29.7.08

Le Alpi tradite dal denaro

C'è una parola, in Trentino, che fa ridere: orso. Questa involontaria e irresistibile comicità compie 10 anni. E' l'età della reintroduzione degli orsi bruni, acquistati in Slovenia, nelle Alpi centrali italiane. La risata non offre l'innocenza diretta del bambino, ma la corruzione ambigua dell'adulto. Se oggi dici "orso", i trentini spontaneamente si agitano: per paura, per noia o per rabbia. La ragione, inconfessata, è chiara. Il ritorno dell'ultimo totem vivente della montagna europea è un clamoroso, e unico, successo naturalistico. "La sua presenza - dice il capo delle guardie forestali della Provincia, Romano Masè - testimonia che l'ambiente conserva una preziosa complessità". Tutti sanno però che l'orso non è qui per un atto d'amore. Viene trattenuto a forza, sui perduti corridoi, perché vale un tesoro. Non serviva un animale, ma l'immagine di un universo scomparso. I montanari non lo sopportano perché hanno scoperto che il suo padrone non è il bosco, ma il turismo: le società degli impianti di risalita, signore onnipotenti delle Alpi e della monocoltura invernale dello sci. La sua presenza non suggerisce di limitare gli abusi: contribuisce a superare la vergogna dei compromessi. In questi anni, quando l'orso ha provato a fare l'orso, è stato ucciso, o rinchiuso in un recinto. L'accusa: si allontana troppo dai deserti immaginari in cui una favola deve restare. Tre condanne accertate, su una ventina di esemplari. L'ultimo incidente, a Molveno, è un simbolo. L'orsa che frugava nei cassonetti dei rifiuti, narcotizzata dai custodi, è annegata nel lago ai piedi delle Dolomiti di Brenta. Un errore. Non un caso, però. Ha rivelato l'abisso sui cui è sospesa la montagna trentina: l'attacco finale, pianificato da
leggi all'apparenza illuminate, contro la natura dell' arco alpino e contro ciò che resta dell' ambientalismo italiano. Dietro il marketing dell'orso - dice il sociologo dell'ambiente Lauro Struffi - c'è una gabbia: vasta, con impalpabili sbarre elettroniche, ma gabbia. E mentre noi sogniamo un cucciolo, il suo territorio finisce di essere distrutto nell'indifferenza».
A dare l'allarme, la moderatissima Società degli Alpinisti Tridentini. Per la prima volta, dopo 136 anni, ha indetto lo «sciopero dei sentieri». Non curerà più i tracciati in Paganella, cuore di una stagione epica dell'alpinismo. «Ruspe, piste e seggiovie - dice il presidente della Sat, Franco Giacomoni - hanno cancellato la montagna. Nessuno ci ha avvertiti. Inutile restare dove non si può più camminare». Il nuovo profilo è uno choc: uno scheletro di piloni, asperità spianate, grotte di ghiaccio riempite di detriti, autostrade sciabili che rompono i boschi. Uno scempio non isolato. Protetta dal marchio di garanzia dell'orso, la speculazione penetra in parchi e riserve. La Provincia autonoma di Trento ha pronti 50 milioni di euro per gli impianti che collegheranno Pinzolo con Madonna di Campiglio. Dieci milioni andranno alla connessione tra Passo Rolle e San Martino di Castrozza. Cento milioni alla comunicazione tra Folgaria e Laste Basse, in Veneto. Un'altra valanga di denaro è destinata a cabinovie e strade a Tremalzo, nel Tesino, alla Polsa, in valle di Pejo e in valle dei Mocheni. A rischio anche il ghiacciaio della Marmolada: una funivia sul versante fassano, promessa in questi giorni dopo anni di opposizione, sbloccherà l'attuazione dell'accordo sui confini fra Trentino e Veneto. «Località fallite - dice il leader di Cipra e Mountain Wilderness, Luigi Casanova - o sotto la quota-neve, o in zone delicatissime e sotto tutela integrale. All'inizio i soldi pubblici pagano gli impianti, poi ripianano i debiti che producono ogni anno». Non sono esclusi i fallimenti dei privati. La società funiviaria di Folgarida e Marrileva, in valle di Sole, in questi giorni rischia il crack. Decine di milioni gli euro perduti in una speculazione finanziaria sui terreni vicini all'aeroporto di Venezia. Il credito locale trema. La Provincia «per tutelare gli interessi collettivi», si è detta «pronta a fare la propria parte». A pochi mesi dalle elezioni provinciali d'autunno, monta anche l' ombra di una colossale speculazione edilizia. «Trentino e Sudtirolo - dice lo scrittore e giornalista Franco de Battaglia - sono la zona con la maggior concentrazione d'impianti al mondo. Non servono altre piste. Le seggiovie, spacciate per mobilità alternativa, nascondono milioni di metri cubi di seconde case sui fondovalle devastati da vent'anni di abusi». Una legge, coraggiosa ma in ritardo di anni, ha appena frenato le lottizzazioni comunali. Dal 2009, però, e a discrezione della giunta. La volata per trasformare in un condominio l'ultimo pezzo di prato è lanciata. Mentre l'orso ammicca dall'ingannevole pubblicità di Alpi intatte, avanzano strade in alta quota, tangenziali, tunnel, edifici, centri commerciali, cave, capannoni, funivie e bacini per l'innevamento artificiale. I parchi, soppressa la politica conservativa, sono relegati a logo per i depliant turistici: nessun ostacolo alle auto, sì anche a rally e ai raduni di fuoristrada. Il presidente del Parco Adamello-Brenta è diventato presidente dei cacciatori. Il leader del comitato anti-parco ha preso il suo posto. Davvero la specialità trentina, come si sussurra, è ridotta a finanziaria pubblica di sostegno alla voracità dei privati? La catena delle Alpi misura più di 190 mila chilometri quadrati. Il versante ormai è inciso da 87 mila chilometri di strade di montagna, 2.024 impianti di risalita, 5.943 chilometri di piste, 12 milioni di posti-letto turistici. Negli ultimi vent'anni il 60% delle frazioni d' alta quota dei 5.954 comuni alpini, è stato però abbandonato. Dimezzato il territorio coltivato: macchia e cespugli invadono ogni anno oltre la metà del terreno. «In Trentino nel 1980 - dice il perito Adriano Pinamonti - venivano sfalciati 300 chilometri quadrati di pascolo: ora, nonostante i contributi Ue e provinciali, sono 190. Dal 1990 le aziende agricole di montagna si sono dimezzate. Le malghe attive, da 700, sono ridotte a 300. Nel 1980 salivano sui pascoli estivi 36 mila vacche, oggi sono 8 mila. Gli ettari dei prati alti, da 90 mila, sono diventati 35 mila». L'età media della popolazione alpina è di 57 anni, 72 quella dei piccoli contadini. Paesi e villaggi sono abitati da vecchi e immigrati, ultima risorsa per alberghi, stalle e cantieri. In un secolo la superficie dei ghiacciai alpini, termometro della salute climatica, si è ridotta del 50%. I suicidi, nelle località turistiche raggiunte dalla ricchezza dello sci, sono il triplo di quelli in città. Il 74% dei giovani emigra a fondovalle, o nei capoluoghi, prima dei 25 anni. «L'Italia - spiega il direttore del Museo degli usi e costumi di San Michele all' Adige, Giovanni Kezich - dalla Roma imperiale ha ereditato cultura urbana e attrazione centripeta. Resiste però il magnetismo del paradosso alpino. Si fugge, ma si resta ancorati ad un invisibile, e indissolubile, cordone ombelicale. Chi nasce in montagna, appartiene per sempre alle relazioni che la animano. Il dramma è lo smarrimento della capacità di vivere da soli, senza rete. Un impoverimento sociale, ma pure un evento politico». Dopo il 1968, l'alta quota ha perso il fascino «americano» della protesta. Libertà, avventura, impresa, rifiuto di uno sviluppo, dall'Europa, si sono trasferite in Asia e Sudamerica. L'esodo dalle Alpi occidentali, in Piemonte, è consumato. Ma anche i villaggi trentini, cassaforte immobiliare dei nuovi ricchi, cominciano a restare deserti quasi tutto l'anno. Un'agonia alimentata da governo ed enti locali. L'Italia, spaventata dall' idea di regolare il traffico dei Tir, è l' unico Paese a non aver firmato la Convenzione delle Alpi. Le comunità montane, anche quelle vere, rischiano la soppressione. I contadini di montagna ricevono un terzo degli incentivi destinati agli agricoltori di pianura. L'anno prossimo le Dolomiti saranno dichiarate «patrimonio dell' umanità»: Trento e Bolzano hanno preteso però di tutelare solo le rocce, non l' ambiente che le circonda. «L'ennesimo imbroglio pubblicitario - dice il glaciologo Roberto Bombarda - svela l' obiettivo dei grandi interessi politici ed economici: ultimare la demolizione di ciò che resta dell' ambientalismo italiano. Un esempio? Nessuna località trentina è nella lista di quelle che hanno scelto una mobilità dolce». Colpire associazioni e comitati alpini, a cominciare da chi si oppone alle linee ferroviarie ad alta velocità, per estinguere ciò che resta del movimento che nel 1987 disse no al nucleare. Quali battaglie credibili resterebbero, nel Paese, consumata la distruzione della montagna?
«Protezionisti e Verdi italiani - dice Geremia Gios, docente di economia dell'ambiente all' università di Trento - vivono una crisi senza precedenti. Lotte estetiche, estremismo, mancanza di concretezza e assenza di leader autenticamente ambientalisti precedono il disastro degli ultimi anni. Si sono lasciati identificare come il partito neo-conservatore del no. In montagna, dove c'è bisogno di soluzioni ai problemi, odiano il loro snobismo ideologico: proprio quando sarebbero indispensabili».
Solo un'assessora Verde, a Trento, siede ormai nei governi regionali delle Alpi. La mobilitazione associativa è ai minimi storici. Nessuno schieramento nazionale mette la natura al primo posto del programma. «Il Trentino - dice il presidente provinciale del Wwf, Francesco Borzaga - era un esempio di armonia tra uomo e natura. Se l'equilibrio si è rotto qui, significa che non solo le Alpi sono perdute. La montagna, per la sua fragilità, ha sempre anticipato il destino ambientale di metropoli e pianure». Sotto accusa, l'iper-specializzazione economica dell' alta quota: colonizzata dall' industria della neve, spazza via le piccole aziende agricole e piega le medie al modello padano, o bavarese. Dal 2006 l'Europa ha ridotto drasticamente i sussidi agli allevatori. I contributi locali del 2007, aumentati per scongiurare il tracollo delle stalle, non sono ancora stati pagati. Chi può, abbandona. «Se non ti adegui a sistema e dimensioni della pianura - dice Laura Zanetti, presidente dei pastori e dei malghesi del Lagorai - ti fanno fuori. Il biologico viene ostacolato con ogni mezzo, trionfa un iperigienismo comico». Tutto deve essere sterile, pastorizzato e standardizzato. «Mentre tonnellate di concimi chimici, mangimi tossici e alimenti sconvolti dai conservanti, ottengono incentivi - continua Zanetti - La montagna è persa perché ha scelto di abbandonare i piccoli, la ricchezza della loro diversità». Uno spartiacque impressionante e senza precedenti. Da una parte l'oligarchia del potere politico ed economico, ormai indistinguibili. Dall'altra la crescente domanda popolare di condizioni di vita compatibili sulle Alpi. L'esempio della Vallarsa, tra le più povere e marginali del Trentino, è lo specchio di un cambiamento dirompente. In due anni è stata totalmente cablata. L'altro giorno, quando la rete ottica si è bloccata, il Comune è stato sommerso dalle proteste: sedici telefonate in venti minuti. «Il giorno dopo - dice il sindaco - è mancata l'acqua per una mattina: una chiamata in quattro ore». Tra pochi giorni aprirà qui il primo supermercato italiano automatico. Nel distributore 400 prodotti, freschi compresi, scelti dagli abitanti e acquistabili 24 ore su 24 con una tessera. Gli anziani non dovranno più implorare i figli di fare la spesa per loro a Rovereto. I neo-pendolari d'alta quota, vera novità della montagna fino a un' ora di viaggio dal posto di lavoro, disporranno di un servizio introvabile anche in città. Persi i contadini, grazie alla tecnologia i paesi si ripopolano di intellettuali e professionisti. Una coppia, nel silenzio di località Bruni, disegna cartoon destinati al mercato giapponese. «Non sono però i casi di nicchia - dice il sociologo Christian Arnoldi - a frenare la fuga innescata dal turismo di massa. L'indifferenza politica per la vita in montagna resta totale. In Italia si pensa ancora che seppellire il turismo di assistenzialismo significhi aiutare la montagna. Il risultato è che, assieme ai saperi, se ne va anche la cultura della contemporaneità. Una fascia del mondo sfasata dal proprio tempo: nelle valli gli eventi sono legati allo sport, oppure rileggono in farsa il passato». A combattere la battaglia decisiva contro l'ultimo assalto alla natura meglio conservata d' Italia, solo qualche giovane. Nei masi, assieme a rumeni, peruviani e indiani, cominciano a tornare ragazzi trentini decisi a coltivare la terra, invece di asfaltarla. Elisa e Filippo Rasom, ventenni, si sono appena sposati. A Vallonga, sopra Vigo di Fassa, hanno inaugurato un allevamento con 27 mucche e un apiario con 80 arnie. «Alberghi e piste - dice Filippo - senza una stalla non avranno più nulla da offrire». A Zortea, nella valle del Vanoi, Elisa e Corrado Cozzolino hanno puntato su 60 capre e 100 arnie. Laureati, padovani, oggi trentenni, sono reduci dalla prima settimana di ferie dopo dieci anni. «Solo piccole dimensioni e grande qualità di prodotti naturali - dice Elisa - restituiscono un senso economico anche alle periferie montane». Francesco Prandel, professore di chimica a Levico, il pomeriggio fa invece il pastore a Fravort, in Valsugana. Una malga in affitto, sfalcio a mano, come risposta al sequestro dell'orso nutrito per piazzare settimane bianche. Ce ne sono già decine, come loro. Investimenti contenuti, sacrificio, coraggio, percezione del limite e passione: l'altra faccia delle valli svendute all'ordinarietà dei colossi finanziari che tengono in ostaggio il circo bianco. Anche Francesco Franzoi, in Valpiana, non ha smesso di fare il formaggio sull'alpeggio. Riconosce ogni forma, dal profumo sa dire la settimana di caseificazione, fiori e versanti brucati quel giorno. Non capisce perché in Italia i prodotti tipici artigianali, per legge, non possano essere «somministrati fuori dal luogo di produzione». Come se una Ferrari potesse essere venduta solo a Maranello. «I modelli globali - dice - hanno svuotato il Trentino. Rese inutili le Alpi, portano al fallimento anche il resto dell'economia nazionale. Sussidiarietà, solidarietà e comunità sono l'unica risposta a liberismo, egoismo e xenofobia». L'autonomia riformista, alternativa al neocentralismo padano, si nasconde nelle periferie d' alta quota. Inizia a battersi per guarire ambiente e paesaggio. Chiede che dell'orso non si parli, e non si rida, più. Che si accetti di incontrarlo, piuttosto, ascoltando ciò che ha da dire la paura. Un animale di carne finalmente libero in una foresta vera.

Giampaolo Visetti - La Repubblica, 14 luglio 2008

25.7.08

Folgaria "I nuovi impianti una vera sciagura"

Ambientalisti trentini attaccano la Provincia: "Sarà un buco colossale"

L'arrivo degli impianti di risalita a Cima Pioverna è un ennesimo grande imbroglio da parte della Provincia, perchè non preclude il collegamento sciistico con il Veneto. Un collegamento che sarebbe inevitabile, visto che la Carosello Ski ha in sua proprietà  già la parte veneta degli impianti. Il mondo dell'ambientalismo trentino (Cipra Italia, Italia Nostra, Legambiente, Mountain Wilderness e WWF) si schiera unito e nettamente contro i progetti che riguardano l'Alpe di Folgaria. «Ci troviamo costretti a portare avanti l'"ambientalismo del no" - spiega Luigi Casanova (Cipra) - davanti a scelte della Provincia che sono scellerate e si dimostrano fuori dalla storia del turismo moderno, con un ritardo culturale e politico molto grave». Casanova fa riferimento alle dichiarazioni della Confindustria bellunese che «quindici giorni fa ha affermato di non riuscire a garantire l'innevamento artificiale a causa di costi impossibili. Costi che in Trentino diventano possibili solo perchè la Provincia copre i deficit degli imprenditori». Gli ambientalisti criticano l'attività del Comitato Ambiente, nel quale è stata espressa la valutazione d'impatto ambientale delle opere di Folgaria: «non è prevalente - scrivono - né l'attenzione verso il risparmio idrico ed energetico, né quella verso la sostenibilità tecnica ed economica. I capi votano secondo comando, secondo la volontà e le promesse dei vertici provinciali». Paolo Mayr, presidente di Italia Nostra, si chiede «come faccia il museo di scienze naturali, rappresentato dal proprio presidente Michele Lanzinger - ad approvare nel comitato tale scempio di natura ambientale». Mayr vede negli impianti del versante a sud-ovest della conca delle Coe «una distruzione che non rende più possibile l'appetibilità della zona per un turismo dolce». A questo si aggiungono anche l'impossibilità di sfruttare le zone per l'alpeggio e la distruzione di trincee legate alla prima guerra mondiale. La pista Bersaglieri, che porterebbe fino al confine tra Trentino e Veneto, «è destinata ad avere pochi passaggi - prosegue Mayr - vista anche la sua scarsa pendenza (a tratti inferiore al 2%) e porterà ad un ulteriore passivo per chi la gestisce». Secondo gli ambientalisti la Carosello Ski, dopo l'esito fallimentare della Coston Sud, per mitigare le perdite cercherà di raggiungere la veneta Cima d'Agra attraverso la val delle Lanze. Per innevare la zona che si trova a quota 1750 verranno impiegate le risorse idriche di Folgaria, alimentate da una presa a quota 570 metri nella val di Terragnolo, con un dislivello di circa mille metri rispetto al previsto bacino in località ex Nato alle Coe. Solo per lo riempimento di metà bacino (50 mila mc) si prevede un costo di 50.000 euro, visto il notevole fabbisogno energetico di 300.000 Kwh. «Non si tiene conto quindi - specifica Mayr - dei cambiamenti climatici vista l'ingente quantità di anidride carbonica che finirà in atmosfera per produrre l'energia». Perplessità inoltre riguardo anche all'impianto di collegamento Folgaria-Francolini-Forte Sommo, «il cui giudizio di fattibilità - scrivono gli ambientalisti - dovrebbe essere preceduto da un attento e realistico bilancio economico che tenga conto della contemporanea presenza della strada che dovrà comunque rimanere aperta per la sua funzione di collegamento interprovinciale. L'impianto non sembra giustificato e può essere sostituito con un sistema di bus navetta». Giustificazione che potrebbe essere rappresentata dai 20.000 metri cubi edificabili a Francolini.

L'Adige, 24/07/2008

15.7.08

La Valutazione d'Impatto Ambientale avalla i nuovi impianti da sci a Folgaria

Ancora in materia di impianti di risalita e piste da sci in Provincia di Trento, un fatto che mostra come per un'opposizione popolare alla devastazione del territorio e agli sprechi di risorse pubbliche l'unica strategia percorribile sia la battaglia per la rinuncia definitiva ad ogni nuova realizzazione di settore, mantenendo funzionali le sole infrastrutture esistenti.
La Provincia in data 17.6.2008 ha pronunciato la compatibilità ambientale positiva del nuovo piano per lo sviluppo delle aree sciabili di Folgaria e Passo Coe verso Costa d'Agra e il Veneto ("Variante al PRG Intercomunale con oggetto il progetto per lo sviluppo delle infrastrutture invernali di Passo Coe - Comune di Folgaria"), con la cancellazione di una sola delle piste di progetto e una serie di prescrizioni di maniera.

Qualche dato, prima di tutto. Con la pronuncia, la Provincia ha consentito la realizzazione di questi interventi:
  • cabinovia "Folgaria - Sommo Alto" con partenza diretta dall’abitato di Folgaria e sostituzione dell'esistente seggiovia, con pista "Francolini" lungo la nuova telecabina e pista "Finanzieri" proveniente dalla Martinella;
  • impianti di risalita e piste da sci per collegare Malga Piovernetta (zona Passo Coe) sia al Plaut che al Monte Pioverna (impianti "malga Piovernetta - Termental" e "Malga Piovernetta - Monte Pioverna"; piste denominate "Bellavista", "Strafexpedition", "Plaut - Malga Piovernetta" e "Bersaglieri");
  • realizzazione di un bacino di accumulo per innevamento artificiale (da 100.000 mc di capienza), balneabile in estate, nell'area dell’ex base NATO all’Alpe di Folgaria e di un polo museale dedicato alla Guerra Fredda.
L'unico limite che la Provincia si è data riguarda le infrastrutture su Monte Pioverna (parere negativo su una seconda pista; collocamento della stazione a monte dell'impianto di risalita per impedire il raggiungimento "sci ai piedi" del territorio veneto ottenendo la saldatura delle nuove aree sciabili con quelle che il Veneto progetta e ha in parte già realizzato nell'area Fiorentini - Coston - Fratte).

In opposizione a questi progetti da oltre un anno e mezzo è nata una mobilitazione popolare di cittadini, comitati locali e collettivi politici. Tante le azioni messe in campo: serate informative rivolte a paesani e turisti, concerti, cene, una mostra fotografica, volantinaggi, manifestazioni in montagna, ed anche azioni più dirette come alcuni blocchi per impedire alle ruspe di devastare Val delle Lanze per la realizzazione, sul versante veneto, della seggiovia che costituiva il primo tassello del progetto in quella Regione. La posizione storica nettamente contraria al progetto espressa dalle associazioni ambientaliste non le ha portate però, salva qualche posizione individuale, ad affiancare queste iniziative.

Le decisioni della Provincia di Trento hanno anche vanificato il percorso tentato da molti cittadini - numerosi residenti a Folgaria - per fermare la realizzazione del nuovo piano: una petizione popolare che ha raccolto circa 1.700 firme per chiedere il blocco immediato di un progetto fallimentare, distruttivo e soprattutto mai discusso con la popolazione dell’altopiano. La petizione è stata presentata al Presidente Dellai durante il convegno "Trentino Clima 2008", una sede in cui non solo gli esperti indipendenti ma anche gli uffici provinciali hanno sottolineato la minaccia dei cambiamenti climatici, la necessità di ridurre i consumi energetici e di risorse, l'assenza di futuro per stazioni invernali di bassa e media quota. La petizione è stata presa in esame dal Comune di Folgaria, senza alcun effetto. Ed inoltre dal Consiglio Provinciale e dalla sua III Commissione Permanente, anche in questo caso senza esiti diversi dai dubbi di facciata; non solo, gli ordini del giorno approvati - pur con qualche critica sulle prospettive di collegamento sciistico con il Veneto - hanno sostanzialmente avallato il progetto non indicandone gli effetti gravissimi per l'altopiano e ne hanno persino proposto un finto ripensamento in cambio dell'ancora più pericoloso rilancio dei programmi di infrastrutture sciistiche attraverso il Cornetto verso Carbonare, Lavarone e Luserna.

Nel parere favorevole della VIA leggiamo ora la volontà politica della Giunta Provinciale di procedere ciecamente su un percorso non condiviso a conferma della distanza abissale che separa le istituzioni dalla popolazione che dissente.

Ancora una volta l'unica garanzia del rispetto della volontà popolare sarà la tenacia di chi in prima persona continuerà senza paura ad opporsi alla devastazione della propria terra. Noi ci saremo.

OFFICINA AMBIENTE


Vedi anche:
Officina Ambiente rilancia il documento per dire no all'ampliamento delle aree sciabili in Trentino

3.7.08

La ferrovia ad alta velocità in Provincia di Trento: Fermarla è possibile!

Venerdì 11 luglio ore 21.00
in Piazza D’Arogno (dietro il Duomo) a Trento

Officina Ambiente vi invita al dibattito pubblico:



La ferrovia ad alta velocità in Provincia di Trento: Fermarla è possibile!

con proiezione di un video sul programma della nuova linea TAV in Alto Adige / Sud Tirol realizzato dai comitati locali NO TAV / Kein BBT
Alcune informazioni sul progetto TAV in Trentino:

  • Farebbe parte della nuova linea verso Innsbruck. Dal confine di Stato a Verona sarebbe lunga 218 km (circa 194 in galleria).
  • Il Trentino verrebbe attraversato in sinistra d’Adige per 80 km, con almeno 70 km di gallerie.
  • La Provincia di Trento ha già pronto il progetto preliminare ma non lo rende pubblico.
  • Quante devastazioni ambientali da opere così? Cantieri ovunque per decine di anni, distruzione irreversibile di terreni agricoli, enormi depositi di materiali di scavo, gravi pericoli per le risorse idriche, forti impatti visivi, inquinamenti, rumore.
  • I progettisti promettono: minor traffico merci sulla A22. Ma questo traffico potrebbe diminuire da subito. Basterebbero pedaggi autostradali pari a quelli austriaci e pieno sfruttamento della linea storica (utilizzata al 35%, secondo gli standard internazionali d’efficienza).
  • I costi di questa impresa? Tra 10 (stime ufficiali) e 21 miliardi (stime indipendenti)di euro. Tutti soldi pubblici. A quali servizi dovremmo rinunciare per pagarli?
  • Dal 1991 il costo del programma TAV è cresciuto in Italia di circa 6 volte. Sarebbe lo stesso anche qui.
  • Queste opere sono state progettate senza il consenso delle popolazioni.
In Alto Adige lo scavo del cunicolo esplorativo della galleria di base del Brennero procede di 20 metri al giorno.
Non permettiamo che comincino anche da noi!

Vedi anche:

2.7.08

Nuovo inceneritore in zona industriale a Rovereto

Dal gruppo PartecipAzione Cittadini Rovereto riceviamo un'importante segnalazione:

Durante la seduta del Consiglio Comunale di Rovereto del 27 maggio è stato approvato un progetto che permetterebbe alla Sandoz – industria chimico-farmaceutica con sede in zona industriale a Rovereto – di bruciare 2.000 tonnellate all’anno dei propri rifiuti chimici liquidi. Quantitativo che alimenterebbe il bruciatore di una caldaia già presente e funzionante, alimentata a metano e gasolio, la cui capacità verrebbe raddoppiata senza però alcun intervento ai camini e senza filtri aggiuntivi. Nella relazione del progetto, la Sandoz dichiara che bruciando acetone, toluene, butanolo e altri componenti si otterranno solo acqua e CO2. Sembrerebbe quindi che i rifiuti tossici pericolosi che solitamente vengono portati a Mestre per essere smaltiti siano diventati d’un tratto innocui.
Ad illustrare la relazione di fattibilità del progetto, scritta da ingegneri della Sandoz, era presente in Consiglio il direttore della Sandoz stessa: l’ing. Peroni. La presentazione non ha avuto alcun contraddittorio: non era presente nessun tecnico terzo alla vicenda.
Ad uno a uno, i consiglieri hanno ringraziato l’ing. Peroni per le opportunità lavorative che Sandoz offre a Rovereto.
Ma per dare occupazione a 140 persone vale la pena di avvelenarne altre 40.000? 
Solo il consigliere dei Verdi Pozzer ha espresso dei dubbi ed ha invitato il direttore a rispondere ad una serie di domande.
La votazione si è quindi conclusa con 39 favorevoli e 1 astenuto. Come sempre più spesso accade, una decisione che riguarda l’intera collettività è stata presa a porte chiuse: nemmeno la Circoscrizione di Lizzana-Mori Ferrovia dove la Sandoz ha sede è stata informata di tale provvedimento. È inoltre evidente la presenza di un enorme conflitto di interessi: dagli appunti a pagina 36 della relazione Sandoz si parla di 70 milioni di €/anno risparmiati evitando lo smaltimento esterno dei rifiuti (a Mestre), compreso il risparmio del trasporto via camion. E di 210.000 €/anno di metano risparmiati.

IL RICORSO
Il giorno 18 giugno, all’incontro del gruppo PartecipAzione Cittadini Rovereto, i componenti del suddetto gruppo assieme ad alcuni abitanti di Lizzana e Rovereto hanno deciso di fare ricorso alla delibera che permetterebbe alla Sandoz di bruciare i propri rifiuti chimici liquidi. L’ufficio del segretario comunale ha respinto tale ricorso perché era già scaduto il termine per presentare opposizione scritta. Tuttavia il progetto della Sandoz dovrà essere approvato anche a livello provinciale: nel caso dovesse passare a quel punto sarà possibile presentato un altro ricorso. Sono stati mobilitati inoltre, la Circoscrizione di Lizzana-Mori Ferrovia e il Difensore Civico della Provincia, il quale ha chiesto ulteriore documentazione prima di intervenire ufficialmente.
  • Leggi le domande del consigliere Pozzer e la relazione presentata dalla Sandoz
  • Ascolta l'audio della seduta del Consiglio Comunale
  • Leggi l'opinione di un chimico indipendente riguardo alla relazione fornita dalla Sandoz
CON CHI ABBIAMO A CHE FARE: CHI E' LA SANDOZ?
Nel 1938, all’interno dei Laboratori Sandoz di Basilea, Albert Hoffmann sintetizzava per la prima volta l’LSD. La Sandoz si prodigò nel diffondere gratuitamente questa sostanza psicotropa, largamente usata in seguito nel tentativo di curare disagi mentali come schizofrenia, autismo, depressione e alcoolismo. L’LSD fu sperimentato anche dai servizi segreti di vari paesi come sostanza per gli interrogatori e il controllo mentale.
Nel 1986, un incendio distrusse un deposito dell’azienda chimica Sandoz a Schweizerhalle, nel cantone di Basilea, Svizzera. Venti tonnellate di insetticidi, fungicidi ed erbicidi si riversarono nel Reno, inquinandolo gravemente fino in Olanda. Si diffuse un odore acre, l’acqua si tinse di rosso, morirono più di 150.000 pesci e 1.200 persone si recarono dal medico per disturbi della respirazione ed irritazione agli occhi. Per tornare ad una situazione ambientale accettabile ci sono voluti 20 anni, 60 miliardi di € investiti in impianti di depurazione ed una forte mobilitazione politica e popolare.
Un’inquietante analogia è stata riscontrata anche a Rovereto. In prossimità della Sandoz passa il rio Costa che attraversa Lizzana e la zona industriale, per poi sfociare nel fiume Adige. In alcune occasioni le acque di questo rio sono state viste diventare di colore rosso.
La Sandoz rientra nella direttiva Seveso, che regolamenta le fabbriche ad alto rischio, ed è situata poco distante da un grande fiume e circondata da paesi e quartieri popolosi. Un’industria che i Vigili del Fuoco di Verona definiscono: la “CHERNOBYL di Rovereto”.
Nel 1996 la multinazionale chimica Sandoz si fonde con la Ciba-Geigy dando vita alla Novartis.
Oggi la Sandoz produce il RITALIN: uno psicofarmaco da somministrare ai bambini irrequieti per sedarli e renderli passivamente “attenti”. In questi bambini “trattati” è stata riscontrata una forte tendenza al suicidio.

ESISTE GIA' UN VICINO INSOSPETTABILE MA ALTRETTANTO PERICOLOSO: LA MARANGONI.
Già da alcuni anni, alla fabbrica Marangoni (produttrice di pneumatici) sono in funzione 2 inceneritori nati per smaltire i rifiuti interni: copertoni non più utilizzabili per la ricopertura e scarti della lavorazione. Questi bruciatori sono collegati al Teleriscaldamento che rifornisce d’acqua calda le strutture pubbliche di Rovereto e le abitazioni private circostanti. La necessità di avere costantemente enormi quantitativi di rifiuti da bruciare per mantenere attivo il servizio, ha portato la Marangoni ad accettare di smaltire copertoni provenienti da tutta Europa. Le tele metalliche dei pneumatici vengono drogate con aggrappanti radioattivi per favorire l’aderenza dei polimeri della gomma alla carcassa. Bruciando i pneumatici verrebbero emesse nano-particelle radioattive.

Vedi anche:
  • Leggi gli articoli pubblicati su L'Adige del 26/06/2008
  • Leggi gli articoli pubblicati su L'Adige del 27/06/2008
  • Leggi gli articoli pubblicati su L'Adige del 29/06/2008
  • Leggi gli articoli pubblicati su L'Adige del 01/07/2008
  • Leggi gli articoli pubblicati su L'Adige del 02/07/2008
Per info:

21.6.08

Officina Ambiente rilancia il documento per dire NO all'ampliamento delle aree sciabili in Trentino

PER UNA RINUNCIA DEFINITIVA AGLI INTERVENTI DI POTENZIAMENTO DELLE AREE SCIABILI NELLA PROVINCIA DI TRENTO

Di fronte ai segnali evidenti di una costante stagnazione, se non di declino, dell’industria del turismo invernale basato sulla monocultura dello sci nel versante Sud delle Alpi, la Provincia di Trento continua inspiegabilmente a sostenere nel proprio territorio un modello di sviluppo ormai insostenibile e un settore economico capace di proporre soltanto l’incremento della propria offerta.
Non c’è in Trentino la volontà politica di riflettere sui cambiamenti climatici in corso, sulla costante diminuzione dei ricavi di impianti di risalita e strutture ricettive, sui costi crescenti delle aree sciabili in termini di risorse ambientali consumate e finanziamenti pubblici assorbiti per sopravvivere. Di questa mancanza sono prova i continui stanziamenti di Trentino Sviluppo (centinaia di milioni di Euro e 75,7 solo nel triennio 2008/2010) per la realizzazione di nuove infrastrutture di risalita, in qualche caso anche in aperto conflitto con la volontà delle popolazioni locali. E altro spreco di risorse pubbliche si annuncia con le recenti ipotesi che la Provincia acquisti gli impianti in difficoltà lasciandone ai privati la sola gestione.
Il sistema trentino dello sci dovrebbe essere guidato in un processo di riconversione già di per sé difficile e non lasciato ad insistere su meccanismi destinati a una crisi che potrebbe conoscere accelerazioni repentine.
In attesa dell’avvio urgente di un confronto ampio e pubblico su tutte le questioni aperte del turismo invernale in Trentino è comunque necessario che in Provincia di Trento siano decisi con effetto immediato e definitivo:
  • il blocco degli interventi di realizzazione di nuove piste da sci e di ampliamento delle piste da sci esistenti;
  • il blocco dei progetti per la realizzazione di nuovi impianti di risalita e per il potenziamento degli impianti di risalita esistenti;
  • il blocco della realizzazione o del potenziamento degli impianti per l’innevamento artificiale, compresi i bacini dedicati di raccolta delle acque;
  • la revisione critica dell’assenso a tutti gli interventi di infrastrutturazione apparentemente rivolti all’incremento della mobilità alternativa ma sostanzialmente finalizzati al servizio di aree sciabili;
  • l’estensione dei blocchi a tutti gli interventi approvati e finanziati, anche se in corso di esecuzione;
  • l’inserimento delle direttive appena indicate in una variante immediata dei documenti finali del PUP adottato con DGP n. 1959/2007 lo scorso 8 maggio 2008 e nei piani territoriali subordinati.

Ignorando queste richieste la Provincia si assumerebbe la responsabilità di procedere ciecamente su un percorso senza vie d’uscita.

E con queste stesse richieste vogliamo aprire da oggi in Trentino - con tutti quelli che ne condividono gli obiettivi - una vertenza i cui punti di forza sono la consapevolezza e l’opposizione crescenti nelle popolazioni dei territori che cominciano a subire il degrado ambientale e socio-economico indotto dalla monocultura dello sci alpino nelle aree investite da nuove proposte di "sviluppo" del settore.
A tutti i Comitati e i Gruppi che sul territorio del Trentino si battono contro la crescita senza limiti delle aree sciabili domandiamo un'adesione a queste richieste.

Officina Ambiente - TRENTO, 10.5.2008


Pochi dati esemplificativi per capire come l'esercizio delle aree sciabili in Trentino (e non solo) sprechi grandi quantità di risorse naturali ed energetiche (senza pagarne interamente i costi e addossandoli in gran parte alla collettività) e non sia neppure economicamente in pareggio.

UN MODELLO ECONOMICO DI SETTORE IN COSTANTE DECLINO

Lo stato di «maturità» dell'offerta sciistica nella montagna invernale è ormai riconosciuto da tutti gli addetti ai lavori e confermato da una stagnazione della domanda che, pur oggetto di variazioni congiunturali legate ai cicli economici, alle condizioni climatiche e alla crisi della risorsa neve, indica chiaramente le tendenze del mercato.
Molte sono le ragioni di tale stagnazione:
  • la forte intercambiabilità tra modi di fruizione della montagna produce una competitività crescente fra le località di sport invernali e rende marginali quelle meno capaci di offrire caroselli molto estesi a quote elevate;
  • questa condizione è aggravata anche dalla concorrenza tra tipologie di vacanze differenti, con i soggiorni esotici e nelle città d'arte (più accessibili grazie alla diffusione dei voli low cost) che sostituiscono le settimane bianche [1];
  • con l’«effetto Tomba e Compagnoni» lo sci era diventato il prodotto trainante del turismo alpino nazionale, generando effetti di imitazione soprattutto tra i giovani, ma la diminuzione di quei successi, dell’interesse mediatico e quindi degli sciatori ha messo a dura prova il settore con un calo del 24% dal 1997 al 2004;
  • è in continuo aumento il numero dei turisti (48% del totale) che frequentano località alpine pur non praticando gli sport invernali tradizionali [2].
Ma non si tratta di un problema circoscritto all’Italia o al continente europeo. Negli Stati Uniti nell’ultimo ventennio il numero di stazioni sciistiche si è ridotto da circa 800 a meno di 500, con un decremento attorno al 40%. A livello globale la diminuzione delle vendite di sci negli anni 1990 è di circa il 30%.

CAMBIAMENTI CLIMATICI

Molte stazioni sciistiche alpine sono in pericolo a causa del cambiamento climatico. Secondo recenti analisi in futuro tra il 37% e il 56% delle stazioni sciistiche alpine potrebbe avere un innevamento talmente scarso da allontanare i turisti.
Uno studio del WWF
[3] ha esaminato l’andamento delle precipitazioni nevose nel periodo 1982-2003 in 35 stazioni sciistiche italiane. Il trend dominante : il decremento dei contributi nevosi negli ultimi decenni, con poche eccezioni, ha colpito l’intero settore meridionale delle Alpi, senza particolari distinzioni geografiche; il valore riscontrato di una diminuzione media del 18,7% è un ordine di grandezza indicativo per larga parte di questo settore tra i 1000 e i 2500 metri di quota, fascia entro cui si trova la maggior parte delle stazioni sciistiche invernali.
Lo stesso studio contiene anche un’analisi specifica dell’andamento delle precipitazioni nevose in provincia di Trento, limitata all’ultimo venticinquennio e permette di rilevare fenomeni analoghi. In particolare, le sette stazioni trentine selezionate per l'indagine registrano forte diminuzione dei contributi nevosi a partire dal 1986/87 nel settore occidentale della provincia (stazioni di Pejo, Rabbi e Pinzolo) e dal 1987/88 in quello orientale. Il confronto tra i decenni 1982-92 e 1993-2003 restituisce un valore di decremento della nevosità notevolissimo, pari al 26,6% (ma con picchi superiori al 34%) nelle stazioni di Pinzolo (1530 m) e Rabbi (1310 m); ed un trend undecennale ancora più sfavorevole per le stazioni di bassa quota, confermato dal dato -29,2%, relativo a Passo Sommo (1360 m). Strettamente connessi a queste dinamiche risultano i trend di riduzione degli spessori massimi di neve al suolo registrati ogni anno: la contrazione misurata appare anche in questo caso gravare maggiormente sulle località di bassa quota. Il costante rialzo delle temperature, particolarmente evidente nell’ultimo trentennio, è la causa principale di questa tendenza.

INNEVAMENTO ARTIFICIALE

Lo sviluppo di aree sciabili a quote basse con insostenibili condizioni nivometerologiche e la carenza media di neve su tutto l’arco alpino dalla metà degli anni 1980 hanno messo in crisi il sistema economico di intere vallate ormai totalmente dipendenti dalla monocultura dello sci alpino.
Per cercare di arginare il problema si è ricorso in modo sempre più intenso alla produzione di neve artificiale. Questa soluzione si è consolidata ed evoluta nel tempo tanto da diventare uno standard indipendente dalle condizioni nivologiche stagionali, utilizzato sistematicamente per la preparazione delle piste ed anche per favorire nuovi modi di sciare consumistici ed aggressivi (le statistiche degli incidenti parlano da sole). Proprio mentre il mutamento climatico in atto nelle Alpi dovrebbe disincentivare lo sviluppo del turismo della neve, si registra una frenetica «corsa al cannone»: ogni anno, anche nei comprensori di dimensioni più modeste, compaiono nuovi impianti per l’innevamento artificiale. Per esempio, tra il 1997 ed il 2002 la superficie innevabile artificialmente: in Francia è aumentata intorno al 60%; in Svizzera è raddoppiata; in Baviera ha avuto un incremento di circa il 140%;
La potenza installata degli impianti di innevamento continua ad aumentare e, nel contempo, gli impianti sono in funzione con sempre maggiore frequenza. Sempre per esempio, un'inchiesta svoltasi in alcuni comprensori sciistici francesi mostra che la durata media di impiego degli impianti di innevamento è passata dalle 544 ore della stagione 2000/01 alle 760 ore della stagione 2001/02.
La superficie delle piste innevabili artificialmente oggi presenti nelle Alpi (attrezzate con oltre 600 sistemi di innevamento artificiale) è di circa 24.000 ettari e corrisponde a oltre un quarto dell’area totale delle aree sciabili. In Italia le piste con impianti di innevamento artificiale occupano 9.000 ha (che corrispondono al il 60% dei 4.963 km di piste sulle Alpi e sugli Appennini). In provincia di Trento tale superficie è pari al 70% della superficie sciabile e corrisponde a 1.050 ha.

I CONSUMI DEGLI IMPIANTI PER LA NEVE ARTIFICIALE

Siamo purtroppo abituati a valutare i soli consumi di esercizio e i soli danni emergenti delle infrastrutture (quindi anche degli impianti di risalita), ma il loro vero impatto energetico/ambientale - che oggi non è minimamente studiato - dovrebbe calcolare anche i consumi e i costi di risorse che servono per realizzarle. L'impiego di una tonnellata di acciaio, per esempio, ha dietro di sé il consumo di circa 1,85 tonnellate equivalenti di petrolio, pari a circa 5,55 tonnellate di anidride carbonica e circa 1,20 tonnellate di polveri immesse in atmosfera.

Il consumo idrico
L’innevamento programmato esige un’enorme disponibilità di una risorsa che si va facendo sempre più scarsa, l’acqua. Per produrre 2-2,5 metri cubi di neve ne servono 1.000 litri. Più precisamente, per circa 30 cm di innevamento base in un ettaro di pista occorrono almeno un milione di litri di acqua, pari a 1.000 metri cubi; mentre gli innevamenti successivi ne richiedono quantità nettamente superiori (mediamente, per un ettaro di pista circa 4.000 metri cubi). In tutte le Alpi, per i circa 24.000 ettari di piste dotate di impianti di innevamento artificiale, servono quindi 95 milioni di metri cubi d’acqua, pari al consumo domestico annuale di 1,5 milioni di italiani, , mentre per la provincia di Trento tale dato corrisponde a 2,5 milioni di metri cubi d’acqua, pari al quantitativo necessario per l’irrigazione di 420 ettari di superficie agricola.
L’acqua richiesta per la produzione di neve artificiale viene prelevata da laghi, torrenti e bacini artificiali. Ma nessuno sa quanta se ne prelevi illegalmente vista la totale assenza di controlli (i primi scandali esistono anche in Trentino, per es. al Passo del Tonale). Quando poi l'acqua in natura scarseggia o manca (il fenomeno è in aumento) si passa direttamente ad usare gli acquedotti per il consumo potabile. Tutto questo a costi di concessione che non è azzardato definire amichevoli: per esempio, secondo i canoni di concessione richiesti dalla Regione Lombardia il costo relativo al consumo di acqua per 1 ettaro di pista si attesta sui 10,7 € all’anno. Ammesso che si trattasse di un impiego accettabile, normalmente il rientro economico delle comunità per l’utilizzo di questa preziosa risorsa pubblica è infinitesimo rispetto agli elevatissimi costi di fornitura.

Il consumo energetico

Oltre all’acqua, nella produzione di neve artificiale è indispensabile una notevole quantità di energia elettrica con conseguente emissione nell’atmosfera di gas serra. Qualche dato esemplificativo:
  • in Francia nella stagione 2001-2002 la produzione di un metro cubo di neve artificiale ha richiesto in media 3,48 kWh e l'innevamento di un ettaro di pista 25.426 kWh;
  • per innevare artificialmente i circa 24.000 ettari di piste delle Alpi ci vogliono circa 600 milioni di kWh, che corrispondono al consumo annuo di energia elettrica di 130.000 famiglie di 4 persone [4];
  • per sollevare di 300 metri di dislivello 100.000 metri cubi di acqua verso un bacino di raccolta in quota per l'innevamento artificiale ci vogliono 101.600 kWh.
Impatti sull’ambiente e la vegetazione
Un metro cubo di neve artificiale pesa 350 kg contro i 70-100 kg di un metro cubo di neve naturale, in quanto i cristalli che lo compongono sono più compatti e l’acqua è presente in maggiori quantità. Ne consegue che il suolo è sottoposto ad una pressione anomala ed è meno isolato termicamente. Inoltre, l’acqua utilizzata per l’innevamento - prelevata da laghi, fiumi superficiali e sotterranei - contiene minerali e altri composti chimici che rimangono direttamente disponibili nel suolo in quantità maggiori rispetto all’innevamento naturale e per un periodo più lungo a causa della maggiore lentezza nello scioglimento della neve (lo scioglimento è prolungato di circa quattro settimane in primavera).
La preparazione e la gestione delle piste artificialmente innevate influisce negativamente sulla produttività e sulla biodiversità della vegetazione, causando l’alterazione del tipico assetto vegetazionale e ambientale alpino, sopprimendo alcune specie dominanti e quindi facilitando la sopravvivenza di specie altrimenti non in grado di colonizzare stabilmente l’area considerata.
Per produrre poi neve artificiale in condizioni di temperatura sfavorevoli per il congelamento dell'acqua, sempre più spesso vengono impiegati additivi, alcuni dei quali consentirebbero anche un minor consumo di acqua ed energia. I sostenitori li definiscono compatibili con l’ambiente, senza però disporre di studi di lungo periodo sui reali possibili effetti.

I costi

Secondo i calcoli effettuati da uno studio del 2004 [5] il costo per metro cubo di neve artificiale prodotta nelle Alpi (compresi ammortamenti, costi energetici, costi del personale) va dai 3 ai 5 €. Quindi per ogni ettaro di superficie si spendono in media globalmente in una stagione circa 136.000 €. E si può calcolare che per l'innevamento artificiale nell'intero arco alpino ciò corrisponde a oltre 3 miliardi di €.

FUNZIONAMENTO DELLE AREE SCIABILI IN TRENTINO, COSTI PUBBLICI E "FATTORI DI SVILUPPO ECONOMICO"

In Trentino sono vigenti molte norme di settore che prevedono contributi e incentivi pubblici di vario tipo e finalità erogati dalla Provincia di Trento e da suoi organi specializzati a tutto il sistema gravitante intorno al turismo invernale (partecipazioni di capitale, realizzazioni di impianti di risalita, di produzione di neve artificiale e piste, opere accessorie, sistemi gestionali, sostegni all'esercizio stagionale, aiuti in situazioni critiche come quelle di scarso innevamento; circa 75 milioni solo per il triennio 2008-2010). Tutto ciò con la logica degli interventi a pioggia senza riorientare il settore verso maggiore compatibilità e verso il mantenimento dell'equilibrio economico. Nella puntata della trasmissione di Radio 1 "La radio ne parla" del 10.3.2008 la direttrice del marketing del comprensorio Monterosaski (Valle d'Aosta e Piemonte) ha dichiarato che se si dovesse riversare il costo dello sci sugli sciatori il prezzo dello skipass giornaliero dovrebbe quadruplicare. Siccome non è pensabile che una società di gestione di aree sciabili operi con perdite così vistose questo dato mostra - approssimativamente - quanto pesino i contributi pubblici nel mantenere sul mercato attività che altrimenti cesserebbero subito. Il problema non è quello di mettere in discussione l’intervento pubblico in quanto tale ma di valutare se esso sia effettivamente finalizzato a favorire lo sviluppo turistico compatibile di una data località nel medio e lungo termine. Ma quali siano oggi le condizioni perché una stazione turistica (in particolare una stazione sciistica) sia in grado di restare sul mercato senza produrre sprechi di risorse pubbliche e devastazioni ambientali è tema mai seriamente affrontato, con l'effetto che le decisioni sugli investimenti sono totalmente dipendenti da pressioni non solo locali e producono una pressoché certa nuova domanda di finanziamenti a breve termine. Non si nega, in astratto, che la disponibilità di aree sciabili possa costituire un volano per altre attività economiche legate alla ricettività. Mancano però totalmente quadri di riferimento e regole per valutare costi e benefici globali della presenza di aree sciabili in un territorio montano, mentre le scelte politiche e i bilanci pubblici le sostengono acriticamente come fossero opportunità in quanto tali. Secondo l'amministrazione provinciale in Trentino l'industria dello sci di discesa e il relativo indotto, il c.d. "fatturato turistico invernale" (nel 2005 circa 8,3% del PIL provinciale), costituiscono un sistema economico che non può essere messo in crisi. Questo è vero nel breve periodo ed infatti la proposta di Officina Ambiente di Trento non prevede affatto l'abbandono del settore. Ma la monocultura turistica dello sci alpino ha creato rigidità enormi in un sistema incapace di reagire in modo alternativo ai segnali di allarme (mutamenti climatici, stagnazione della domanda), teso alla propria espansione illimitata senza considerarne i costi crescenti in termini di devastazioni ambientali irreversibili, consumi energetici e relativi inquinamenti, distorsioni economico-produttive, squilibri sociali: costi che le statistiche dimenticano (perché non stimano benefici e svantaggi complessivi) e che direttamente e indirettamente la collettività deve invece pagare a fronte di profitti privati sempre importanti.


Note:

[1] In provincia di Trento l'utilizzo medio degli esercizi alberghieri nel 2006 è stato il 32,6%.

[2] Secondo la Prof.ssa M. Frank (relazione alla conferenza "Quale turismo nelle Alpi?", Trento, 12.3.200) nelle stagioni invernali degli ultimi anni in tutto l'arco alpino si registra una riduzione permanente media degli utenti dello sci alpino, e solo il 50% dei turisti presenti pratica sci di discesa o snowboard; un 30% circa degli utenti è orientato verso pratiche di turismo eco-responsabile e si divide in un 20% di utenti tendenzialmente disponibili e un 10% di utenti già convinti.

[3] WWF Italia, Alpi e turismo: trovare il punto di equilibrio, Collana Ecoregione Alpi, n. 1, dicembre 2006.

[4] Per un confronto, il fabbisogno annuo di una famiglia 4 persone in Italia è di circa 3.000 kWh. In Italia le famiglie pagano 23,39 centesimi per un kW (a fronte di una media europea di 15,38 centesimi) mentre le imprese pagano 15,00 centesimi per lo tesso kW (a fronte di una media europea di 10,00 centesimi).

[5] Felix Hahn, “Innevamento artificiale nelle Alpi”, CIPRA International, 2004.


19.6.08

Base militare: Consegnate le firme al sindaco tra il frastuono di fischietti e padelle

200 in piazza contro la base militare. Portata l’istanza che richiede il blocco immediato dei lavori
Non si sono fermate le iniziative contro la Base Militare di Mattarello: dopo lo sgombero forzoso del presidio e le trentasei denunce erano in tanti nel pomeriggio di oggi a manifestare la propria contrarietà sotto le finestre del sindaco Pacher.
Il "popolo delle pentole" che abbiamo conosciuto a Vicenza ha fatto capolino anche nella nostra città. Uomini e donne di tutte le età impegnati nella produzione di decibel per attirare l’attenzione su una questione importante: la costruzione di una base militare a Trento
"Oggi pomeriggio abbiamo consegnato al sindaco più di settecento firme" - dice Franco Tessadri del comitato - "che vanno ad aggiungersi a quelle depositate assieme all’istanza presentata nelle settimane scorse che chiede al sindaco di bloccare i lavori per rivalutare l’impatto economico, sociale, culturale e ambientale della costruzione della base militare".
Una delegazione infatti ha incontrato il capo dell’amministrazione per portare le ragioni del no alla base. Fra questi, oltre alla gruppo storico del comitato di Mattarello, Stefano Bleggi del Centro Sociale Bruno, che racconta come è andato l’incontro.
"L’incontro di oggi ha dimostrato che la città è governata da un sindaco pavido che non ha coraggio nemmeno di difendere la sua città dal rischio della militarizzazione. Anche il sindaco di Trento riduce la questione della base militare ad una semplice questione urbanistica, omettendo il suo dovere di tutelare la città di fronte all’incognita di un segreto militare calato sul territorio e alla devastazione ambientale che trenta ettari di cemento arrecano alla nostra città."
Stefano continua spiegando che "in tutti i modi abbiamo cercato di argomentare le nostre ragioni trovandoci di fronte però un muro di gomma difficile da scalfire."
L’amarezza dell’incontro con il sindaco rimane però in secondo piano rispetto alle duecento persone che per più di un ora, ininterrottamente, hanno suonato fischietti e percosso pentole con cucchiai di legno. Rumorosi per più di un ora nella via principale della città, per dire a tutti che la base militare non verrà costruita né a Mattarello né altrove.

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