso (ancora pendente) della Commissione Europea alla Corte europea di giustizia contro l'Austria per ostacoli alla libertà di circolazione e violazione dei principi della concorrenza.

Il problema è antico. Il traffico autostradale merci lungo l'asse del Brennero produce noti, gravi danni alla salute e alle condizioni di vita delle popolazioni residenti. Il corridoio tra Verona e Kufstein risulta in tutta la UE la zona più colpita dall'inquinamento derivante dai mezzi pesanti, con aumento significativo di malattie tumorali. Contrariamente a quanto avviene in Alto Adige e in Trentino, le autorità austriache hanno sempre mostrato grande sensibilità sulla questione e tentato in molti modi di affrontarla (divieti di traffico notturno, divieti settoriali, serietà nei controlli sul rispetto degli obblighi dell'autotrasporto). Il Governo del Land Tirol ha dichiarato che la salute della popolazione è più importante del rispetto delle regole della concorrenza (GR1 regionale del Trentino Alto Adige, ore 7,15 del 1.2.2008) e che nella valle dell'Inn è necessario riportare l'inquinamento sotto i valori prescritti dalla UE.

Da noi i danni alla salute per il traffico sulla A22 si discutono rovesciando le priorità e sostenendo che il problema si risolverebbe solo realizzando la nuova linea ferroviaria ad alta capacità Verona-Innsbruck, cui è delegato il miracolo di eliminare gli autocarri pesanti dalla strada in un momento imprecisato tra il 2030 e il 2050. E nel frattempo?

Non una parola viene dai governi provinciali dell'Alto Adige e del Trentino sulla possibilità di intervenire subito per contenere il traffico autostradale merci con una manovra semplice, che gli esperti indipendenti considerano evidente ma che ha il grande svantaggio di andare contro gli interessi degli autotrasportatori e della Autobrennero SpA: a) rendere i pedaggi del tratto italiano della A22 equivalenti a quelli del tratto austriaco e della Svizzera; b) applicare regole e controlli sul trasporto stradale merci (velocità, divieti di sorpasso, ore di guida, peso, tipologie di merci, sicurezza, emissioni acustiche, gas di scarico, ecc.) all'altezza di un paese civile; c) impiegare la ferrovia attuale secondo criteri di massima efficienza ed operatività e costringere l'autotrasporto a servirsene (la ferrovia storica del Brennero conserva ampie capacità residue e lo dimostrano tra l'altro proprio i divieti settoriali di trasporto stradale merci in Austria che si basano su un incremento sostitutivo del traffico ferroviario in modalità RoLa e soprattutto non accompagnato). Con questi sistemi si potrebbe allontanare dalla A22 fino ai 2/3 dell'attuale traffico merci e comunque quel 30% di traffico deviato che passa dal Brennero per risparmiare sui costi e non per razionalità di percorso.

I costi, appunto. Ci siamo abituati a considerare come fatto inevitabile e separato un traffico merci insostenibile, strumento di un modello di produzione e consumo che per profitto privato trova conveniente annullare le distanze tra luoghi di fabbricazione e luoghi di consumo, incurante di riversarne gli effetti sulla collettività. In tante forme. Se, per ipotesi, sull'autotrasporto merci si ripartissero i costi reali senza trasformarli in costi pubblici (sociali, ambientali e sanitari) la sua operatività economica si potrebbe ridurre entro un raggio di circa 300 km. Non tanti sanno che un autocarro pesante paga circa il 10% dei costi totali che produce e che, per esempio, sollecita l'infrastruttura stradale 60.000 volte più di una autovettura ma paga pedaggi solo 3 volte maggiori (dati del Bundesministerium für Verkehr tedesco, pubblicati dal settimanale VDI-Nachrichten nella primavera del 2001).

Fatti in apparenza scollegati come il differimento di alcuni divieti settoriali di trasporto merci in Tirolo richiamano la realtà di un progetto - quello per la linea ferroviaria ad alta capacità Verona-Innsbruck - enormemente costoso, devastante per l'ambiente e incapace di mantenere l'unica promessa (fine del flusso merci sulla A22) su cui lo poggia la propaganda dei promotori. Proprio mentre previsioni sui flussi totali al Brennero proiettate al 2015, al 2020, al 2030, e via numerando - previsioni molto discutibili, perché rigide, ma elaborate secondo le stesse logiche che governano il progetto - mostrano che l'incremento atteso del traffico stradale merci sarebbe molto maggiore dell'incremento di capacità realizzabile con la costruzione della nuova ferrovia.

2.1.09

Seggiovie e alberghi fantasma così chiude la montagna

Centottanta impianti falliti al Nord: colpa della speculazione. Colate di cemento, terreni sbancati, piloni arrugginiti: la mappa dello scempio.

Vento che sibila nei corridoi di alberghi chiusi, gelidi come l'Overlook Hotel del film Shining. Seggiolini sballottati dalla tormenta, appesi a funi immobili. Stazioni di funivie piene di immondizie, senz'anima viva intorno. Piloni arrugginiti, ruderi che nessuno rimuove anche nei parchi naturali. Ora i numeri ci sono. Quelli - mai fatti prima - degli impianti ridotti al fallimento dal riscaldamento climatico e dalla speculazione immobiliare. Oltre centottanta nel solo Nord Italia. La metà di quelli -350 - che sono stati chiusi finora. Centottanta vuol dire quattromila tralicci, centinaia di migliaia di metri cubi di cemento, seicentomila metri di fune d'acciaio, cinque milioni di metri di sbancamenti e di foresta pregiata trasformata in boscaglia. Ferri contorti come i ramponi di Achab sulla gobba della balena.

Per contarli abbiamo assemblato dati da parchi e corpi forestali, attivisti di "Mountain Wilderness" e guide alpine, soci di Legambiente e della "Cipra", il Centro per la tutela delle Alpi. Dati impressionanti, che sembrano non insegnare nulla a chi in Italia - caso unico in Europa - insiste a sovvenzionare impianti a bassa quota o, peggio ancora, nei parchi nazionali, in barba ai vincoli comunitari.

Fotogrammi. Saint Grée di Viola, quota 1200, provincia di Cuneo, è un monumento al disastro. Si chiamava Sangrato, ma non era abbastanza trendy per un centro che doveva attirare sciatori da Piemonte e Liguria, e così gli hanno cambiato il nome. Prima ha perso la neve, poi i clienti, infine ha inghiottito soldi pubblici per un rilancio impossibile. Oggi sembra Beirut dopo la guerra, cemento e vetri rotti con la scritta "Vendesi".

Altri fotogrammi, nel dossier di Francesco Pastorelli, direttore di Cipra Italia. Pian Gelassa in Val Susa: piloni nel vento, scheletri di alberghi nati morti, lì da 30 anni in piena area protetta, a due passi dalle piste olimpiche del Sestrière. Alpe Bianca, nelle Valli di Lanzo: condomini vuoti, stazione della funivia con i cessi rotti e le piastrelle smantellate. E così avanti: Oropa-Monte Mucrone, Albosaggia, Chiesa Valmalenco.

Non è un viaggio: è un percorso di guerra. A Oga presso Bormio la pista - iniziata e mai aperta causa lite tra valligiani - sta franando, e la ferita è tale che la trovi anche "navigando" con Google-Earth (e non è che gli squarci delle piste "mondiali" siano meglio). In Valcanale, sopra Ardesio (Bergamo), un'ex seggiovia è segnata da cemento sospeso sullo strapiombo e una discarica nel parcheggio.

Sella Nevea nelle Alpi Giulie, orgoglio del turismo friulano: le multiproprietà che negli anni Settanta hanno devastato la conca sotto il Montasio sono così a pezzi che sono stati messi all'asta in questi giorni. A Breuil-Cervinia residenze chiuse e impianti di risalita dismessi, otto in tutto, di cui quattro funivie. Posti da dimenticare, anche in anni di nevicate come questo.

Accanto agli scheletri, i morti viventi. Impianti in rosso, a quota troppo bassa per garantire neve, tenuti in vita dalla mano pubblica. Colere, Lizzola, Gromo nelle Orobiche. Oppure Tremalzo, La Polsa, Folgaria e Passo Broccon tra Veneto e Trentino, che inghiottono milioni in generose elargizioni per l'innevamento artificiale. Impianti a rischio, che nessuno fa entrare nella contabilità di un disastro che è anche finanziario. "Perché non si dice che le piste non si pagano solo con lo skipass ma anche con le nostre tasse?", s'arrabbia l'esploratore bergamasco Davide Sapienza.

Numeri insospettabili. Quaranta funivie e seggiovie abbandonate in Piemonte, trentanove in Val d'Aosta (un'enormità per una regione di centomila abitanti), almeno venti in Lombardia, trenta tra Emilia e Liguria sul lato appenninico, trentacinque in Veneto e venticinque in Friuli-Venezia Giulia. E non mettiamo in conto gli sfasciumi lasciati dallo sci estivo, chiuso per fallimento in mezze Alpi.

Ma non c'è solo il clima nel crack. C'è anche la speculazione. La seggiovia è solo lo specchietto per le allodole per sdoganare seconde case e villini. "Meccanismo semplice", sottolinea Luigi Casanova di Mountain Wilderness. "Si compra il terreno a basso costo, si cambia il piano regolatore, poi si fa la seggiovia e si costruiscono case al quintuplo del valore". Se il gioco è spinto, la seggiovia chiude appena esaurita la sua funzione moltiplicatrice del valore immobiliare.

Uno crede: errori non ripetibili. Invece no: si continua sulla vecchia strada, come per l'Alitalia. Miliioni di milioni di euro al vento. Come quelli che serviranno per il collegamento - approvato il 31 dicembre (!) dalla provincia di Trento - fra San Martino e Passo Rolle nel parco di Paneveggio, dove Stradivari prese il legno dei suoi violini. O per il terrificante "demanio sciabile" da 200 milioni di euro dalla Val Seriana alla Valle di Scalve (Bergamo) pronto al varo nel parco delle Orobie, contro cui s'è levata la protesta di molti "lumbard". Disastri annunciati, come il maxi-progetto sul Catinaccio-Rosengarten, che sfonda un'area che è patrimonio Unesco.

Cambiano i luoghi, ma il trucco è lo stesso. C'è un pool che compra terreni, fonda una società e lancia un progetto sciistico, con un bel nome inventato da una società d'immagine. L'idea è nobile: "rilanciare zone depresse", così chi fa obiezioni è bollato come nemico del progresso. A quel punto la mano pubblica entra nella gestione-impianti e finisce per controllare se stessa. Così il gioco è fatto. Il sindaco promette occupazione e viene rieletto: intanto parte l'assalto alla montagna. Per indovinare il seguito basta leggere la storia dei ruderi nel vento.

"Questi mostri di ferro e cemento che nessuno smantella rientrano in un discorso più vasto" spiega il geografo Franco Michieli additando lo stato pietoso dell'arredo urbano a Santa Caterina Valfurva, Sondrio. "Il legame con la terra è saltato, i montanari ormai ignorano il brutto. Piloni, immondizie, terrapieni, sbancamenti: tutto invisibile. Si cerca di riprodurre il parco-giochi, e così si svende il valore più grosso: l'incanto dei luoghi".

E intanto il conflitto tra ambiente e ski-business aumenta in modo drammatico. Servono piste sempre più lisce e veloci, così si lavora a colossali sbancamenti e si prosciugano interi fiumi per l'innevamento artificiale. E c'è di peggio: la monocultura dello sci finisce per "cannibalizzare" tutte le altre opzioni (albergo diffuso, mobilità alternativa ecc.) perché distrugge i luoghi. Vedi Recoaro, dove le gloriose terme sono in agonia, ma si finanzia un impianto a quota mille, dove nevica un anno su cinque.

Per addolcire gli ambientalisti si inventano termini nuovi, come "neve programmata" o "eco-neve", ma il risultato non cambia. Damiano Di Simine, leader lombardo di Legambiente: "In Valcamonica un contributo regionale di cinquanta milioni è stato utilizzato per costruire piste nel parco dell'Adamello, e il risultato lo si vede su Google-Maps. Squarci terrificanti". Stessa cosa sul Monte Canin nelle Giulie: cicatrici da paura.

Ruggisce Fausto De Stefani, scalatore dei quattordici Ottomila e leader carismatico di Mountain Wilderness: "Uno: tutti gli impianti sono in passivo. Due: il clima è cambiato. Tre: gli italiani sono più poveri. Basta o non basta a dire che un modello di sviluppo va ridisegnato? E invece no, siamo furbi noi italiani. Continuiamo a vivere come progresso un fallimento che ha i suoi monumenti arrugginiti in tutto il Paese".

A Novezzina sulle pendici del Baldo - il colosso inzuccherato tra Val d'Adige e Garda - De Stefani indica i resti di un impianto per neve artificiale mai entrato in funzione. "È stato smantellato, ma la ferita è rimasta, sembra una lebbra. Roba che per rimarginarsi impiegherà secoli. Con i soldi di quell'impianto fallito si potevano ripristinare malghe, sentieri, terreni; si valorizzavano i prodotti locali. È o non è una truffa? Un'orda distrugge l'Italia e la gente tace, nessuno s'indigna. È questo che mi fa uscir di testa".

La Repubblica 2 gennaio 2009

21.12.08

Latte etico?

OK il latte fresco, ma se cominciassimo anche a parlare, oltre che di igiene, anche di qualità di quello che mangia la mucca e di quanto latte fa la mucca? Può un latte etico essere fatto con soia OGM o insilato di mais da monocoltura?

La strumentale campagna contro la vendita diretta del latte crudo fa leva sulle proprietà igieniche del latte. Gli stolidi detrattori del latte crudo sostengono che la "moda" del suo consumo porta indietro di un secolo il "progresso". Ma questi signori vivono ancora con la testa nel mondo industriale (o paleo-industriale) dove la principale determinante della qualità era, appunto, quella igienica. Tempi in cui le mucche erano in larga misura affette da TBC e in cui tifo e colera imperversavano ancora. Allora era comprensibile. Non si parlava ancora di vitamine, tanto meno di loro labilità e biodisponibilità, figuriamoci se qualcuno poteva pensare alle "proprietà nutraceutiche".
Ma di strada ne è stata fatta tanta. All'industria e al suo ampio novero di sostenitori, però, fa comodo concentrarsi riduzionisticamente sugli aspetti igienici. Quello che essa (non sempre) garantisce attraverso i trattamenti termici, il packaging, le "catene del freddo" (tutti elementi di un'enorme spreco energetico necessario a sostenere l'allungamento delle filiere e la standardizzazione dei prodotti) è, appunto, un prodotto di qualità "igienica".
In realtà non è neppure vero che i trattamenti industriali garantiscano l'igiene microbiologica. Negli Stati Uniti si sono registrati dalla fine degli anni '90 numerosi casi di intossicazione da Salmonella typhimurium, dei ceppi resistenti a più antibiotici e pertanto pericolosi.
La pastorizzazione del latte non ci mette al riparo dai rischi (anzi, a volte i rischi dei prodotti pastorizzati sono molto gravi, come dimostra anche la frequente presenza di Listeria nei formaggi a latte pastorizzato con casi anche recentissimi anche in Italia). In compenso è noto da tempo che i trattamenti termici danneggiano enzimi e peptidi ad importante attività biologica (viene spesso citato il fattore di Wulzen che protegge dall'artrite degenerativa) e diminuiscono la disponibilità di vitamine e aminoacidi.
D'accordo, ma vogliamo fare un passo avanti. Per consolidare e aumentare il consenso della gente al latte crudo e alla sua filiera corta di distribuzione vogliamo estendere la dimensione della qualità del latte ad una qualità totale ad una qualità etica? Cosa mangia la mucca, come è allevata, quanto latte fa, in che stato di benessere vive?
Guardate che sono tutti aspetti correlati. Se l'animale è stressato ha meno difese immunitarie e necessita più trattamenti con farmaci. Se la mucca è "spinta" dal punto di vista produttivo tutti gli equilibri fisiologici sono compromessi e gli effetti dello stress, di traumi sono amplificati. I problemi digestivi aumentano con la forzatura alimentare e ciò comporta la produzione di tossine che acuiscono i problemi di organi e tessuti già sollecitati. L'apparato scheletrico (minato dalla demineralizzazione per "esportare" enormi quantità di calcio nel latte), l'apparato digestivo, l'apparato cardiocircolatorio, i piedi sono tutti "sotto pressione". Non parliamo della mammella.
La mucca dovrebbe avere diritto a camminare se non su un pascolo almeno su uno spiazzo erboso, a non subire lo stress delle sale di mungitura dove è sospinta dalle scosse elettriche spesso in una situazione di confusione, urla. Soprattutto non dovrebbe essere una povera "forzata del latte" rottamata a 4 anni di età, spesso senza riuscire a partorire nemmeno due volte nella vita.
Un limite alla produzione dovrebbe essere il primo elemento di un patto etico tra l'allevatore e i consumatori del suo latte crudo, ovvero del latte sano, ovvero di un latte buono e pulito.
Non produrre più di 4-5.000 kg di latte per lattazione in montagna e non più di 7-8.000 in pianura . Spingere di più comporta utilizzare le razioni "spinte" a base di soia OGM e di insilato di mais (rispettivamene una "bomba" proteica e una energetica). Usare la soia oltre che consolidare il potere della Monsanto significa incentivare la deforestazione dell'Amazzonia, usare l'insilato di mais significa incantivare una monocoltura con elevati usi di pesticidi (in aumento secondo l'Istat), elevatissime concimazioni (con rischi di inquinamento nitrati delle falde).
Ma c'è di più. Tornare all'alimentazione tradizionale con altri tipi di erbai, alle leguminose "nostrane" e alle rotazioni non solo migliorerebbe la fertilità e la salute del terreno, ma ridurrebbe drasticamente l'impiego di pesticidi.
La qualità del latte, e qui veniamo ad un punto decisivo, ne avrebbe enormi benefici. L'uso di foraggi freschi (molto impegnativo - è vero - ma l'innovazione tecnologica si è impegnata su questo fronte?) fa come - è ormai noto - aumentare notevolmente le proprietà nutrizionali e, soprattutto, nutraceutiche del latte. Aumentano gli acidi grassi essenziali Omega-3 e il CLA (acido linoleico coniugato) fattori importanti di prevenzione di gravi malattie cardiocircolatorie e tumorali e diminuisce i grassi saturi (noti fattori di rischio cardiocircolatorio). Non si chiede a tutti i produttori di latte crudo di convertirsi al biologico e di basare l'alimentazione sul pascolo (sarebbe impossibile), ma di praticare il pascolamento quando possibile (anche nella pianura padana in autunno il pascolo era normale), di tornare gradualmente all'alimentazione invernale a base di fieno, di utilizzare erbai diversi dal silomais dando spazio il più possibile a leguminose (che riducono la dipendenza dalla soia) e ai prati. Soprattutto si chiede di limitare la produzione perchè è la rincorsa insensata alle megaproduzioni che, a catena, comporta una spirale perversa di dipendenza dell'allevatore di mezzi tecnici, consulenze, intrugli.
E poi, tutto quell'insilato (compresi i balloni di fieno-silo con i pericoli di rifermentazioni) siamo sicuri che faccia bene alla qualità del latte alimentare? Ci si preoccupa tanto della relazione tra insilato e presenza di microbi anticaseari nel latte, ma relativamente al latte da consumo fresco cosa comporta l'utilizzo di insilati mal conservati (a parte il problema aflatossine?).
Cari produttori voi avete un grande vantaggio: ci mettete la faccia. Tutto quello che farete per il benessere delle mucche, per non "spingerle", per voltare le spalle a una genetica che peggiora il bestiame, per coltivare foraggi in modo pulito, i vostri consumatori possono verificarlo. Altro che marchi e certificazioni (che ingrassano un altro segmento degli ormai interminabili anelli delle "filiere"). Coraggio. Già oggi la gente vi sostiene. Lo farà ancora più convinta se si realizzeranno i patti per un latte etico.

Michele Corti

L'Adige, 10.12.08

16.12.08

Ricorso al Tar su Tremalzo

Continua da parte delle associazioni ambientaliste e del comitato di cittadini la battaglia contro la cementificazione della delicata conca di Tremalzo.

Il no degli ambientalisti all'albergo da 390 posti


VAL DI LEDRO - Wwf Italia e comitato Sos Tremalzo hanno fatto ricorso al tribunale regionale di giustizia amministrativa (Tar) contro l'«operazione Leali», che prevede la costruzione di un enorme albergo-benessere (390 posti letto) nella Conca di Tremalzo, località montana della val di Ledro; in particolare contro la delibera provinciale che approva la variante al Piano regolatore di Tiarno di Sopra, provvedimento che spalanca le porte all'intervento edilizio orchestrato dall'imprenditore bresciano Alcide Leali assieme ai cinque Comuni ledrensi (Concei esculso), Tiarno di Sopra in testa.
Gestione disastrosa Le due associazioni ecologiste hanno inviato al Tar un ricorso pesantissimo (48 pagine, più tutti gli allegati) sia contro il Comune sia contro la Provincia e la società Irvat (Impianti valorizzazione risalita Tremalzo srl.). In base alla «gestione disastrosa di tutta la procedura relativa alla variante», a causa della «subordinazione dell'amministrazione municipale agli interessi del privato Domenico Alcide Leali», a motivo delle «osservazioni e opposizioni ai provvedimenti e alle delibere municipali che non sono stati presi in esame», a causa della sottovalutazione dell'antica istituzione dell'«uso civico» e per il contrasto della variante al Piano sia con il Piano urbanistico provinciale sia con la legge provinciale 16, Wwf Italia e comitato Sos Tremalzo chiedono ai giudici del Tar di dichiarare nulla la variante stessa in modo che, una volta accolte le loro istanze, sia rispedito al mittente tutto il progetto. Ecco solo alcuni dei punti salienti del ricorso notificato nei giorni scorsi alle controparti e che sarà depositato oggi dall'avvocato Sandro Manica.
Comune appiattito su Leali «A seguito di complessi procedimenti ai quali hanno partecipato anche gli organi pubblici deputati alla tutela dei valori ambientali e paesistici, si è giunti a consentire un intervento edilizio di abnorme aggressività, quasi pari a quello prospettato in prima adozione (prima proposta di variante ndr.) dal Comune di Tiarno di Sopra, del tutto appiattita sull'iniziativa imprenditoriale privata, che aveva in parallelo seguito, sin dall'inizio, il procedimento. Cosicché, all'esito dell'approvazione, dei 67.000 metri cubi originari(amente previsti da Alcide Leali e Vito Oliari), ben 48.000 di nuova volumetria sono stati acconsentiti».
La Tutela che non tutela
Questa enorme cubatura in zona naturalistica di pregio è stata resa possibile, dicono gli ambientalisti, «anche grazie agli inattesi "suggerimenti" forniti dagli stessi Uffici pubblici, che avrebbero dovuto ergersi a tutela dei beni ambientali. È stata, pertanto, palesemente elusa la previsione dell'area di Tremalzo come Sito (naturalistico ndr.) di Interesse Comunitario (europeo ndr.), ed è stata completamente falsata l'applicazione della relativa disciplina di tutela. Del tutto illegittimamente, gli organi preposti alla tutela hanno, da una parte, espresso rilievi sull'incompatibilità della proposta oggetto di prima adozione (prima proposta di variante ndr.); e poi, del tutto contraddittoriamente, assumendo un'iniziativa, non prevista dalla legge, hanno indicato, essi, una soluzione alternativa altrettanto impattante, di dimensioni pressoché identiche. E ciò, quando i medesimi organi tutori avevano pure espressamente evidenziato che gli interventi edilizi in zona avrebbero dovuto limitarsi al "recupero degli edifici tradizionali" o al "restauro dei volumi esistenti". Da qui, pure il sospetto che la funzione amministrativa, anche quella preposta alla tutela, sia incorsa nei gravi vizi di falsità e di sviamento». Eccesso di potere Manica prefigura tutta una serie di violazioni e di false applicazioni di una serie di leggi e normative, di eccesso di potere per «difetto assoluto di istruttoria» e per «motivazione contraddittoria, illogica e irragionevole», di travisamento dei fatti e di violazione dei principi generali in materia di procedimento amministrativo».

L'Adige, 12/12/2008

Giù le mani dal latte crudo!

Pubblichiamo una bella lettera che, motivatamente, difende il latte crudo, un alimento sano, in queste settimane aggredito da più parti e bollato come pericolosissimo a causa della non-pastorizzazione. Una battaglia giusta: in difesa della filiera corta, della dignità del produttore, ma anche della qualità del prodotto stesso e quindi della salute dei cittadini.

Vorrei contribuire al dibattito sollevato in questi giorni sulle problematiche dei distributori di latte crudo. Non mi pare che la proposta di Sergio Paoli, direttore di Latte Trento, di pastorizzare il latte prima di immetterlo nei distributori abbia qualche senso. Sicuramente il maggior costo della pastorizzazione unito a quello del trasporto renderebbe antieconomico il distributore.
Ma soprattutto si tende a dimenticare che il latte è un alimento che nasce già perfetto e che ogni tentativo di trattamento da parte dell'uomo non può che peggiorarlo. A fronte di qualche piccolo rischio derivante dal latte crudo, con la pastorizzazione invece si perderebbero importanti proprietà utili alla nostra salute.
Quali sarebbero i rischi del latte crudo? Premettendo che l'attenzione ai problemi igienici da parte del produttore non deve mai abbassarsi, alcuni germi potrebbero effettivamente contaminare il latte e causare problemi nell'uomo: il principale è lo Stafilococco aureo che potrebbe derivare da mastiti non curate. Solo questo rappresenta un potenziale pericolo per il consumatore; è in grado di produrre una serie di enterotossine che determinano, se presenti in quantità sufficiente, un'intossicazione caratterizzata da nausea, vomito e diarrea, che viene superata in genere senza intervento medico in 2-3 giorni. Altri germi come la Listeria Monocytogenes possono dare delle infezioni gravi, ma quasi esclusivamente nei soggetti immunocompromessi. Sono teoricamente possibili infezioni da Salmonella o Campylobacter, ma solo se il latte è contaminato con le feci. Da una ricerca è comunque emerso che il latte crudo venduto nei distributori è in media qualitativamente migliore degli altri latti. A chi pensa che il latte pastorizzato sia sicuro al 100% ricordo che ci sono state importanti epidemie di salmonellosi derivate dal latte pastorizzato. La pastorizzazione non elimina i germi, ma ne riduce la quantità. In più vengono alterate le capacità di autodifesa del latte (denaturazione della lattoferrina) e quindi in condizioni particolari i germi cattivi si svilupperebbero più facilmente.
A fronte del limitato rischio derivante dal latte crudo, vediamo ora i vantaggi. Viviamo nel mezzo di un'epidemia di cancri; sicuramente molti tumori sono dovuti all'eccesso di sostanze cancerogene nell'ambiente, ma anche alla scarsità di sostanze protettive nell'alimentazione. Proprio la pastorizzazione del latte è un esempio di impoverimento di proprietà antitumorali, negli alimenti. Ci sono infatti alcune proteine del latte, specie le proteine del siero del latte (quello che resta dopo aver tolto le caseine), che possiedono importanti proprietà antitumorali, detossificanti e antiallergeniche, ma che vengono denaturate con il calore della pastorizzazione. Si sa, ad esempio, che i neonati alimentati con latti artificiali hanno più allergie e tumori degli omologhi allattati al seno. Ebbene questo avviene proprio perché le proteine dei latti artificiali vengono pastorizzate e perdono importanti proprietà. Oggi si inizia a comprendere che la sostanza responsabile delle proprietà antitumorali, detossificanti e antiallergeniche del latte potrebbe essere il glutatione. Il glutatione, un tripeptide (costituito da tre amminoacidi) è una molecola chiave per il funzionamento cellulare. Non solo contrasta l'effetto nocivo dei radicali liberi, ma è anche la molecola importante per la detossificazione dell'organismo. Tutti i processi immunitari ed energetici necessitano del glutatione. Le proteine del siero del latte sono molto ricche di un precursore del glutatione (glutamil cisteina). Queste sostanze però si denaturano con il calore a 60 gradi (la pastorizzazione supera i 70 gradi per 15-20 secondi).
Col calore si inattiva anche la vitamina C: all'inizio del secolo scorso dopo l'introduzione della pastorizzazione del latte ci fu un aumento dei casi di scorbuto (malattia da carenza di vitamina C). Nonostante queste evidenze gli scienziati di allora, sull'onda delle teorie che vedevano i microrganismi responsabili della maggior parte delle malattie, continuarono a raccomandare la pastorizzazione o la bollitura.
Un altro esempio di problemi generati dalla pastorizzazione è l'assorbimento del calcio. Questo è molto minore nel latte pastorizzato rispetto al latte crudo. Ricordo che oggi l'osteoporosi è una condizione molto diffusa con una notevole morbilità dovuta alle fratture nell'anziano.
Prima degli anni '70 dovunque nei caseifici di paese si vendeva latte crudo. Una legge ingiusta, voluta dagli industriali del latte, ne ha vietato la vendita e questo ha portato nel recente passato alla chiusura di numerosi caseifici in Trentino ed alla crisi del settore zootecnico con la chiusura di molte stalle, parallelamente alla creazione di monopoli caseari.
In passato molti medici spesso consigliavano di soggiornare in montagna per rinforzare il fisico. Oggi abbiamo numerose evidenze che molte delle virtù salutari delle vacanze in montagna potrebbero derivare proprio dal latte e dai prodotti derivati che oggi non è più possibile acquistare nei caselli di paese. È difficile immaginare un paesaggio alpino senza zootecnia, senza alpeggi e malghe. Ed è connaturata con questa attività la possibilità di vendere il prodotto in loco al consumatore. Chiunque vuole mettere vincoli e limiti a questa attività (a favore dell'industria) uccide la montagna. Con ricadute sicuramente negative sul turismo.
In conclusione, oggi con i frigoriferi si può conservare il latte non pastorizzato per diversi giorni. Si può inoltre aumentare la sicurezza con frequenti controlli sul latte (che sarebbe auspicabile facesse l'ufficio Igiene). Consiglierei però la bollitura solo in presenza di una immunodeficienza grave. La mia famiglia consuma latte crudo ormai da un decennio senza che si sia mai verificato un problema. Personalmente consiglio di visitare la stalla di provenienza e verificare l'igiene e l'alimentazione degli animali.
Acquistare il latte crudo (non pastorizzato) è un diritto alla salute che non può essere negato. Inoltre poter vendere latte crudo è un aiuto al settore zootecnico di qualità, con sicure ricadute positive sul turismo.

Dr. Roberto Cappelletti
È componente del Comitato scientifico della Libera associazione Malghesi e pastori del Lagorai

L'Adige
, 9 dicembre 2008

Ecomafia in provincia di Trento?

Pubblichiamo un'interessante riflessione uscita su L'Adige a proposito dello scandalo dei rifiuti pericolosi provenienti da tutto il nord Italia stoccati abusivamente in una ex cava (ora discarica di inerti) a Roncegno, in Valsugana. L'episodio ha sollevato nuovi dubbi sulla credibilità nella nostra provincia delle autorità cui è affidata la tutela dell'ambiente e, di conseguenza, la salute dei cittadini.

La Valsugana non è la pattumiera del Nord

Così la Provincia si fa male, oltre a fare del male alla comunità. Molti sospettano, da tempo, soprattutto in Valsugana, che i controlli dell'Appa sugli inquinanti non siano credibili. Molti pensano che siano pochi, ridicolmente pochi i controlli sui fumi delle acciaierie di Borgo. Proprio quell'impianto che crea tanti dubbi, timori anche, in una parte non secondaria della popolazione. E cosa dire di quell'impianto di biocompostaggio di Novaledo, e di quel «bolo» che venne di fatto seminato nelle campagne di Valsugana? Ma lasciamo la Valsugana: sono sufficientemente calibrati i controlli sui veleni sparsi nei meleti e la loro presenza in parchi pubblici, case private, tra la gente insomma, in val di Non? Molti non si fidano più dell'Appa (agenzia provinciale protezione ambiente ndr.) e di tutte le autorità di controllo e, di conseguenza, viene meno anche la fiducia nella difesa che la Provincia fa della salute pubblica. Ora la storia della discarica di Monte Zaccon. Solo l'ultimo anello. Sappiamo molto bene che la nostra società dei consumi, quella che stiamo vivendo qui e ora, quella ricca e trentina, porta alla produzione di molti veleni: che finiscono nell'acqua e nell'aria, che vanno a finire negli impianti di compostaggio o nelle discariche. Sappiamo anche che sempre meno è possibile (oltre che eticamente costituire una cosa ingiusta) spedire quei rifiuti in Campania o in Calabria. E sempre più difficile è mandarli anche in Africa, mentre se li mandiamo in Germania questa si fa pagare tantissimo. Poi, certi rifiuti, come quelli che finiscono nell'aria, immessivi dai camini delle fabbriche, non possiamo nemmeno spedirli a nessuno. E allora, la nostra società produce, necessariamente, delle schifezze che dobbiamo pensare di distruggere a casa nostra o, comunque, di limitare al massimo nei loro effetti nocivi per la salute umana e quella della Natura. Ma nessuno vuole i veleni: noi viviamo in una società in cui il senso civico, il bene della comunità che talvolta esige anche la condivisione dei problemi, è sempre meno sviluppato. E allora? L'impressione (ma le prove sono continue e successive) è che i politici e la politica abbiano deciso, per il bene della comunità (e lo diciamo senza sottintesi e ironie) che le cose vadano fatte anche senza che la comunità lo sappia. Per questo, probabilmente, l'Appa è portata a fare cose che anche la politica conosce. Ma finge di non conoscere. Noi tutti sappiamo che, ancora più in questo momento di crisi epocale del capitalismo, 120 salari e stipendi, quanti sono quelli pagati dalle Acciaierie di Borgo, sono importantissimi. Che lo spostamento della fabbrica fuori dal Trentino sarebbe per la Valsugana l'ennesima botta. E allora ecco che i controlli sulle emissioni di fumi vengono fatti una volta all'anno, di giorno e (lo ha dichiarato al nostro giornale un operaio che ha lavorato lì per anni e si occupava proprio di questo) all'interno della fabbrica si conosce la data dell'arrivo dei tecnici in anticipo. Ma tutti, proprio tutti a Roncegno e Borgo sospettano da sempre, e molti lo hanno pubblicamente dichiarato, che le emissioni «malefiche» avvengono la notte e in certe ore soprattutto. E cosa dire del biocompostaggio di Novaledo che avrebbe tutte le carte in regola, che rispetterebbe tutte le leggi.... ma che verrà comunque spostato perché qualcosa che non va, lo hanno capito tutti, c'è comunque? Nei giorni in cui sui terreni di Novaledo e Roncegno veniva sparso quell'enorme «bolo» che intasava lo stabilimento, avemmo modo di parlarne con i dirigenti dell'Appa. E li trovammo assolutamente tesi, nervosi, in ansia. E lo scrivemmo. Si doveva mettere da qualche parte quel materiale, era certo, per permettere alla nostra comunità di continuare ad avere un luogo dove poter lavorare ed elaborare l'umido delle immondizie e certi fanghi... Vero, ma forse non era proprio affondandolo in una campagna molto coltivata ancora il modo migliore. Ma dove allora? direbbe il politico, se tutti vogliamo il meglio di questa società dei consumi e nessuno vuole le sue schifezze, che però sono i nostri rifiuti? Certo, dopo la scoperta delle schifezze che stanno finendo in una ex cava di Monte Zaccon, nel Comune turistico di Roncegno, viene il pensiero che la Valsugana sia privilegiata in qualità di sfogatoio di quanto i trentini non vogliano. E forse (pensando anche che, a sinistra soprattutto, la PiRuBi non la vuole nessuno in Vallagarina ma la superstrada trafficatissima, cento volte i bisogni della valle, è sopportata in Valsugana dove, tra l'altro, ha travolto e tagliato a metà due paesi) il pensiero che questa valle non sia difesa al meglio dai suoi politici è più di un sospetto. Ma il discorso va oltre. Pensiamo allora ai veleni nei meleti e alle denunce del Comitato noneso che da qualche anno si sta battendo sul problema. Ultimamente questa gente coraggiosa si è pagata, 3.000 euro, le analisi che hanno dimostrato l'esistenza di residui di veleni nelle case e nei parchi giochi. Ma quelle analisi ha dovuto farle fare fuori dal Trentino. Perché in Trentino (terra dell'Istituto Agrario ma anche terra che dispone di un'ottima Azienda sanitaria) le statistiche dicono che tutto è nella norma, che le forme tumorali non sono più numerose che altrove e nemmeno le bronchiti. E, di certo, qui da noi nessun ente pubblico si sogna di far analizzare le polveri delle case o l'erba dei parchi. Perché le mele sono la grandissima ricchezza della valle di Non, l'Acciaieria è necessaria alla manodopera valsuganotta e perché qualcuno deve pure beccarsi le porcherie che i trentini producono (o prendere quelle degli altri per esportare in parte le nostre). E così i controlli dell'Appa troppo spesso sono formali o eseguiti in tempi non congrui. E molte volte anche le analisi di S. Michele e le indagini dell'Azienda Sanitaria sono portate più a rassicurare i cittadini che ad allertarli sulla situazione reale. Ma così facendo la politica si fa male, la Provincia si fa male. Non si può continuare a dire che il nostro formaggio è il massimo del mondo perché le vacche mangiano il fieno della montagna trentina quando molti di quegli animali, l'erba delle Dolomiti non la vedono quasi mai. Così sempre più gente guarda con sfiducia alle nostre autorità, anzi con rabbia. Così la Farfalla appassisce e il Trentino si omologa e alle elezione è tutto un gridare... «al negro». È ora di parlare con la gente, di informarla, di essere franchi: le nostre sporcizie ce le dobbiamo riciclare, e dobbiamo produrne meno, e i prodotti che mettiamo in tavola devono essere controllati, così come il nostro territorio. Per evitare, tanto per concludere, che un Comune turistico, che ha una grande e importante storia termale, si porti in casa una schifezza grande come quella, dicono gli investigatori, che stava arrivando a Roncegno.

L'Adige, 14/12/2008