9.10.08

Rovereto. Adesso la zona industriale fa più paura

Dubbi all'incontro di martedì: "vogliamo i dati su polveri e tumori nella zona sud della città"

«Ovviamente la salute dei cittadini roveretani ci sta a cuore e ci adopereremo al meglio per tutelarla. Appena entrerò nel pieno delle mie funzioni chiederò con chi di dovere l'attivazione di tutti gli strumenti di controllo e di monitoraggio della qualità dell'aria nella nostra città». Il neoassessore a vivibilità, arredo urbano, verde e piano della mobilità Roberto Zuccatti non si sottrae al proprio ruolo, pur chiarendo che «l'unica parte che ci competeva in via istituzionale sulla richiesta presentata dalla Sandoz è stata compiuta con la delibera del Consiglio comunale del 27 maggio scorso ma nel proseguo del procedimento sarà possibile acquisire tutti i dati tecnici che consentiranno di avere piena consapevolezza di quello che viene proposto». Il giorno dopo l'affollata assemblea pubblica informativa sul bruciatore della Sandoz la questione legata ai livelli d'inquinamento dell'aria e delle emissioni nell'aria delle attività operanti in zona industriale resta su livelli di attenzione molto elevati. A Lizzana la cittadinanza vive quotidianamente a contatto con le problematiche che Marco Dallabernardina e Claudio D'Ingiullo tra gli altri hanno pubblicamente evidenziato l'altra sera: la presenza dei due inceneritori della Marangoni a due passi dalle case del paese rappresenta una fonte di grande preoccupazione: «i dati forniti dall'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente risalgono al 2001 e gli ultimi monitoraggi svolti qui sulla qualità dell'aria sono di 4-5 anni fa». Dal pubblico si è levata forte una frase a più voci: «È assurdo pensare che con l'elevata concentrazione di fabbriche in una valle così stretta e scarsamente ventilata come la nostra non ci sia un costante controllo dei livelli d'inquinamento dell'aria che respiriamo continuamente». Oggetto di molte critiche l'operato dell'Appa ed anche l'intervento, molto applaudito, del professor Guido Perin, roveretano doc, ancora in attività all'età di 70 anni, direttore del Dipartimento di scienze ambientali all'Università Ca' Foscari di Venezia: «Negli anni '90 facevo parte del gruppo che ha effettuato un monitoraggio dell'emissione delle polveri a Rovereto, che poi non è più andato avanti per motivazioni politiche. La Sandoz ha chiesto alla nostra università un parere dal punto di vista tossicologico e posso affermare che qui non c'è il pericolo di emissione di diossine, che hanno bisogno del cloro per formarsi. Ho sentito che gli ultimi dati sulla qualità dell'aria risalgono al 2001? Ai colleghi dell'Appa, che so essere molto impegnati, chiedo perché non sono più stati fatti questi monitoraggi? Quello che mi sento di suggerire alle Circoscrizioni è di chiedere con forza un nuovo monitoraggio della zona industriale, facciamone uno seriamente, come quello ai tempi dell'Archifar sulle emissioni di rumore, che hanno provocato disturbi e malattie psicosomatiche. Personalmente ho lavorato molto sulla zona industriale, con particolare riguardo ad un'azienda che produceva resine e poi abbiamo scoperto tutto quello che c'era nel sottosuolo di quella fabbrica!». Paolo Miorelli, consigliere circoscrizionale già presidente della Commissione ambiente, ha ricordato che «facevo parte della Circoscrizione quando il professor Perin ci aveva detto di chiedere al Comune la realizzazione di una "barriera verde" per proteggere le nostre case dalle emissioni e dalla vicinanza delle fabbriche; sono passati 35 anni e stiamo ancora aspettando. Quando escono certi fumi l'unica soluzione che abbiamo è chiudere tutto e scappare in montagna». I presidenti delle Circoscrizioni organizzatrici dell'incontro Maurizio Migliarini (Lizzana - Mori ferrovia) ed Alberto Galli (Rovereto sud) non intendono fermasi qui: «Quello di prenderci cura della salute dei cittadini è un compito che spetta all'Amministrazione pubblica, questo per noi era solo il primo momento di approfondimento; la massiccia partecipazione che abbiamo riscontrato rappresenta un ulteriore fattore che c'induce ad andare avanti perché è un nostro diritto sapere quando vengono effettuati i controlli e chiedere che il monitoraggio sia costante perché da nessun'altra parte del Trentino esiste una concentrazione di attività produttive e di lavorazioni con emissioni e produzione di rifiuti pericolosi come nella zona industriale di Rovereto.Tutta la città è coinvolta».

L'Adige, 09/10/2008

Sandoz: chi controlla il bruciatore?

Affollato incontro pubblico ieri sera a Lizzana: gli abitanti chiedono dati certi

Non c'è alcun dubbio. A Lizzana, ma non solo, la preoccupazione per la salute pubblica e per l'inquinamento derivante dalle emissioni delle attività presenti in zona industriale è sempre molto elevata. Dimostrazione ne è la massiccia partecipazione all'incontro pubblico di ieri sera, organizzato dalla Circoscrizioni «Lizzana-Mori ferrovia» e «Rovereto sud» per avere maggiori informazioni sul bruciatore della Sandoz. Presenti i vertici della Sandoz (l'amministratore delegato Helmut Wagner ed il direttore Agostino Peroni), i tecnici dell'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente (Appa) e l'esperto «super partes» contattato dalle Circoscrizioni, il professore universitario Erasmo Venosi, che è anche vicepresidente della Commissione ministeriale per il rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale. Insieme a loro i presidenti delle circoscrizioni «Centro» (Massimo Zenatti) e «Sacco-San Giorgio (Leone Manfredi), consiglieri circoscrizionali, lo staff dei Verdi in forza (da Marco Boato a Pozzer, Finocchiaro e Donata Loss), anche l'assessore comunale alle finanze Paolo Farinati, che ha assistito alla serata. Il progetto presentato dalla Sandoz di bruciare anche i reflui dei solventi nel suo bruciatore (che già esiste, anzi sono due perché uno si attiva quando l'altro non va) non presenta anomalie. Lo hanno «certificato» i tecnici dell'Appa. È toccato all'ingegner Giancarlo Anderle illustrarne i contenuti, precisando che «con la delibera del 5 settembre scorso si è esaurita la prima delle tre procedure autorizzatorie, nella quale è stato interpellato il Comune, nelle successive potranno intervenire anche le altre istituzioni». L'ingegner Peroni, direttore della Sandoz, ha illustrato nei dettagli il progetto di cocombustione, ricordando come l'azienda acquisti da Trentino Servizi vapore da cogenerazione e che i processi produttivi prevedono l'uso di solventi organici non clorurati; parte delle miscele non sono recuperabili e contengono acqua e solventi organici non clorurati, che vengono trattati (circa 2000 tonnellate all'anno, ndr) nel bruciatore». Molto atteso l'intervento del professor Venosi, che dopo essersi scusato per aver dimenticato le «slides» da proiettare in treno, nel suo intervento (spesso molto, forse troppo, tecnico) ha spiegato i vari passaggi autorizzatori provisti dalle normative, precisando che «il sindaco più chiedere ulteriori tutele rispetto a quanto stabilito dalla Valutazione d'impatto ambientale (Via, ndr). L'assenza di cloro e di precursori nei reflui esclude l'emissione di diossine». Interessanti gli interventi in sala. Per Paolo Michelotto («PartecipAzione Cittadini») «la Sandoz ha stabilimenti in Austria ed in molti altri Paesi, chi ci garantisce che non arrivino da questi stabilimenti rifiuti che verranno smaltiti a Rovereto? Nella storia dell'azienda ci sono episodi poco piavevoli; nel 1986 in Sviezza ha causato un disastro ambientale di vaste proporzioni. Se domani lei, ingegner Peroni, decidesse di far arrivare un camion di reflui dall'Austria chi potrebbe contrallarla? L'Appa o un carabiniere fuori dallo stabilimento?». «Siamo persone serie, sono in Sandoz da 31 anni, sia un'azienda eticamente coretta, vi potete fidare», questa la replica. Marco Dellabernardina, vicepresidente della Circoscrzione di Lizzana, ha attaccato l'Appa: «Sono felice che ci dicano che non c'è da preoccuparci per il bruciatore della Sandoz ma mi chiedo: perché prima di esprimere il parere favorevole in Consiglio comunale, l'Amministrazione non ha informato la popolazione di Lizzana e neppure la Circoscrizione? Ai tecnici dell'Appa chiedo perché i dati sull'inquinamento della Marangoni che ci hanno inviato risalgono al 2001? Perché non c'è un monitoraggio della nostra zona industriale? Lo stiamo chiedendo da anni, quello che si chiede è una tutela della popolazione di Lizzana; non abbiano niente contro la Sandoz ma qualcuno dovrebbe spiegarci perché, quando piove, nell'acqua piovana c'è tantissima fuliggine?». Claudio D'Ingiullo ha ricordato che «25 anni fa l'allora sindaco Michelini premiò la Filtrati perché aveva piantato dieci alberi. Io critico la Provincia perché fa passare le decisioni sempre sopra la nostra testa. Abbiamo avuto tre incendi della Marangoni senza che si muova nulla, cosa si aspetta? Abito qui da 28 anni ed i problemi sono sempre gli stessi. Quando avremo delle risposte ai nostri timori?».

L'Adige, 08/10/2008

7.10.08

Collegamento San Martino-Rolle: ecco due milioni di €

Primiero. Dalla giunta provinciale ai comuni per allargare la partecipazione in SIATI

Nel lungo elenco di cifre, spesso robuste, dei finanziamenti concessi ai comuni sul Fondo per lo sviluppo locale, nell'ultima seduta della giunta provinciale, una riguarda il Primiero: due milioni di euro che verranno erogati ai municipi della valle per aumentare le quote di partecipazione nella SIATI. È, in buona sostanza, un altro passo avanti finanziario per arrivare alla realizzazione dell'ormai famosissimo collegamento San Martino di Castrozza - passo Rolle. La ripartizione delle quote del finanziamento provinciale è direttamente proporzionale all'interesse che i comuni del Primiero hanno nel potenziamento delle aree sciabili. In buona sostanza la somma concessa dalla giunta provinciale cresce con la vicinanza geografica a San Martino di Castrozza. I comuni di Fiera di Primiero, Siror, Tonadico e Transacqua ricevono, per metterli in SIATI, 390 mila euro ciascuno; il comuni di Imer 220 mila; quello di Mezzano 200 mila euro; Sagron Mis 20 mila. Insomma, è un cerchio che si allarga e va dalle località più influenzate dall'economia dello sci a quelle meno «toccate». Nella delibera che apre la strada a questo corposo finanziamento si ricorda che il collegamento è stato approvato, il 10 settembre scorso, dalla Commissione tecnica per il turismo. Quindi, la giunta provinciale su questo progetto va avanti, come si dice, senza indugio alcuno. Il nuovo collegamento funiviario viene considerato dalla giunta Dellai descisivo. Testualmente nella delibera si afferma che è «di «fondamentale importanza la messa in rete delle aree sciabili di San Martino di Castrozza e di Passo Rolle per le quali si assiste ad una mobilità di interscambio esclusivamente stradale che limita fortemente il potenziale delle aree sciabili complessivamente considerate».

L'Adige, 07/10/2008

4.10.08

Trento – Manifestazione contro la costruzione della base militare

Sabato 4 ottobre manifestazione
ore 14.30 in Piazza Dante, davanti la stazione FS

A Mattarello, sobborgo sud di Trento, continuano giorno e notte i lavori di assestamento del terreno sul quale è prevista la realizzazione delle nuove caserme.
Un progetto contestato dalla popolazione del sobborgo e da molte persone che vedono la costruzione di un nuovo polo militare, sottoposto a segreto militare, come un avamposto della guerra globale.

In giugno, pochi giorni dopo l'allestimento da parte dei manifestanti di un presidio permanente con conseguente blocco dei primi lavori accessori, la Provincia di Trento ha voluto far capire, attraverso l’uso della polizia e lo sgombero forzato del presidio, che la base militare deve essere realizzata ad ogni costo e senza intoppi.
Risulterebbe difficile, di fronte all’opinione pubblica, giustificare il costo dell’opera interamente pagato dai cittadini e le decisioni calate dall’alto senza una reale partecipazione alle scelte del proprio territorio, come viene evidenziato nel contro-pieghevole distribuito in tutto il Trentino dal comitato contro la base.

L’appello del movimento contro la base militare è rivolto a tutti coloro che credono ancora in un futuro senza basi di guerra e vogliono difendere la propria terra dalla devastazione ambientale:

Se non vogliamo che la terra in cui viviamo diventi parte di un ingranaggio di guerra accettando passivamente la costruzione di un nuovo polo militare a Mattarello, capace di ospitare 1600 soldati di professione.
Se non vogliamo che il silenzio di oggi possa essere complice un domani del dolore, della morte e della devastazione provocati alle popolazioni colpite dagli eventi bellici.
Se non vogliamo che la Valle dell’Adige perda in questo modo altri 30 ettari di terreno fertile e venga ulteriormente cementificata.
Se non vogliamo che gli interessi politici e speculativi abbiano sempre il sopravvento sui reali bisogni della gente, sostituendo con basi militari le aree da sempre destinate all’agricoltura, provocando inquinamento e sperpero di denaro pubblico, con conseguenti tagli ai servizi sociali.

Siamo ancora in tempo, uniamoci e manifestiamo insieme!

2.10.08

Continua il dibattito sulla "cupola" nell'industria trentina dello sci

Nel dibattito sulla corruzione nel mondo trentino dello sci si inserisce anche Paolo Mayr, presidente della sezione trentina di Italia Nostra. Pubblichiamo di seguito il suo intervento:

L’industria dello sci: luci ed ombre

Riteniamo utile e necessario aggiungere alcune considerazioni al polemico dibattito, apparso nella stampa locale, sugli impianti sciistici, tra l’ambientalista Luigi Casanova (vicepresidente di CIPRA) ed il presidente della Sezione impianti a fune di Confindustria Trentina, Alberto Pedrolli.
Casanova accusava legami non chiari e situazioni di favoreggiamento tra l’industria dello sci e gli apparati tecnici, amministrativi e politici della Provincia: autorizzazioni più politiche che tecniche, basate su istruttorie parziali; contribuzioni molto più elevate di quelle consentite dalle normative europee; azioni di soccorso disperato di società in stato fallimentare, senza più sicurezza sugli esiti futuri; impianti e piste furbescamente definiti come soluzioni di trasporto pubblico; sostanziale delega della gestione delle montagne trentine alle società sciistiche.
Infine auspicava l’intervento della Corte dei Conti e della Magistratura per chiarire questa situazione.
Alberto Pedrolli rispondeva seccato alle accuse di Casanova, rivendicando il fatto che negli ultimi 28 anni si è attuata una contrazione degli impianti da 340 a 240; che i contributi sono stati in linea con i limiti fissati a livello europeo (dal 7,5 al 15%) e che semmai altri capitali elargiti erano per coprire le spese e gli aumenti di capitale, relativi alla quota azionaria della Trentino Sviluppo S.p.A.; che l’indotto del sistema degli impianti a fune è enorme (600%) e che infine i gestori delle aree sciabili sono i primi soggetti interessati alla tutela dell’ambiente.
Di fronte a questo accorato sfogo del dott. Pedrolli, riteniamo necessario precisare: nessuno nega, nemmeno le associazioni ambientaliste, la grande importanza economica e sociale legata all’industria sciistica e parimenti il grande indotto economico da questa generato, con le seguenti opportune precisazioni.
Prima di tutto la questione del numero degli impianti: non significa nulla il numero di questi, ma la loro portata oraria; in 28 anni siamo passati da obsolete sciovie, bidonvie, seggiovie monoposto, a seggiovie a 4 ÷ 6 posti e cabinovie ad agganciamento automatico, ad altissima portata, generalmente di 2400 persone all’ora.
Quindi le portate orarie dei sistemi di impianti sono notevolmente aumentate.
Ciò ha comportato la necessità di allargare in modo consistente le piste, per ottenere una densità accettabile di sciatori.
Poi c’è il caos dei finanziamenti, che seguono almeno tre canali, di difficile controllo complessivo.
Le associazioni ambientaliste trentine hanno faticosamente tentato di ricostruire lo scenario dei contributi pubblici nel caso degli impianti di Folgaria, inviando le risultanze alla Corte dei Conti per un doveroso ed auspicabile approfondimento.
In questo caso, la contribuzione, accettata dagli impiantisti e consentita dalle strutture provinciali, si è rivelata superiore ai limiti fissati dalla normativa vigente.
Quindi ci troviamo di fronte ad un sistema furbesco per capitalizzare il maggior importo possibile di denaro pubblico senza la dovuta trasparenza, raggiungendo il massimo della spudoratezza quando, per ottenere contributi più elevati, si definiscono sistemi di piste e impianti, sistemi di mobilità alternativa.
In riferimento poi alla patente di difensori dell’ambiente professata dal portavoce degli impiantisti, ci permettiamo di nutrire seri dubbi, in quanto ogni impianto, anche il più ben fatto, comporta un inevitabile impatto sul paesaggio, sulla fauna e sulla flora e l’allargamento e la livellazione delle piste implica la banalizzazione dell’ambiente.
Negativi risultano infine sia l’impatto acustico provocato dalla musica sparata dagli altoparlanti montati sui tralicci, sia la frequente presenza di “gazebo” ed altre strutture commerciali.

Per la Sezione Trentina di Italia Nostra
Il presidente Paolo Mayr

1.10.08

Ambiente e devastazione: la prima giornata di Costruire Autonomia

La prima giornata di "Costruire Autonomia" - l’iniziativa del Centro sociale Bruno che ha preso il via domenica 28 settembre e che proseguirà domenica 5 ottobre e domenica 19 ottobre - mette al centro la questione ambientale. La tavola rotonda della mattina affronta il tema dell’inceneritore e cerca di rispondere ad una domanda: e se tutto il Trentino differenziasse l’85%?
La risposta - data da tutti i partecipanti, affrontata con profondità e in modo molto diffuso - è stata comunque chiara: una raccolta spinta e prossima all’80% rende superfluo l’inceneritore nella nostra provincia.
Simonetta Gabrielli, di Nimby, dice subito che "non avere l’inceneritore a Trento significa avere ancora una risorsa", dimostrando che quest’opera è "inutile oltreché dannosa", spiegando che "la raccolta differenziata è una scelta amministrativa", e a riprova di questo riporta le parole del governatore Dellai che nell’incontro di qualche giorno fa con l’Assemblea degli artigiani ha affermato che "ci concede" un 60% di differenziata, il resto si brucia!
Giulia Marchi, del Comitato "beni comuni" di Schio, dove l’inceneritore è già stato costruito nel 1978, ricorda come l’amministrazione promuoveva il nuovo impianto descrivendolo come "una risorsa per il territorio". "Anche noi facciamo la raccolta differenziata - afferma Giulia Marchi - ma delle 192 tonnellate di rifiuti inceneriti a Schio, la metà arriva da zone extra territoriali, da realtà limitrofe che non fanno parte del consorzio di raccolta, del bacino per cui l’inceneritore è stato costruito". "Ora si vuole raddoppiare la linea di incenerimento - continua Giulia - aumentando del 16% l’incenerimento di rifiuti".
Lorenzo Lorenzoni - assessore all’ambiente a Lavis e medico di base - si sofferma invece sulla nocività di un impianto che produce inquinamento, spiegando che le rassicurazione della costruzione di nuovi impianti più sicuri sono del tutto false perché "si scontrano con la legge della conservazione che per la fisica è ancora attuale: nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. E l’inceneritore - avverte Lorenzoni- qualsiasi sia la tecnologia, trasforma i rifiuti in polveri e gas nocivi".
La discussione è proseguita con interventi dal pubblico e con l’impegno di continuare l’opposizione alla costruzione di un’opera che abbiamo capito essere "inutile oltreché dannosa".
  • Il primo intervento di Lorenzo Lorenzoni, assessore all’ambiente di Lavis. [audio] (8’:58")
  • Il primo intervento di Simonetta Gabrielli, Nimby Trentino. [audio] (7’:59")
  • Il primo intervento di Giulia Marchi, Comitato "beni comuni" di Schio. [audio] (8’:44")
  • Il secondo intervento di Lorenzo Lorenzoni. [audio] (13’:18")
  • Il secondo intervento di Simonetta Gabrielli. [audio] (8’:46")
  • Il secondo intervento di Giulia Marchi. [audio] (8’:16")
  • Un terzo commento da parte di Lorenzo Lorenzoni. [audio] (6’:39")
  • Un intervento dal pubblico sul tema dell’inceneritore a Schio. [audio] (13’:47")
  • Le conclusioni di Lorenzo Lorenzoni e di Giulia Marchi. [audio] (9’:30")

Approfondimenti:
  • Intervista a Lorenzo Lorenzoni, assessore all’ambiente di Lavis. [audio] (4’:09")
  • Intervista a Simonetta Gabrielli, Nimby Trentino. [audio] (8’:53")

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Il dibattito del pomeriggio si intitola "Da lunapark a laboratorio", è moderato da Walter Nicoletti e affronta il tema del sistema alpino e del suo sviluppo. Un dibattito che per il tema trattato, più degli altri, deve per forza affrontare la questione politica, le scelte amministrative che negli anni hanno determinato la realtà alpina che viviamo oggi.

Nicoletti introduce il dibattito partendo dal titolo dell’intera iniziativa promossa dal Centro sociale Bruno, "Costruire Autonomia", per spiegare il senso di una parola che oltre alla definizione burocratica della nostra provincia significa autogestione, autogoverno e partecipazione, ma ancora di più Nicoletti pone l’attenzione sul verbo "costruire" che in questo dibattito vuol dire immaginare un futuro diverso del sistema alpino, andando a descrivere le esperienze virtuose e sostenibili per farle diventare paradigma.
Salvatore Ferrari - esponente di Italia Nostra - parla delle Alpi e della difesa dell’identità culturale. "C’è il rischio - afferma Ferrari - di perdere l’originalità dei luoghi alpini, di trascurare le differenze che determinano le specificità". La riflessione si snoda, partendo da queste considerazioni, sull’aspetto dell’identità delle Alpi, "un’identità frutto a volte di una rappresentazione sbagliata dell’"essere montanari" che trova la risposta politica nella retorica dello sviluppo espansivo come intervento di civilizzazione".
Ma la montagna è ben altro, l’identità è un tema da approfondire per capire quale intervento e che tipo di sviluppo può essere messo in atto: dal prodotto tipico alla frequentazione estensiva e non ridotta al turismo intensivo invernale.
Francesca Manzini - di Officina Ambiente e animatrice dei comitati di Folgaria contro gli impianti sciistici - affronta il tema dell’identità della montagna parlandone in termini di scoperta. "Io imparo a conoscere l’identità del mio altopiano attraverso la battaglia che con altri sto conducendo contro la costruzione di impianti di risalita", sostiene Francesca, spiegando che attraverso l’impegno nei comitati ha incontrato un modo di vivere la montagna che non è quella imposta dalle scelte politico-amministrative. "Si scopre che l’Altopiano di Folgaria è altro rispetto ai pochi mesi sciabili - afferma l’attivista folgaretana - e che un nuovo sviluppo non significa affatto un arretramento economico o un ritorno al passato, ma un aumento della proposta e della qualità".
Per Luigi Casanova queste Alpi sono "un laboratorio di bio-diversità, culturale e sociale, un modello che propone una ricchezza importante che potenzialmente potrebbe essere un esempio per tutta l’Europa". Casanova lamenta l’inadeguatezza della politica istituzionale nell’affrontare le potenzialità di un sistema, quello alpino, che potrebbe essere gestito in modo totalmente diverso. "La provincia di Trento - sostiene Casanova - è indietro rispetto a tutte le altre realtà alpine, sia sul piano energetico che su quello della mobilità, sia a proposito della gestione dei rifiuti che sulla tutela delle risorse idriche e dell’agricoltura di montagna". Recuperare l’identità alpina - per Casanova - vuol dire recuperare la socialità e la cultura.
Dopo un primo giro di interventi degli ospiti, per mettere in atto un vero dibattito con il pubblico, il microfono è passato alla platea che ha integrato la discussione con molti spunti interessanti.
Adriano Rizzoli di Nimby Trentino ha accusato il sistema di potere Trentino, mettendo in dubbio la parola autonomia come esempio di democrazia, mentre Stefano Bleggi del Centro sociale Bruno ha cercato di spiegare come la parola autonomia debba essere "strappata da chi la usa come sistema di potere, per riempirla di contenuti come la partecipazione e la capacità di immaginario che riesca a proporre un’alternativa reale a questo sviluppo". Secondo Stefano, "la nostra autonomia deve mettere al centro il bene comune"
Nicoletti propone di "superare il dualismo tra società politica e società civile, cercando il destino di questa società in modo complessivo". Ricostruire il destino di un territorio, partendo dagli elementi culturali, significa costruire autonomia, e rispetto alla crisi della globalizzazione va sviluppata una nuova autonomia che sia fatta di comunità.

  • Il primo intervento di Salvatore Ferrari, Italia Nostra. [audio] (15’:25")
  • Il primo intervento di Francesca Manzini, Officina Ambiente. [audio] (14’:55")
  • Il primo intervento di Luigi Casanova, CIPRA. [audio] (17’:35")
  • Un intervento dal pubblico: Adriano Rizzoli. [audio] (3’:20")
  • L’intervento dal pubblico di Stefano Bleggi, Centro sociale Bruno. [audio] (5’:31")
  • Il secondo intervento di Salvatore Ferrari. [audio] (16’:20")
  • Le conclusioni di Luigi Casanova e Francesca Manzini. [audio] (13’:37")

Approfondimenti:

  • Intervista a Walter Nicoletti, giornalista, e a Luigi Casanova, CIPRA. [audio] (6’:14")

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Terzo appuntamento della giornata, moderato anche in questa occasione da Walter Nicoletti, la riflessione serale con Domenico Sartori, giornalista, Fabio Giacomoni, Storico, e Michele Dalla Palma, direttore della rivista Trekking. Il tema da sviscerare è quello del territorio, della sua comunità e della sua identità, degli strumenti che si mettono in atto per difenderlo e delle linee che ne tracciano l’immaginario futuro.
Dalla Palma, che si occupa di montagna da sempre, "nato e vissuto in montagna e portatore del DNA dei montanari"- come sottolinea, afferma che "la montagna è la struttura più autonoma che esiste da sempre, che naturalmente sviluppa un genius loci con confini definiti, un sistema che ha dovuto e che deve tuttora conoscersi per relazionarsi con l’esterno".
Secondo Dalla Palma "la montagna è l’unico legame che l’uomo ha con la natura, considerando ormai dimenticato il rapporto tra persona e dimensione rurale o il rapporto con il mare per le popolazioni marittime ormai da tempo perse e soppiantate da una industrializzazione che le ha cancellate culturalmente, resistendo solo nella caricatura turistica priva di anima". In montagna questo rapporto tra dimensione umana e natura non è del tutto perso.
Per questo - afferma Dalla Palma - la montagna, oggi, deve essere tutelata affinché questo enorme patrimonio non sia disperso e sia, un giorno, irrecuperabile. E per difenderla - continua - devono svilupparsi esperienze di autonomia che sappiano governare i propri territori, con la capacità di poter scegliere di imboccare strade diverse, dando la possibilità alle popolazioni montane di riappropriarsi del proprio futuro". "E per questo - continua Dalla Palma - le infinite autonomie dei territori montani dovrebbero sviluppare rete per contare e per confrontarsi".E rispetto alla globalizzazione, Dalla palma vede soltanto "nella costruzione di miriadi di autonomie la capacità di difendersi da essa".
Introducendo lo storico Giacomoni, Nicoletti parla della tradizione degli usi civici e delle carte di regola che hanno caratterizzato il Trentino nel corso dei secoli. Giacomoni, prima di iniziare, si dice "stupito che proprio in un centro sociale si parli di autonomia, considerato che spesso si crede che questo concetto sia di "destra" e comunque conservatore".
Lo storico si sofferma sul concetto di comunità, e soprattutto parla delle piccole comunità "che in modo marcato hanno integrano il concetto di autonomia e che, in Trentino fin dal 1300, erano più di trecento". Queste comunità, nella storia, si sono date delle regole, redigendo le famose Carte di regola che erano costruzioni di piccole autonomie che esercitavano l’autogoverno.
Giacomoni, partendo dalla descrizione degli usi civici e dall’autogoverno delle piccole comunità, arriva a descrivere la costituzione del sistema cooperativo trentino che ha caratterizzato un modo solidale della produzione e della distribuzione. "Il cooperativismo trentino - ci spiega Giacomoni - è dunque la trasformazione di quegli usi civici che hanno radici nella storia di alcuni secoli fa".
Domenico Sartori, che di professione è giornalista e si è occupato di cronaca dalle valli - entra nella descrizione dello stato di salute del Trentino. Afferma subito che "c’è in corso una grande trasformazione: il Trentino ha chiuso un ciclo economico e sociale e sta tentando di ripensarsi". Dall’industrializzazione forzata che doveva dare risposte ad un trentino povero, facendo scempio del territorio e costruendo una teoria di capannoni in ogni valle, si passa ad una erosione dell’economia che oggi entra addirittura in uno strato di crisi.
Domenico Sartori descrive poi il Trentino, il suo territorio e le devastazioni che lo caratterizzano, attraverso delle immagini: dalle torri erette sul passo di valico dello Stelvio, al Bren Center di Trento nord fino alle cave di porfido che erodono le montagne trentine. Anche Sartori affronta il tema degli usi civici, ricordando che arrivano fino a noi e che sono ancora presenti in Trentino, parlando di essi come di "una gestione collettiva e partecipata del territorio è moderna e attuale".
Lo spunto alla riflessione è raccolta da Federico del Centro sociale Bruno. "Lo stupore di cui parla Giacomoni a proposito del tema dell’autonomia trattato in un centro sociale di parlare di Autonomia è lo stesso stupore che colpisce noi sentendoci raccontare del nostro territorio" - afferma Federico, che poi si interroga sul perché "si sono fermate queste pratiche virtuose di autogestione e autogoverno che in Trentino erano un tempo buone pratiche". Federico pone l’accento sull’"autonomia come insieme di territorio, di comunità, di reti e di conflitto, teso a costruire un nuovo modo di praticare l’autonomia".
Domenico Sartori, nelle sue conclusioni, cerca di spiegare dove si è interrotto il filo virtuoso della storia trentina, ponendo l’attenzione sul modello sviluppista cominciato anni fa. Esprime poi la necessità di aprire un nuova fase, chiudere un ciclo per aprirne uno nuovo. Il lato positivo che lui scorge è quello di una nuova, crescente consapevolezza, della crisi del modello trentino e della necessità di cambiare. A questo si unisce un senso di rassegnazione di fronte all’assenza di forze - soprattutto all’interno del mondo giovanili - capaci di immaginare il rinnovamento attraverso percorsi virtuosi di partecipazione.
"Esiste da questo punto di vista una consapevolezza teorica - afferma Sartori - che si scontra con una difficoltà di mettere in pratica una costruzione di un nuovo progetto che parta dal coinvolgimento delle popolazioni".

  • Il primo intervento di Michele Dalla Palma, direttore della rivista Trekking. [audio] (17’:43")
  • Il primo intervento di Fabio Giacomoni, storico. [audio] (19’:40")
  • Il primo intervento di Domenico Sartori, giornalista. [audio] (21’:36")
  • Un intervento dal pubblico: Federico Zappini del Centro sociale Bruno. [audio] (3’:49")
  • Le conclusioni dei partecipanti alla riflessione serale. [audio] (32’:45")

Approfondimenti:
  • Intervista a Domenico Sartori, giornalista, realizzata da Stefano Ischia di Radio Onda d’Urto. [audio] (11’:36")

30.9.08

Vuoi una Melinda? No grazie!

NO, NON VOGLIAMO MELINDA E I SUOI PESTICIDI!
Sono apparsi dei cartelli in tutto il comune di Cesiomaggiore (BL), con impressa la strega di biancaneve, spacciatrice di mele avvelenate, e la scritta: VUOI UNA MELINDA? NO GRAZIE!
La firma è DOLOMITI TOXIC TOUR.

Ovviamente chi condivide il progetto DTT è d'accordo con gli autori dell'azione. Tutti, con i loro mezzi e saperi, devono esporsi per contrastare gli scempi e le devastazioni che stanno disegnando un triste e velenoso futuro per questi territori!
Proprio in questi giorni il Comitato della Val di Non ha diffuso i dati relativi ad analisi da loro svolte presso abitazioni, asili e parchi pubblici nella loro valle dove Melinda la fa da padrona: l’87% dei campioni è risultato contaminato da residui agrofarmaci e pesticidi.

Dinnanzi a tali preoccupanti dati non possiamo che pensare a una frase di un componente del comitato trentino: “Noi siamo molto preoccupati ed abbiamo paura per i nostri figli. TORNARE INDIETRO E' DIFFICILISSIMO, voi siete nella fortunata situazione di essere all'inizio e quindi si possono fermare le cose, vi diamo la nostra disponibilità a scendere ancora e parlare con i nostri nuovi dati se necessario"...

Vedi anche:
Dalla Val di Non alla Val Belluna: la globalizzazione del veleno