8.12.08

TAV: la musica non cancella la verità

di Ezio Casagranda e Gianfranco Poliandri

DVD ben confezionati e convegni brezneviani non riusciranno a nascondere i disastri della TAV

Sulla stampa di questi giorni abbiamo potuto leggere due notizie riguardanti la TAV del Brennero.
La prima riguarda la scelta di vivacizzare con una bella colonna sonora il DVD che la Provincia di Trento prepara sul progetto preliminare della porzione trentina della linea ferroviaria ad alta capacità Verona-Innsbruck (”l’Adige”, 4.12.2008, Traforo in musica - Kuzminac consulente). Ma sarà difficile che la qualità dell’accompagnamento musicale distragga i destinatari dal porsi qualche domanda spinosa.
La seconda riguarda l’incontro istituzionale di Verona del 5.12.2008, dove sono stati confermati i finanziamenti UE per il tunnel di base del Brennero che qualcuno continua a chiamare un’opera eco compatibile. E neppure 195 chilometri di gallerie lungo l’asse dell’Adige dal confine di Stato a Verona e 30 anni cantieri nelle valli dell’Adige e dell’Isarco ci sembrano molto compatibili con l’ambiente.
Sull’opera contemporaneamente più inutile, costosa, devastante e meno condivisa che abbia mai interessato il Trentino si producono DVD ma ci si guarda bene dall’avviare una discussione pubblica, aperta e trasparente sui costi sociali ed ambientali. Una discussione che è totalmente mancata in Trentino, come è mancata in Alto Adige sul tunnel di base e sulle tratte di accesso Sud.
Da quel confronto sarebbe emerso quello che già in parecchi hanno capito e che la propaganda dei promotori nasconde con cura.
Ci dicono che la nuova linea servirebbe per trasferire finalmente (quando, nel 2030-2040?) il grande flusso merci dalla A22 alla ferrovia e risolverebbe anche l’imminente saturazione della linea storica del Brennero. Pretesti, per non intervenire oggi. Il traffico pesante e il terribile inquinamento sull’autostrada potrebbero diminuire subito di circa due terzi: a) con scelte non subalterne agli interessi dell’autotrasporto e della società Autobrennero, con pedaggi equivalenti a quelli di Austria e Svizzera e regolamentazioni/controlli all’altezza di un paese civile; b) impiegando la ferrovia attuale (dalle ampie capacità residue anche dopo il recente potenziamento) secondo criteri di razionalità ed efficienza, cercando di avvicinarsi almeno un po’ agli standard di gestione internazionali.
Sulle devastazioni ambientali annunciate dal programma di opere si cerca già di glissare e comunque si racconta che la valutazione di impatto ambientale si incaricherà di controllare, mitigare, riparare. Fantasie. Le procedure di VIA in Italia, e in Trentino, sono costruite sostanzialmente per avallare decisioni già prese al livello politico-economico. Ci aspettano invece disastri pesanti. Solo per fare due esempi: danni enormi dai cantieri diffusi per decenni in tutta la valle dell’Adige, con più traffico, inquinamenti diffusi e consumo irreversibile di quel territorio libero che qui diventa sempre più scarso (in Trentino si calcolano quasi 500 ettari da sacrificare, più quelli per le discariche); impatti gravi sulle risorse idriche superficiali e sotterranee, in misura che nessuno studio preliminare - come è noto - è capace di prevedere.
E quanto costerebbe questa bella impresa, solo in Trentino? Le stime ufficiali parlano di almeno 3 miliardi, ma quelle indipendenti arrivano a più del doppio; sempre a costi 2007-2008, come se i lavori finissero domani. Ma da molti segnali anche nel nostro caso si potrebbero ripresentare gli sprechi e gli aumenti di spesa che i meccanismi contrattuali e finanziari dei programmi TAV hanno prodotto in Italia, con un incremento medio di costi totali tra il 1991 e il 2007 pari a circa 6,9 volte. A quanti servizi sociali dovremmo rinunciare per soddisfare appetiti che non hanno molto a che vedere con un sistema ragionevole di trasporti?
Siamo stati sbrigativi, ma sempre meno dei promotori. Un dibattito pubblico approfondito sarebbe urgente, e diventa sempre meno probabile. Chi si oppone a questo progetto non pensa però di accontentarsi della buona musica.

Ezio Casagranda
Gianfranco Poliandri

Approfondimenti:
Dossier Treno alta velocità Verona-Brennero-Monaco

3.12.08

I parchi naturali: ancora irrisolte troppe criticità.

Un commento di Luigi Casanova vicepresidente di CIPRA Italia

Si sono appena conclusi i lavori di un interessante ed intenso convegno organizzato dal Servizio Conservazione della Provincia Autonoma di Trento, un convegno che ha raccolto e messo a confronto le esperienze di vent’anni di gestione delle aree protette nel Trentino.
L’appuntamento poteva risultare utile per riprendere un dialogo fra sensibilità ambientaliste e protezioniste della Provincia interrotto nella conferenza farsa organizzata nel luglio del 2005 al Museo di Scienze Naturali: così non è stato perché l’associazionismo non è stato chiamato a collaborare nella strutturazione del convegno. Tanto che contemporaneamente nel vicino palazzo della Regione tutte le associazioni unite denunciavano l’irrisolto scandalo delle cave di Val Genova.
Abbiamo così seguito un evento importante, che ha condiviso le basi culturali necessarie per un lavoro strategico di lungo periodo, ma impedito riflessioni dei limiti dell’esperienza passata. Sugli ambientalisti che con dignità e attenzione hanno ricordato alcuni di questi limiti è subito piovuta loro addosso l’accusa di essere aristocratici, poco attenti al contesto sociale e ambientale, si è dovuta riascoltare la solita buffonata dei poveri di argomentazione sul partito del NO.
Alle associazioni ambientaliste trentine preme invece, più che ai politici, riprendere il filo del confronto, della proposta. Ma per fare questo devono essere mature e risolte almeno tre considerazioni tutte tenute esterne al convegno:
a) L’attenzione politica. Nessun politico era presente ai lavori del convegno, nemmeno il nuovo assessore all’ambiente Alberto Pacher ha degnato l’appuntamento di attenzione. Una occasione perduta.
b) L’ammissione della presenza di criticità importanti e irrisolte che sono: le cave in Val Genova, la questione venatoria specie verso i tetraoni, i collegamenti sciistici Pinzolo - Campiglio e San Martino - Passo Rolle. Queste due ultime questioni sono fondamentali perché rappresentano un falso in comunicazione (non si tratta di operazioni di rilancio, non si tratta di mobilità alternativa ma di banale salvataggio, come per Alitalia, di società votate al fallimento). In ambedue i casi si va ad incidere in ambienti unici e simbolo dei due parchi naturali come del resto emerso dai lavori del convegno.
c) Costruzione di cittadinanza attiva, cioè la reale possibilità offerta a cittadini ed associazioni di partecipare, costruire, condividere e controllare la pianificazione, le scelte sul futuro del parco, con pari dignità di altri soggetti. In questi territori invece sembra abbiano diritto di ascolto solo i cavatori, il mondo venatorio e i poteri forti degli impianti di sci. Non è più concepibile che le associazioni vengano raggirate e umiliate dai politici come avvenuto con Dolomiti Monumento del Mondo, con il progetto Marmolada, la questione Folgaria o Tremalzo.
Accettate queste criticità ci si può, io dico si dovrà, mettersi attorno ad un tavolo e riprendere il filo del confronto che si è rotto con Val Jumela e che ha trovato espressione severa e giustificata nella conferenza del 2005.
L’associazionismo ambientalista delle Alpi intere ormai lavora con questo metodo aperto assieme al mondo imprenditoriale e alle istituzioni pubbliche. Ci si chiede perché in Trentino si debba trovare un muro di ostacoli tanto forte e arrogante, supportato dalle forze politiche, un muro che è arrivato perfino ad escludere i Verdi dalla presenza amministrativa della nostra Provincia, un muro che non ci aiuta a costruire né distretti culturali, né percorsi innovativi, tantomeno ad offrire ai parchi il ruolo di soggetti di sperimentazione anche sociale. Vogliamo ripartire dal convegno appena concluso per ricostruire un percorso di fiducia e confronto, per ritornare, tutti insieme, a costruire un futuro condiviso e di qualità del nostro territorio, per ritornare a dare ai parchi naturali l’originalità della loro funzione, senza isole, senza campane, ma anche in assenza di evidenti speculazioni economiche e aggressioni alla biodiversità e al paesaggio. Risolvendo le criticità qui espresse.

22.11.08

Fitofarmaci, c'è preoccupazione

TASSULLO - Non solo cittadini preoccupati per gli effetti sulla salute degli antiparassitari, ma anche tanti agricoltori, che quei prodotti li usano. Ad attirare i circa 150 convenuti a Tassullo, per la serata organizzata dal Comitato per la salute in Val di Non, nomi come quello del dottor Giorgio Bianchini , e di Luisa Mattedi dell'Istituto agrario di San Michele. «Mille firme sono state raccolte in Val di Non per chiedere alla Provincia studi aggiornati su suolo, aria ed acqua della valle, ed uno studio epidemiologico sulla salute degli abitanti. I dati statistici dell'Azienda sanitaria secondo i quali la nostra valle sarebbe nella media italiana e provinciale per incidenza di tumori, non ci convincono, perché non escludono quel 30% della popolazione non esposta ad agrofarmaci», ha illustrato Sergio Deromedis del Comitato. L'invito è di pretendere che nelle fasce di rispetto previste dalle ordinanze comunali i trattamenti vengano effettuati a mano e con il getto rivolto verso il campo: «Secondo uno studio scientifico del 1993, fino a 100 metri dal punto di trattamento con atomizzatore il rischio per la popolazione è elevato anche in assenza di vento». Secondo il dottor Bianchini, tra dieci anni una persona su due contrarrà il cancro, e poiché gli studi sulla pericolosità dei prodotti fitosanitari sono spesso commissionati dalle aziende produttrici, «è necessario considerare potenzialmente a rischio qualsiasi sostanza, ed aumentare la partecipazione pubblica nel processo decisionale». Luisa Mattedi ha parlato di convivenza armoniosa fra contadini, ambiente e popolazione: «L'ambiente è un bene di tutti, non una proprietà privata, ma chi non vive di agricoltura deve sapere che le piante vanno aiutate, o si rischia di perdere la produzione». L'agronoma ha sottolineato la possibilità di diminuire ulteriormente il numero di interventi e di «promuovere iniziative di agricoltura biologica attraverso le fasce di protezione attorno ai paesi». È seguita la testimonianza di Marco Osti , agricoltore della Bassa valle che ha intrapreso il metodo di coltivazione biologico. Nel dibattito, tra gli altri ha preso la parola il direttore di Assomela (l'associazione che riunisce le principali Op italiane di mele) Alessandro Dalpiaz : «Il mondo agricolo e frutticolo si chiede come muoversi ormai da tempo, ed il biologico non è la soluzione al problema. Non si può dire che lo scenario non evolva e che la frutticoltura trentina sia passiva: ogni anno si spendono tra i 400 ed i 500 mila euro in analisi ed interventi per migliorarne la compatibilità con l'ambiente. Il Trentino è l'unica realtà dove per l'acquisto e l'uso dei fitofarmaci è obbligatorio un patentino conseguito dopo il superamento di un esame al termine di uno specifico corso». Per Dalpiaz i residui nella frutta nostrana sono ben al di sotto della soglia di pericolo, e «l'effetto deriva si riduce dell'80% già ad una distanza di 30 metri». Applauso degli agricoltori. «Noi rivendichiamo il diritto alla salute del residente. Vivendo in Val di Non non possiamo scegliere di stare a contatto o meno con i pesticidi, mentre i consumatori possono decidere di mangiare una mela bio o trattata», ha ribattuto Deromedis. Applauso dei non agricoltori.

L'Adige, 22.11.2008

21.11.08

La montagna che vogliamo

Ieri pomeriggio si è svolto un happening pubblico sotto la Provincia Autonoma di Trento autoconvocato per cominciare ad immaginare un nuovo modello di sviluppo turistico per il Trentino.
L’iniziativa è stata promossa come una delle risposte alla ventilata ipotesi di acquistare, da parte della provincia, gli impianti di risalita presenti in Trentino. Un settore quello del turismo invernale dello sci, come hanno ribadito gli interventi che si sono alternati al microfono, già ampiamente sostenuto e, nonostante questo, fortemente in crisi. Sono infatti 50 milioni di euro i finanziamenti pubblici già decisi dalla Provincia per sostenere nei prossimi due anni impianti di risalita ad altitudini con scarse precipitazioni nevose.
Il tentativo della giornata, come si può leggere nel comunicato di Officina Ambiente, è stato quello di delineare un ragionamento complessivo, capace di tracciare delle linee di prospettiva, che parli del futuro delle montagne alla luce di questa crisi ma soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici che coinvolgono l’intero pianeta.

Ascolta alcuni interventi dal presidio:
Francesca Manzini, Officina Ambiente | audio
Luigi Casanova, CIPRA | audio
Stefano Bleggi, Cs Bruno | audio
Walter Nicoletti, giornalista | audio
Antonio Marchi, Officina Ambiente | audio
Ezio Casagranda, Filcams del Trentino | audio


Approfondimenti:

Officina Ambiente - aree sciabili
Ambiente e devastazione: la prima giornata di Costruire Autonomia
Dossier "No all'ampliamento delle aree sciabili in Trentino"

Link:
La montagna che vogliamo

19.11.08

Ripensare l'economia di montagna

Le ventilate ipotesi dell'acquisto, da parte della Provincia, degli impianti di risalita hanno suscitato un dibattito molto partecipato al quale hanno contribuito economisti ed industriali, conoscitori della montagna e qualche ambientalista. Ci si è soffermati sulla questione "etica", valutando la correttezza di un esborso di soldi da parte dell'Ente pubblico ad un settore – quello dello sci – che da molti anni è già lautamente finanziato; si è discussa la modalità dell'acquisto, se attraverso public company o secondo una valutazione caso per caso; c'è stato chi ha letto nell'intenzione di acquisto una tattica anti-congiunturale, una mossa per arginare una crisi finanziaria che non sappiamo come e quanto si tradurrà nell'economia reale dei nostri territori.

Ma nessuno è riuscito a delineare un ragionamento complessivo che sia capace di tracciare delle linee di prospettiva, che si interroghi sul futuro del sistema turistico invernale, che parli del futuro delle montagne alla luce di questa crisi ma soprattutto alla luce dei cambiamenti climatici che coinvolgono l'intero pianeta. Per essere più chiari: un intervento pubblico così strutturato, si pone il problema della riconversione industriale del turismo invernale trentino o continuerà nella politica cocciuta e fallimentare dell'innevamento forzato delle piste sciabili ad altitudini dove ormai crescono le palme? Crediamo che qui stia il punto, non tanto nel metodo di "salvataggio" di aziende che hanno sempre e solo pensato al profitto, ma nella capacità di intervento pianificato per disegnare un nuovo modello di gestione del turismo di montagna.

La superficialità con cui si è affrontato il tema dell'acquisto degli impianti di risalita è, infatti, la cartina di tornasole che definisce la cifra dell'inconsistenza delle politiche trentine sul sistema alpino. E' anche la prova che né la lobby degli impiantisti, ma nemmeno l'amministrazione provinciale di questi ultimi decenni, si pongono il problema di gestire una trasformazione strutturale dell'economia di montagna, chiudendo gradualmente tutte le stazioni sciistiche sotto i 1800 metri di altitudine e finanziando contestualmente un nuovo modello che valorizzi il territorio secondo le sue specificità locali e spalmi l'offerta turistica nell'arco dell'anno e non soltanto nei pochi mesi sciabili.

Sarebbe grave che con la scusa del "salvataggio" delle aziende in crisi si perpetuasse la politica scellerata di finanziamento a nuovi impianti, a nuovi innevamenti artificiali, a ulteriore impiego di risorse idriche ed energetiche per sfamare la voracità dei cannoni da neve e si lasciasse a margine l'occasione per ripensare ad un nuovo turismo, ad una nuova economia di montagna.

Le associazioni ambientaliste, ma anche e soprattutto i comitati che costellano ogni valle del Trentino, devono riuscire nell'intento di pretendere che ogni azione che riguarda gli impianti di risalita sia inserita nel dibattito sul futuro della montagna, cercando gli spazi politici e partecipativi per determinare le scelte e per contribuire nella definizione di un nuovo sistema Alpino.

Le linee su cui ci muoviamo sono semplici ma chiare, tengono conto del domani e non intendono schiacciarsi sulle soluzioni tampone che crediamo inutili e dannose: per un progetto di riconversione dell'offerta turistica invernale del Trentino – che abbandoni la monocultura dello sci alpino – è necessario non dimenticare che entro poco tempo le stazioni invernali di media e bassa quota non avranno quasi più innevamento naturale, e non è più possibile sostituire l'innevamento naturale con grandi investimenti per la neve artificiale; per avviare un serio e graduale passaggio, gestito politicamente e in modo condiviso, è impensabile qualsiasi intervento di potenziamento e ampliamento nei comprensori sciistici. Detto questo, cosa ormai suffragata da studi e ricerche internazionali sia in campo climatologico che economico, intendiamo contrastare le proposte della Provincia – e le "aperture" di Dellai ai desideri degli impiantisti – se esse saranno (come oggi appaiono) una conferma della situazione esistente e cioè spreco di risorse pubbliche e un altro regalo alla lobby degli impiantisti.

OFFICINA AMBIENTE

15.11.08

No skilift di Stato!

Vogliamo decidere noi del futuro delle nostre montagne.
Giovedì 20 novembre ore 17.00 - Tutti in Piazza Dante, sotto il Palazzo della Provincia

Da settimane ormai si discute del futuro del modello turistico invernale trentino. Se ne discuteva prima della scadenza elettorale del 9 novembre, quando da più parti giungevano i segnali di una crisi ormai evidente che colpisce il mondo dello sci. Se ne discute oggi, a pochi giorni dalla rielezione di Lorenzo Dellai, con la proposta - comparsa sulle pagine dei quotidiani locali - dell'acquisto da parte della Provincia degli impianti di risalita delle società in crisi. Come dice bene Pierangelo Giovannetti nel suo editoriale si mette in pratica il vecchio metodo, sperimentato con Alitalia, che consiste nel pubblicizzare le perdite e privatizzare i profitti.
Non possiamo accettare una tale semplificazione rispetto ad un argomento che non coinvolge semplicemente i bilanci delle società degli impiantisti, ma soprattutto il futuro delle nostre montagne, delle nostre valli, del nostro territorio.
Crediamo che decisioni di questo tipo non si possano prendere semplicemente da un punto di vista finanziario, senza tenere in considerazione la prospettiva di un modello futuro di sviluppo diverso da quello che prevede la "monocultura dello sci" come unica risorsa per il Trentino.
Alla proposta d'acquisto della Provincia dobbiamo opporre la forza di un nuovo progetto, che ponga al centro la difesa di un territorio già troppe volte martoriato da investimenti scellerati per la costruzione di nuovi impianti, un progetto che immagina uno sviluppo turistico condiviso con la popolazione e non imposto dalla crisi economica.

Autoconvochiamoci giovedì 20 novembre alle ore 17.00 sotto il Palazzo della Provincia Autonoma di Trento per cominciare ad immaginare un nuovo modello di economia turistica per il Trentino.

Dellai, partenza con il piede sbagliato

La nuova giunta provinciale non è stata ancora fatta, e già sul tavolo di Lorenzo Dellai vi è il primo progetto: provincializzare gli impianti di risalita del Trentino. Non bastano i 50 milioni di finanziamenti pubblici già decisi dalla Provincia per sostenere nei prossimi due anni funivie anche dove la mancanza di neve e di sciatori non lo consentono. Adesso si va oltre: se le società che gestiscono gli impianti hanno i conti in rosso, non solo ci deve pensare il contribuente a sanare a pie' di lista il deficit che ogni anno creano. Di più: i contribuenti adesso sono chiamati anche a finanziare l'acquisto degli impianti, la loro manutenzione, il loro continuo rinnovamento.
Così che le società private possano dedicarsi «solo» alla gestione (a questo punto in attivo) e alla riscossione degli utili. Insomma, la vecchia filosofia tornata di recente in auge con Alitalia: pubblicizzare le perdite, privatizzare i guadagni. Appena sarà legge il piano (che gli uffici provinciali assicurano in avanzata elaborazione, pronto per essere approvato dalla nuova giunta dopo l'insediamento), avremo gli ski lift di Stato. Come nei Paesi del socialismo reale. Con la differenza che lì la decenza (e i soldi) si fermavano ai tram e ai treni di Stato. Qui da noi, invece, terra di socialismo reale un po' più godereccio, le tasse pagate dai cittadini non dovranno servire per finanziare asili nido e case di riposo, ma luccicanti impianti di risalita per l'industria (?) delle società funiviarie.
Ora questo mostruoso progetto annulla in un colpo solo la libertà di mercato, la concorrenza, l'oculatezza della gestione dei bilanci (a che serve, se tanto paga la Provincia?) e, soprattutto, la valutazione oggettiva se vale la pena gettare risorse in un settore che nei prossimi anni sarà obbligatoriamente ridimensionato per la mancanza di neve sotto una certa quota. mutamenti climatici in atto da tempo, come confermano tutti gli studi di settore, vedranno l'aumento di due gradi della temperatura entro i prossimi decenni. Questo ridurrà le aree sciistiche in quota, limitandole al di sopra di 1.800-2.000 metri. Stime del Centro Euro Mediterraneo prevedono che entro una generazione solo il 18% delle stazioni invernali di risalita presenti nel versante italiano delle Alpi potrà essere considerato affidabile, cioé in grado di garantire almeno 30 centimetri di neve per cento giorni l'anno. Ciò vuol dire, tra le varie cose, che i soldi pubblici che si destineranno agli ski lift di Stato, saranno tutti soldi buttati dalla finestra. Non un investimento per il futuro, ma un scialacquare per l'oggi, con la certezza che non avranno alcun valore per il domani. Invece di pensare ad impostare un nuovo modello turistico per il Trentino e per le Alpi italiane, che valorizzi la montagna per l'ambiente e la bellezza che offre, e che non si appiattisca sulla monocultura dello sci, si arriva addirittura a scaricare tutti i costi di questa follia irresponsabile sul contribuente trentino.
Ma se gli impiantisti credono in questo modello, perché non lo pagano loro? Perché deve essere la Provincia a pagarlo? Tra il resto, il «salvataggio pubblico» delle società impiantiste più in difficoltà è una palese violazione della concorrenza, che danneggia le società sane del settore, che vengono così messe fuori mercato. Lo affermano chiaramente gli operatori del settore più seri (vedi cronache all'interno del giornale). Perché, se la Provincia acquista gli impianti della società con i bilanci in rosso, che senso ha diventar matti a far quadrare i conti e a mettere in piedi economie di scala, e a introdurre innovazioni di mercato? Qui si premia chi fa debiti e perdite, non chi ha i bilanci in regola. Può reggere un mercato sano tutto questo? Nemmeno la giustificazione che si tratta di «mezzi pubblici» sta in piedi. Infatti, un conto è garantire l'autobus che arrivi in ogni paese, e un altro alimentare artificialmente stazioni in bassa quota che da nessuna altra parte al mondo avrebbe senso mantenere. Le ovovie non sono un servizio pubblico da finanziare con le tasse dei cittadini. Al limite, lo possono essere con l'autofinanziamento degli operatori turistici che traggono vantaggio diretto dalla presenza degli sciatori. Forse è giunto il momento di porre un freno deciso alla collettivizzazione forzata in atto da tempo in questa terra. Perché a questo punto ne va della sopravvivenza del Trentino stesso, già economia assistita, che rischia di diventare una provincia priva di economia, perché tutta collettivizzata. L'acquisto per 50 milioni dei capannoni della Whirlpool ne sono purtroppo uno degli infiniti esempi.

Pierangelo Goivanetti, direttore de L'Adige