31.1.10

Acciaeria: salute pubblica a rischio, il dossier e la conferenza stampa dell'ISDE

Proponiamo dal sito Ecceterra.org la relazione medico scientifica a cura dei Medici per l'ambiente e il video (da sito di TrentoAttiva) della conferenza stampa di presentazione, durante la quale i relatori, la dott.ssa Patrizia Gentilini, la dott.ssa Maria Elena Di Carlo e il dott. Marco Rigo, hanno illustrato i rischi sanitari sulla popolazione che l'acciaieria crea.

Rischi potenziali sulla salute correlati all’inquinamento industriale in Valsugana.
Il ruolo dell’acciaieria nel contesto generale

La presente relazione medico scientifica vuole evidenziare possibili rischi sanitari dovuti alla presenza di un impianto impattante come l’acciaieria di Borgo Valsugana che fonde rottame (rifiuto ferroso) contenente plastiche e vernici. Due sono i principali inquinanti sui quali si è soffermata l’attenzione: le diossine e il particolato o polveri sottili (PM10).
L’acciaieria di Borgo emette una grossa quantità di polveri, diossine, metalli pesanti, IPA. Le emissioni sono dell’ordine del milione di metri cubi ora.
Le polveri emesse contribuiscono sicuramente ad innalzare i livelli di PM10 (Borgo sfora i limiti annuali per quanto riguarda i giorni di supero, più di 35 gg/anno). Inoltre dalle analisi qualitative a Borgo si riscontra un tenore di metalli 10 volte superiore ad altre realtà dove è presente un’attività industriale. Il particolato fine e ultrafine è particolarmente pericoloso per la salute.Per legge i limiti della concentrazione di diossina emessa dai camini per le acciaierie è 5 volte superiore agli inceneritori (0,5 ng/m3 verso i 0,1 ng/m3).
Clicca qui per scaricare il dossier in pdf



Watch live streaming video from grillitrentini at livestream.com

Ringraziamo Marco Garavelli di TrentoAttiva per l'ottimo lavoro di informazione.

30.1.10

Discariche in Trentino



Trentino: nel dicembre 2008 scoppia lo scandalo sulla gestione illegale di alcune discariche. La vicenda, ignorata dai media nazionali, pone il problema delle responsabilita'. Soprattutto fa emergere una verita' inquietante.

29.1.10

Non nascondiamoci dietro i limiti di legge

Pubblichiamo su segnalazione di Virgilio Rossi del comitato diritto alla salute della Val di Non un'interessante lettera dei medici dell'ISDE del Trentino.

Virgilio aggiunge: "Vorrei cogliere l'occasione per spendere alcune parole sull' Associazione ISDE sezione italiana. E' formata da medici provenienti da tutte le specialità mediche che dedicano gratuitamente il loro tempo alle tematiche sulla salute ed ambientali. L'associazione vive con il sostegno dei cittadini che credono nelle prevenzione primaria (eliminare le cause che generano i problemi) e non continuare ad operare con la prevenzione secondaria (cura dei sintomi) in cui è importante l'applicazione del principio di precauzione indipendentemente che una sostanza sia sotto i cosiddetti limiti di legge, creati dall'industria alimentare e farmaceutica al fine di usare sistematicamente addittivi, conservanti, pesticidi,ecc.
Sostanze queste che interagiscono negativamente sia da sole che complementariamente sul metabolismo umano anche a dosi infinitesimali. E' perciò fondamentale sostenere questo tipo di associazioni perchè vanno a snidare e combattere le cause dei nostri problemi di salute e non convivono lucrosamente con esse. Se qualcuno vuole diventare socio ecco i loro recapiti: www.isde.it"

Scriviamo a proposito della risposta (o meglio «non risposta») dell'assessore all'agricoltura Tiziano Mellarini al «Comitato per il diritto alla salute» della Val di Non. Crediamo non sia fuori luogo affermare che la politica dovrebbe dare risposte piú pertinenti ai puntuali rilievi dei cittadini, a maggior ragione se ci sono le prove di una contaminazione con i pesticidi nei bambini.
Il vero problema è che l'assessore Mellarini (ma anche Alberto Pacher, Ugo Rossi e Lorenzo Dellai per quanto riguarda le vicende legate all'inquinamento in Valsugana) hanno mostrato di avere un atteggiamento riduzionista verso la tutela della salute pubblica. Essi si trincerano dietro il rispetto dei limiti di legge per sostanze pericolose quali pesticidi e diossine, non considerando che stiamo vivendo in una vera e propria epidemia di tumori e malattie cronico-degenerative (diabete, Alzheimer, Parkinson, allergie, asma etc) malattie che sono terribilmente in aumento anche nel nostro Trentino. Anzi, per quanto riguarda i tassi grezzi di tumori, il Trentino è ai vertici nella classifica nazionale.
Nel quadriennio 1999-2002 i tumori infantili sono raddoppiati rispetto al quadriennio 1995-1998 a riprova che qualcosa che non va nell'ambiente c'è, eccome. Occorre dunque un atteggiamento molto più prudente, applicando più frequentemente il principio di precauzione recepito dalla stessa Unione Europea.
La risposta di Mellarini dimostra invece come alcune elaborazioni statistiche delle analisi sulle mele siano usate per negare qualsiasi problema sanitario dei pesticidi. Invece, nonostante per Mellarini le analisi dei pesticidi sulle mele siano ampiamente entro i limiti di legge (a tal riguardo Legambiente non è affatto d'accordo), i pesticidi sono tati trovati nelle urine di soggetti innocenti quali i bambini attraverso il cosiddetto «effetto deriva», inteso quest'ultimo come la dispersione nell'ambiente dei prodotti utilizzati nelle irrorazioni.
In questo caso i trattamenti dovrebbero essere fatti a distanze adeguate dalle abitazioni e proprietá altrui. Al contrario, con delibera n.400 del 3 marzo 2006 prot. 4554 proposta dall'assessore Mellarini, le distanze dalle abitazioni sono state azzerate ammesso che venissero impiegati uggelli antideriva o altri dispositivi della cui reale efficacia non esiste alcuna prova concreta.
Questa delibera doveva rispondere ad una mozione del Consiglio provinciale (n.6/2004), che impegnava la Giunta ad emanare un protocollo di norme di comportamento sull'utilizzo dei fitofarmaci in prossimità dei centri abitati che tenesse conto sia dell'esigenza di tutelare la salute dei cittadini, sia delle necessità agro-colturali. Evidentemente quest'ultime sono state privilegiate rispetto alla salute dei cittadini e quello che sconcerta di piú è che queste scelte sono state premiate dagli stessi elettori alle ultime elezioni provinciali.
Vorremmo inoltre far notare che l'effetto di ogni sostanza, anche sotto i limiti di legge, si somma ad altre centinaia (forse migliaia) di sostanze cancerogene che assumiamo con la dieta (sottoforma di conservanti, coloranti, etc...) o che respiriamo.
Questo vale specialmente per i pesticidi in quanto con la dieta assumiamo in media 4 pesticidi a pasto (dati Appa). Ognuno di esse è sì entro i limiti, ma nessuno ha mai studiato l'effetto combinato di piú sostanze. È infatti probabile che vi sia un effetto cumulativo, se non addirittura un aumento della potenzialitá tossica. Infine, e questo è particolarmente vero per sostanze quali le diossine, non esistono concentrazioni al di sotto delle quali non si osservano effetti sulla salute, ma con l'aumentare della concentrazione si assiste statisticamente ad un aumento dei casi di malattia (le diossine sono correlate tutte le malattie degenerative e tumorali conosciute). È vero che i limiti di legge sono dei paletti oltre ai quali non è lecito andare, ma si presume che un politico accorto dovrebbe fare in modo di mirare, quanto piú possibile, al limite zero.
La politica non puó ignorare i possibili effetti sulla salute di una fonte quale l'acciaieria di Borgo Valsugana che non riesce nemmeno a rispettare i (pur ampi) limiti di emissione di diossine. Gli effetti negativi sulla salute ci saranno indipendentemente dall'incapacitá di trovare le diossine nei terreni. È pur vero che la nostra civiltá del benessere porta qualche minimo rischio che dobbiamo accettare. Ma quando i rischi sono evitabili, come nel caso dei pesticidi, con direttive piú restrittive per le distanze o, meglio ancora, passando al biologico, o quando interessi privati ed un centinaio di posti di lavoro (per i quali si potrebbe sicuramente trovare un'alternativa) non giustificano eccessivi rischi per la salute di una popolazione, come nel caso dell'acciaieria di Borgo, allora crediamo che sia giunto il momento di scelte coraggiose e responsabili da parte delle istituzioni.

Roberto Cappelletti, Maria Elena di Carlo, Marco Rigo
Medici per l'Ambiente (ISDE-Trentino)

24.1.10

Risposta a Merler di DE: l'Acqua è un Bene Comune


A TRENTO LA MULTIUTILITY DOLOMITI ENERGIA SCOPRE LE CARTE

Di seguito da parte del Comitato Trentino Acqua Bene Comune, il gruppo di associazioni e cittadini trentini autoconvocatosi all'indomani della tre giorni sull'acqua di dicembre scorso (organizzata da Yaku, Ya basta e Filorosso), la risposta ad una
lettera apparsa su L'Adige firmata da Marco Meler, amministratore delegato della multiutility Dolomiti Energia.

Acqua Bene Comune

Le idee sviluppate da Marco Meler, amministratore di Dolomiti Energia in un artico pubblicato alcuni giorni fa sull' Adige meritano una riflessione e mi pare che siano in linea con quelle utilizzate in altre parti d’Italia, ad esempio per giustificare il "sacco" delle risorse idriche esercitato da anni dalle multinazionali in Toscana.

Sappiamo che il processo industriale in corso di Dolomiti Energia trasformerà l’impresa in una multiutility che «diventerà una delle maggiori aziende elettriche del Paese», come hanno più volte annunciato con orgoglio i suoi dirigenti, con oltre 700 milioni di euro di fatturato e una quotazione in borsa dietro l'angolo. Ha come partner la conosciuta A2A, multiutily - nata dalla fusione delle società municipalizzate di Brescia e Milano, già quotata in borsa e di cui fanno parte alcuni soci privati. Per quanto riguarda la gestione dell’acqua il futuro è incerto: Dolomiti Energia, anche nel nuovo formato super industriale continuerà nei prossimi anni a gestire circa la metà delle risorse idriche della Provincia di Trento o i Comuni si riapproprieranno di tale servizio nell’interesse dei cittadini?

Le argomentazioni della amministratore delegato di Dolomiti Energia a difesa della gestione privata dell’acqua, oltre ad essere confutabili, lasciano trapelare, neanche troppo velatamente, il profondo interesse dell’impresa verso tale risorsa.

Intanto dire che privata "è solo la gestione" è già un'ammissione di colpa: l'acqua è privata.
Ideologico e fin troppo palesemente strumentale è sostenere che la proprietà dell'acqua rimane pubblica mentre la gestione può tranquillamente essere data in mano ai privati.

Come se i singoli cittadini potessero liberamente scegliere di usufruire del servizio di Dolomiti Energia o approvvigionarsi direttamente dagli acquedotti.

Poi c'è l'aspetto del monopolio naturale che non viene minimamente affrontato. Il cittadino non è libero di scegliere tra più di un gestore. E quindi, per quanto si possa essere d’accordo o meno con i paladini del libero mercato, non si tratta neanche della “liberalizzazione di un servizio” ma di lasciare a un singolo privato il “monopolio” in un settore, quello dell’acqua, di vitale importanza per la sopravvivenza dell’intero pianeta.

Per quanto riguarda l'idea che una struttura pubblica non possa garantire al pari o meglio di un'impresa privata la qualità di un servizio è puramente "ideologico" e non sostenuto dai fatti (ovviamente è il contrario, basta vedere i dati dal ‘94, quando è entrata in vigore la legge Galli: le tariffe sono aumentate e la qualità del servizio è proporzionalmente diminuito in un Paese in cui circa la metà delle imprese che gestiscono l'acqua sono private, miste pubblico private, o SPA).

L'obiettivo della politica è quello di far funzionare gli enti pubblici e dare al cittadino un servizio equo su cui nessuno deve fare profitti, per questo si pagano le tasse. Se i servizi pubblici vengono appaltati ai privati che paghiamo a fare i parlamentari, i consiglieri regionali, provinciali e comunali?
E lo stesso non potrebbe dirsi per Istruzione e Sanità ad esempio.

Perché non privatizziamo scuole e università se i bassi costi di libri e d’iscrizione ci vengono “garantiti” da una qualsiasi multinazionale? Così per ospedali e altri servizi sociali. La gestione dei rifiuti è già stata privatizzata da un pezzo con risultati che sono davanti agli occhi di tutti.

Il processo in atto nel nostro Paese è questo: spogliare le comunità dei beni comuni. Adesso è l’acqua. Domani saranno svenduti altri spazi, altri patrimoni che caratterizzano il tessuto sociale e la cultura di ogni comunità.

Ecco perché in Trentino i cittadini si sono riuniti nel Comitato Acqua Bene Comune che come in tante altre parti d’Italia è nato per difendere l’acqua dalle privatizzazioni. Ecco perché sono in atto Campagne di raccolta firme per spingere i Comuni a modificare il loro statuto e considerare l’acqua e la sua gestione “di non rilevanza economica”. Ecco perché il 20 Marzo una manifestazione nazionale riunirà tutti i cittadini a Roma per la ripubblicizzazione dell’acqua. Ecco perché le forze sociali del nostro Paese si stanno preparando a raccogliere le firme per un Referendum abrogativo delle norme che in questi anni hanno progressivamente sgretolato il sistema pubblico della gestione dell’acqua. Ecco perché una legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua sostenuta da più di 400 mila firme (5 mila raccolte in Trentino) giace da due anni in Parlamento affossata dalle nebbie trasversali degli interessi partitocratici.

E’ una battaglia di civiltà e di democrazia, quella dei movimenti per l’acqua, che vuole andare verso una gestione della sfera pubblica efficiente e a bassi costi che tuteli l’interesse generale.

L'idea, ad esempio, che un ente pubblico consortile, in cui sia prevista la partecipazione della gente e il controllo sociale alla gestione dell'impresa, non possa raggiungere in TRENTINO standard di efficienza pari o superiori a quelli di qualsiasi impresa privata, è puramente ideologica e frutto di evidenti interessi imprenditoriali che vogliono mantenere il controllo su un bene che garantisce profitti sicuri.

Una gestione pubblica e sociale dell'acqua, libera dal clientelismo partitico, e frutto della riappropriazione politica dei cittadini, potrebbe garantire, oltre a un servizio equo salvo dagli obiettivi del profitto, anche che questo bene nel tempo sia tutelato per le future generazioni. La missione di un ente pubblico, o meglio, di una nuova istituzione sociale, la cui proprietà sia semplicemente collettiva, è l'interesse generale dei cittadini e non gli interessi e i dividendi di una singola impresa che per statuto ha come obiettivo la remunerazione dei singoli soci e non certamente la tutela di un bene che è di tutti e di nessuno.
Il Comitato Trentino Acqua Bene Comune si incontrerà martedì 26 gennaio alle ore 20,30 al centro sociale Bruno.

Comitato Trentino Acqua Bene Comune

per info:www.yaku.eu


Vedi anche:

TERZA RIUNIONE DEL COMITATO TRENTINO ACQUA BENE COMUNE

Discariche in Trentino - Promo

23.1.10

L'Acciaieria dei veleni, presidio a Borgo

Iniziativa dei comitati locali per chiedere l'immediata chiusura

- [ galleria fotografica ]

Nel pomeriggio di sabato 23 gennaio più di cinquecento persone sono scese in piazza aderendo all’appello dei comitati locali per la chiusura dell'acciaieria di Borgo Valsugana, che da trent'anni inquina l'aria, l'acqua e il suolo della valle. Gli abitanti sono stufi e dopo il sequestro cautelativo ad opera della magistratura, che ha scoperto che l’azienda manometteva i risultati delle analisi di produzione delle diossine, scaricava abusivamente nelle discariche della zona e causava continui sforamenti per i livelli di diossina e di metalli pesanti come piombo e cromo, sono tutti d’accordo nel chiedere l’immediata chiusura, la riconversione dei 117 posti di lavoro e la bonifica del terreni inquinati.

Nella fonderia, infatti, viene bruciato un po' di tutto, compresi residui di oli, plastiche e vernici: ci sono testimonianze di operai che non hanno avuto timore di inimicarsi gli altri lavoratori e, sorretti dai comitati, hanno deciso di denunciare i misfatti che l’azienda compie da oramai troppo tempo.

Rosa Finotto, portavoce del Comitato Barbieri Sleali di Borgo Valsugana, dal microfono rilancia gli obiettivi della manifestazione: "...intanto raccogliere firme per contarci e capire quanti sono gli abitanti della valle che vogliono la chiusura dell'acciaieria e la riconversione ad una produzione meno inquinante, raccogliere fondi per pagarci, autonomamente, analisi certe sulle diossine; poi, il motivo più importante di questa manifestazione, continuare a coinvolgere la popolazione in altre iniziative di protesta, magari spostandoci anche a Trento in piazza Dante".
Il suo intervento si è concluso con l’appello distribuito all’interno del dossier prodotto dal coordinamento dei comitati.

Appello alla mobilitazione.

C’è qualcosa di inaccettabile nelle torbide vicende, recenti e lontane, che hanno portato al sequestro dell’Acciaieria Valsugana. Da un lato, una gestione andata oltre il limite dell’accettabilità di un industrialismo rapace, che vede nell’intesa e nella contrattazione al ribasso tra la proprietà e la Provincia di Trento un insulto ad una regolare e legale pratica produttiva, sia aziendale che pubblica. Dall’altro, una gestione e una produzione d’assalto che ha abusato ove possibile dei silenzi su carenze e omissioni di una struttura industriale e della sua scadente e vetusta tecnologia.

La documentazione riportata in questo elaborato, a cui ne seguiranno altri, dimostra infatti che le diffuse inadempienze e illegalità, tollerate dall’ente provinciale, erano e sono diventate regola e necessità.

Regola e necessità per trarre il massimo profitto dentro un reciproco circolo vizioso dove il sistema dei controlli è saltato e che probabilmente è soggetto ad inaccettabili pressioni o ricatti. Tutto ciò a scapito della nostra vita di cittadini e di lavoratori.

E’ dal paziente lavoro di ricostruzione di eventi e di misfatti, operata sia dal Corpo Forestale dello Stato, sia dalla procura della Repubblica di Trento, che possiamo definire crimine ambientale ed attentato alla salute di donne uomini e bambini quanto è avvenuto in questo territorio per trent’anni. Qualcuno sostiene che la produzione dell’acciaio trova la sua ragion d’essere nella necessità anche per il Trentino di farsene responsabilmente carico. Se questa fosse la vera e unica ragione a supporto della presenza in Trentino di questa acciaieria, proponiamo all’attenzione di cittadini e amministratori la sua equa ricollocazione in altro sito “idoneo” del territorio provinciale.

Attraverso un sondaggio da sottoporre all’attenzione e ai diffusi interessi di trentini e lombardi, si potrebbe valutare se non sarebbe saggio e doveroso ricercare altri siti più idonei, dopo il prezzo intollerabile pagato dalla Valsugana, alla realizzazione di un impianto con le più moderne tecnologie (BAT - Best Available Technologies, o MDT - Migliori Tecnologie Disponibili). E non certo quello realizzato con una spesa di 7 milioni di Euro dall’ azienda utile solo a diluire il quantitativo delle emissioni nocive, nel tentativo di illudere o tacitare i cittadini della valle.

E tutto quanto accaduto prima o nel corso degli ultimi due anni, è tanto più inaccettabile perché è finalmente emerso, non da parte di chi dovrebbe tutelare territorio e salute, che cosa realmente si nasconda dietro la produzione di 30 anni di veleni di questa Acciaieria.

22.1.10

L’acciaieria tossica che nessuno ha fermato


il manifesto - Paola Bonatelli, 22 gennaio 2010

Che l’impianto industriale di Borgo in provincia di Trento, producesse “strani fumi” lo sapevano da trent’anni. Ma c’è voluta la determinazione delle associazioni per far aprire un’inchiesta. Domani, una manifestazione in valle.

Borgo Valsugana (Trento) - In questi giorni il procuratore della Repubblica di Trento Stefano Dragone, e il governatore del Trentino, Lorenzo Dellai, detto “il principe” dai suoi concittadini/sudditi, sono volati a Roma, convocati per un’audizione dalla commissione bicamerale d’inchiesta sui rifiuti, sollecitata da due parlamentari trentini della Lega Nord, Maurizio Fugatti e Sergio Divina, che l’ha anche promossa, insieme al senatore Giacomo Santini (Pdl), autore di un’istanza sugli stessi fatti alla Corte di Strasburgo.
Nel mirino due vicende che travolgono imprenditori, politici, enti locali, macchiando l’immagine del Trentino insula felix: la situazione dell’Acciaieria di Borgo Valsugana, attualmente sotto sequestro e controllata da un custode giudiziario, e la discarica di Monte Zaccon, pure sequestrata su ordine della magistratura, in località Marter di Roncegno, paese turistico-termale dall’architettura liberty, in cui si trova il prestigioso Palace Hotel, che fu meta di tutta l’alta aristocrazia europea.
La commissione bicamerale non s’è evidentemente ritenuta soddisfatta di ciò che ha ascoltato, visto che il presidente Gaetano Pecorella ha annunciato una sua visita in Trentino verso marzo-aprile, per verificare sia la situazione ambientale che le eventuali “disattenzioni locali”. Mentre il procuratore Dragone si è limitato alla narrazione dei fatti – tra cui uno particolarmente significativo, l’affidamento delle indagini per la discarica e per l’acciaieria non all’Appa (l’azienda locale di protezione ambientale), ma ad un ente fuori provincia, il Corpo forestale dello Stato di Enego, cui si erano rivolti gli stessi cittadini, delusi dagli enti locali – il “principe” Dellai e il suo vice, l’ex sindaco di Trento e attuale assessore all’Ambiente Alberto Pacher, hanno sostenuto (e sostengono) che è tutto sotto controllo.
In Valsugana la presenza di diossina risulterebbe sotto i limiti di legge, il latte non è inquinato e neppure la lettura del registro tumori induce a pensare che in Valsugana ci siano più casi di malattia che altrove.
Due affermazioni, queste ultime, smentite dai medici valsuganotti (vedi box).
Se la “scoperta” della discarica di Monte Zaccon è relativamente recente – l’indagine portò all’arresto di otto persone il 10 dicembre del 2008 - la situazione a forte rischio ambientale, provocata dai fumi emessi dall’acciaieria di Borgo, preoccupa da trent’anni sia le istituzioni civili, in primo luogo i Comuni, che quelle sanitarie, gli ambientalisti, i cittadini.
Domani tutti i comitati della Valsugana, che nei mesi scorsi sono saliti alla ribalta della cronaca per le loro iniziative dirompenti, si sono dati appuntamento a Borgo – alle 15 in piazza Degasperi - per una manifestazione che vuole essere “un contributo alla ricerca della verità”
.
In prima fila ci sarà il sindaco del paese Fabio Dalledonne, in carica da appena dieci mesi, che, con la sua coalizione di liste civiche di “orientamento moderato di centro”, si trova una pesantissima eredità da gestire. Tuttavia, nella tragedia ambientale della valle, ferita a morte non solo per aver realizzato di aver respirato per anni e anni, con ogni probabilità, aria contaminata, mangiato cibo e bevuto acqua e latte inquinati da diossina e metalli pesanti, ma anche per aver capito che i controlli e le rassicurazioni degli enti preposti - in primo luogo Provincia e Appa, inquisiti insieme ai dirigenti dell’acciaieria - erano fumo negli occhi, qualcosa di positivo c’è.
Il risveglio degli accomodanti (finora) abitanti, i valsuganotti, che, dopo le battaglie condotte negli anni ’80 e ’90 dal Wwf trentino, sembravano dormienti. Lei, l’acciaieria, compare immediatamente a destra della strada che immette a Borgo Valsugana, stagliata da una parte contro le pareti calcaree del monte Lefre e dall’altra sui verdi pendii che salgono verso l’altopiano del Tesino, ai piedi del Lagorai. Un enorme complesso dall’aria decadente e rugginosa, un’immagine più da vecchia ferriera che da moderno stabilimento, costruito lungo un fosso putrido e luccicante in modo sospetto (si dice che l’acqua ogni tanto si colorava di rosso e che ci furono varie proteste dell’Associazione Pescatori a riguardo).
Di là dalla strada, il fiume Brenta con la sua famosa pista ciclabile, e poi campi di mais autoctono – una delle varietà originali – di foraggio, di fagioli (al cadmio, si dice ancora), e le stalle degli allevamenti zootecnici (produzione di latte e formaggi).
Se questa epopea dovesse avere una data di inizio, sarebbe il 19 marzo del 1979. In quel giorno, a Borgo - paese noto, negli ultimi anni, anche per i frequenti “sforamenti” dei livelli di Pm10 (polveri sottili), addebitati di solito alla famigerata statale 47 su cui transitano circa 44.000 veicoli al giorno - tra boschi e pascoli che si inerpicano da una parte verso i monti fatati del Lagorai, e dall’altra verso l’Ortigara e l’altopiano dei Sette Comuni – tutte zone ad altissimo valore aggiunto, dalle zone termali di Roncegno, Levico e Vetriolo alla Val di Sella, con le manifestazioni artistiche internazionali di ArteSella – si diede l’avvio alle lavorazioni dell’acciaieria.
La fabbrica apparteneva allora a tal Oscar Comini di Brescia, inquisito all’epoca, dalle sue parti, come inquinatore. Del resto il processo di insediamento dell’acciaieria non era stato indolore, anzi. I dubbi e le contestazioni sull’opportunità di realizzare una simile industria nella valle - interessata, come tutte le vallate alpine, dal fenomeno dell’inversione termica, cioè la formazione, per una questione di correnti, di uno strato di aria stagnante in cui ogni emissione si concentra – erano sorti immediatamente. La vicenda era rimbalzata dalla Valsugana a Trento e poi a Roma, con la presentazione di varie interrogazioni e interpellanze, tanto che a metà settembre del 1973 (dal quotidiano Alto Adige, 18 settembre 1973), l’allora assessore provinciale all’Industria Enrico Pancheri aveva ritenuto opportuno incontrare a Borgo i notabili della Democrazia cristiana locale “per calmare le acque e ridimensionare la questione”.
Nessun problema di inquinamento, assicurò allora l’assessore, perché “il Comini si è assunto degli impegni precisi in merito all’installazione dei più moderni ed efficienti sistemi di depurazione”. In realtà il Comini vendette la fabbrica prima che iniziasse la produzione al gruppo Leali, con sede a Odolo (Brescia), azienda che affonda le radici nelle tradizioni dei “maestri di ruota” della Val Sabbia. Furono i due figli dell’artigiano Luigi Leali, Nicola e Dario, attuale presidente della società, a trasformare nel dopoguerra l’azienda artigiana in attività industriale nel settore dell’acciaio per cemento armato. L’Acciaieria Valsugana, uno dei quattro stabilimenti del gruppo, produce tutte le principali tipologie di acciai al carbonio e legato mediante un forno elettrico fusorio ad arco voltaico, giudicato da più parti assolutamente “obsoleto”. Anche perché nei forni ci finiscono i rifiuti ferrosi, rottami che contengono ogni sorta di contaminante, ad esempio vernici e plastica, fusi senza pre-trattamento, in barba ai richiami della Comunità Europea, che ha più volte bacchettato l’Italia perché li considera “materia prima”, quindi soggetta a minori controlli.
I problemi cominciarono subito. Già nel gennaio 1981 il Wwf denuncia il grave pericolo di inquinamento derivante dalle emissioni dell’acciaieria, non ancora dotata di un impianto di captazione dei fumi. Per non parlare delle scorie, fanghi e polveri derivati dai fumi abbattuti, che, secondo gli ambientalisti, l’acciaieria scaricherebbe un po’ dappertutto, anche nei greti dei torrenti. I risultati delle ricerche del Wwf, che trova quattro discariche abusive sul territorio e un’alta percentuale di piombo nei residui dei fumi abbattuti, vengono segnalati in un esposto al pretore di Borgo alla fine di gennaio dello stesso anno. Qualcosa si muove, ci sono promesse riguardo all’installazione di depuratori e alla localizzazione di discariche appropriate, ma le analisi chieste dal Wwf vengono effettuate per conto dell’acciaieria e su campioni forniti dalla stessa.
Nel 1983 il Wwf torna all’attacco, accusando Provincia e Comune di gravi inadempienze e false promesse, mentre su Borgo staziona in permanenza una nube rossastra dal pessimo odore. L’acciaieria ha installato un impianto di filtraggio, ma probabilmente è sottodimensionato. Nel gennaio 1989 il Wwf denuncia nuovamente la situazione. Questa volta il pretore di Trento Fabio Biasi dispone la chiusura della fabbrica perché le emissioni non rientrano nella norma. Il sequestro dura dal dicembre 1989 al febbraio 1990, anno in cui viene realizzato il primo sistema di abbattimento dei fumi.
Passano nove anni, l’acciaieria continua la sua attività, anche grazie ai sussidi della Provincia, che sborsa, tra il 1984 e il 1992, 16 miliardi di lire a fondo perduto per l’erogazione dell’energia elettrica, oltre a vari altri contributi. Tra il 1999 e il 2000 l’azienda dichiara lo stato di crisi e mette gli operai in cassa integrazione, mentre il Wwf e gli abitanti di Roncegno organizzano la prima raccolta di firme per la chiusura dell’acciaieria. Ma la produzione riprende con settanta operai (i “più tranquilli”) e una nuova denominazione dell’azienda che diventa “Siderurgica Trentina”, affittata ad un altro imprenditore.
Tra i circa cento licenziati c’è Saverio, che denuncia il comportamento dell’azienda: ”Ho vinto la causa di reintegro – racconta l’ex dipendente di Leali – ma il giorno stesso mi sono licenziato, rifiutando i soldi che l’azienda mi offriva”.
Non solo, da quel momento diventa un ambientalista convinto e sarà lui a denunciare la collusione tra l’acciaieria e l’APPA, che non effettuava i controlli a sorpresa ma avvisava prima delle visite (particolare recentemente confermato dal contenuto delle intercettazioni disposte dalla magistratura).
Nel 2005 entra in vigore il decreto n. 59, che prevede la concessione dell’AIA (autorizzazione integrata ambientale). Nell’ottobre 2007 viene rilasciata la prima autorizzazione, rinnovata nell’agosto 2009: “Una grossa anomalia – denuncia Rosa Finotto dei “Barbieri Sleali” – soprattutto perché l’APPA, per fare un piacere a Leali, ha alzato di mille volte i limiti imposti dall’Europa per le emissioni di diossina. L’azienda, dal canto suo, truccava le analisi, con la complicità di un laboratorio (della società Ramet, di cui uno degli azionisti è proprio Dario Leali, ndr), oppure, in vista dei prelievi, fondeva materiale “nobile”. E non è finita. L’indagine odierna ha aperto anche un fronte sul destino delle scorie dell’acciaieria, per scoprire che, oltre ad essere sparpagliate in giro, venivano mescolate con inerti per produrre materiale per l’edilizia, il che ha prodotto altri quattro indagati”.
Il 4 dicembre 2009 il pm Alessandra Liverani chiede il sequestro totale della fabbrica. Il gip Marco La Ganga però preferisce il sequestro cautelativo, affidando l’azienda a un custode giudiziario, misura riconfermata pochi giorni fa.
In questo “pasticciaccio alla trentina”, i cittadini sabato torneranno a chiedere non solo la chiusura dell’acciaieria e la sua riconversione ma anche l’avvio di uno studio sugli effetti dell’esposizione ai fumi, la bonifica dei terreni, campagne di screening gratuite, nuovi investimenti non inquinanti e infine il coinvolgimento dei cittadini in qualsiasi iniziativa che riguardi la valle.

Lo studio: Secondo i medici la diossina nel latte c’è.
Sono stati i cittadini a segnalare il viavai di camion alla discarica di Monte Zaccon, e sempre loro si sono rivolti ad enti extraterritoriali per far luce sui fatti e avere giustizia. Sono loro infine, insieme ad alcuni professionisti della salute, i veri artefici del “risveglio” della Valsugana. Ma anche della Val di Non, dove lottano contro l’inquinamento da pesticidi.
Dietro il nome che uno dei gruppi si è scelto, i “Barbieri Sleali della Valsugana”, ci sono due storie, una antica e una attuale, e qualche sfumatura. I barbieri della valle erano i preferiti dell’imperatore Francesco Giuseppe, che li riteneva affidabilissimi per la reale rasatura, compiuta con affilatissimi rasoi. Leali alla corona, dunque, ma Leali è anche il cognome del proprietario dell’acciaieria di Borgo.
Sabato i “Barbieri” saranno in piazza con gli “antipuzza di Campiello”, che hanno recentemente vinto la loro battaglia contro un impianto di compostaggio, Valsugana pulita, Parco Piazza di Novaledo, Osservatorio Valsugana, Osservatorio Grigno Tezze, Antidiscarica di Carzano, il CeDIP di Borgo Valsugana, il Wwf di Trento e l’associazione Medici per l’Ambiente, che sta per pubblicare uno studio sui rischi potenziali dovuti all’inquinamento industriale nella valle, esaminando il ruolo dell’acciaieria. Il documento, firmato da una cinquantina di professionisti, è di per sé un segnale d’allarme.
La percezione della comunità medico-scientifica è che ci sia un’incidenza importante di patologie correlate all’inquinamento, da verificare con indagini mirate anche sulla ricaduta dei fumi. I dati disponibili, vecchi di otto anni, non permettono di capire la situazione complessiva. Una cosa però è sicura: dai primi rilievi a campionamento, affidati a laboratori universitari extranazionali (per cui si stanno raccogliendo fondi), risulta che nel latte prodotto in valle la diossina è presente, con composizione identica in tutti i campioni esaminati e con vari cogeneri, di cui uno, l’ectafurano, è un derivato specifico delle emissioni industriali.
(pa. bo.)