11.10.08

Predazzo. Pista da sci «Torre di Pisa»: si può fare

La Regola Feudale ha dato il suo secondo assenso alla società Latemar 2200. I lavori inizieranno a metà luglio. Bruno Bosin critico: «Non serve. Esiste già un tracciato difficile»

Pur con qualche distinguo e con una articolata serie di prescrizioni, il consiglio di amministrazione della Regola Feudale di Predazzo ha deciso, mercoledì scorso, di autorizzare la società di impianti Latemar 2200 a realizzare la nuova pista «Torre di Pisa», che è in programma, nel prossimo anno, sul monte Feudo e che andrà ad occupare una vasta area montana di proprietà della stessa Regola. Un assenso preliminare era già stato espresso dal precedente consiglio nel 2004. Poi la Latemar ha acquisito tutti i pareri dei servizi provinciali per chiedere alla fine la definitiva autorizzazione dell'ente proprietario, il cui consiglio in carica ha effettuato un accurato sopralluogo in zona lo scorso mese di luglio. Già la Provincia (assieme ai Bacini Montani ed alla Tutela del Paesaggio) ha fissato una serie di condizioni: scavi e riparti modellati, rifacimento del manto erboso e rinverdimento della zona interessata, lavori da effettuare non prima del 15 luglio, per non disturbare il gallo forcello, mantenimento in superficie del ruscello che scorre nella zona e che non va intubato, limitazione degli scavi al minimo indispensabile, ripristino degli argini del torrente, con il mantenimento del suo aspetto naturalistico. Il consiglio ci ha aggiunto del suo: diniego assoluto alla posa di paravalanghe (in caso contrario, l'autorizzazione potrebbe essere revocata), la garanzia che la teleferica che serve il rifugio Torre di Pisa possa continuare a funzionare, il ripristino delle strade di montagna interessate, secondo le prescrizioni del custode forestale, la garanzia che saranno rifusi eventuali danni al territorio per possibili smottamenti, la sistemazione, a fine lavori, delle strade danneggiate, il taglio, l'allestimento ed il trasporto alla piazza «Col de la Lasta» delle 250 piante che dovranno essere eliminate, la messa a dimora di 5.000 nuove piantine, il ripristino del manto erboso. Per quanto riguarda l'affitto, è stato stabilito nella misura di 0,10 euro a metri quadrato. Complessivamente circa 6.000 euro all'anno, visto che la pista, lunga 1.530 metri, occuperà una superficie di poco meno di sei ettari. Inoltre, la Latemar dovrà versare 1.500 euro per la servità relativa all'impianto di innevamento e 15.000 euro una tantum per i danni inevitabilmente provocati dal cantiere. Le condizioni saranno discusse insieme alla società e quindi torneranno in consiglio per l'approvazione definitiva. Perplesso Bruno Bosin, il quale la ha giudicata «una pista che non serve. Già» ha commentato «esiste una pista difficile. Ora se ne fa un'altra altrettanto impegnativa, fine a se stessa, forse solo con finalità di carattere agonistico». Dichiarandosi inoltre sconcertato per come viene gestita (ma la Latemar nel caso specifico non c'entra nulla ndr) la zona ricettiva di Gardonè, «con palme» ha sottolineato «che fanno venire l'orticaria, anacronistiche e fuori posto. E' inutile parlare di tutela della montagna e poi effettuare questi tipi di scelte. Oltre tutto da parte di persone dell'Alto Adige, che nella loro terra si comportano in maniera del tutto diversa». La delibera è stata comunque alla fine approvata all'unanimità.

L'Adige, 10/10/2008

Panarotta spa vuole denaro dai comuni

Per riaprire gli impianti servono 450 mila €, ma i sindaci rispondono picche al presidente
Saranno i Comuni a consentire la riapertura degli impianti per la stagione invernale in Panarotta? Detengono il 95% del capitale societario e durante l'assemblea annuale del 24 ottobre 2007 avevano approvato un aumento fino a 6 milioni di euro, ma da allora ad oggi non hanno versato un centesimo. Dal canto suo, il presidente Maurizio Fontanari fa sapere che serve assolutamente denaro fresco, che il fabbisogno per coprire la stagione 2008-2009 si aggira sui 450.000 euro. Provvederanno i Comuni a coprirlo per intero? Entreranno in società nuovi privati, verseranno parte del fabbisogno quelli che già oggi vi si trovano? Ai soci ha inviato una lettera in cui li informa che il cda di Nuova Panarotta spa del 29 settembre scorso ha deciso di chiedere loro le sottoscrizioni decise un anno fa. I sindaci soci hanno fatto il punto mercoledì pomeriggio, ne mancavano pochi. Si dicono perplessi, alcuni puntano i piedi, versare altro denaro non sarà per loro agevole. «E in quale forma lo potremo fare - si chiede Marco Osler , il sindaco facente funzione a Pergine, il maggiore azionista - se si pensa ad un contributo straordinario ce lo vieta la legge. Se si pensa all'aumento del capitale sociale è da verificare la nostra capacità di indebitamento sul bilancio comunale e dovremo confrontarci al nostro interno». La cifra sul tavolo all'incontro è di 200.000 euro, 150.000 eventualmente a carico dei Comuni e 50.000 da ricercare tra privati. «Se c'è un privato che vuole gestire la società si faccia avanti, noi siamo ben favorevoli», dice Osler, a sorpresa. Da anni nessun Comune si esprime in tali termini. Antonio Valentini , sindaco di Tenna ed espressione dei piccoli Comuni in Nuova Panarotta spa, dice: «Noi per salvare la stagione 2008-2009 potremmo esserci ancora, vista la ricaduta che la Panarotta ha sull'economia della vallata, però deve esserci un nuovo investimento anche da parte privata». Il suo non è un «sine qua non» esplicito, ma comunque chiaro. Della medesima opinione è Carlo Stefenelli , sindaco a Levico e assai attivo in questi giorni circa la mancanza di liquidità della spa guidata da Fontanari. «È impensabile che il nuovo sostegno finanziario alla società sia tutto in capo all'ente pubblico, mentre in altre realtà del Trentino, vedi gli impianti in Paganella, c'è la forte presenza del capitale privato. Il vantaggio di avere in casa la stazione sciistica va ad albergatori, commercianti e indotto, bisogna dunque che nasca una sinergia reale tra noi e loro, non solo a parole. A tutti sta a cuore il salvataggio della Panarotta e c'è il nuovo impianto a fune in ballo, ma noi siamo amministratori di patrimonio pubblico e non possiamo gettare i soldi alle ortiche».

«Non chiediamo soldi per coprire il buco»
Maurizio Fontanari è presidente di Nuova Panarotta spa. In quale situazione si trova la società? «Siccome chiude da due anni con un deficit stagionale di 450 mila euro e penso che anche nella prossima si rimarrà su questo sbilancio, ci servono almeno 450.000 euro per iniziare. La società non può indebitarsi più se non ha un piano di rientro dalle esposizioni, stante anche il fatto che non ci possiamo affidare agli incassi presunti sulla stagione 2008-2009. Per tale motivo chiedo ai soci di conoscere quando pensano di aderire all'aumento del capitale sociale che essi stessi hanno approvato nell'assemblea del 2007 e con quali somme». Qualcuno di loro ha aderito, fino ad oggi? «Nessuno, pur detenendo il 95% del capitale sociale» E tra i privati? «Ci sono dei contatti, ma penso ad interlocutori come Levico Terme spa, ai privati che hanno investito a Vetriolo, ad aziende che vivono di turismo e del suo indotto nella zona dei laghi». E se il denaro fresco non arriva, che pensa di fare? «Convocherò l'assemblea straordinaria dei soci, anticipando che non intendo chiudere gli impianti, ma precisando che per aprire la stagione serve una somma che copra i costi previsti per la normale gestione. Non possiamo più chiedere ulteriori fidi bancari senza un piano di rientro a garanzia. Il nostro è un problema di cash flow, in quanto il patrimonio della società è consistente e sufficiente, non abbiamo ipoteche, ma non vorrei ridurlo». Perchè la spa accumula deficit ogni anno? «La nostra società, partecipata a stragrande maggioranza del capitale dai comuni della zona, è stata concepita come struttura sportiva a favore delle comunità locali ed è strutturalmente in perdita fino a quando non si arriverà al fatidico rilancio mediante l'impianto funiviario Levico-Vetriolo-Panarotta. È per tale motivo che teniamo in vita la società. Finite le risorse, il cda s'è rivolto ai soci per chiedere un adeguamento delle risorse finanziarie per continuare l'attvità. Preciso che non si tratta di trovare denaro per coprire le perdite, ma di sottoscrivere quote di capitale».

L'Adige, 10/10/2008

9.10.08

Rovereto. Adesso la zona industriale fa più paura

Dubbi all'incontro di martedì: "vogliamo i dati su polveri e tumori nella zona sud della città"

«Ovviamente la salute dei cittadini roveretani ci sta a cuore e ci adopereremo al meglio per tutelarla. Appena entrerò nel pieno delle mie funzioni chiederò con chi di dovere l'attivazione di tutti gli strumenti di controllo e di monitoraggio della qualità dell'aria nella nostra città». Il neoassessore a vivibilità, arredo urbano, verde e piano della mobilità Roberto Zuccatti non si sottrae al proprio ruolo, pur chiarendo che «l'unica parte che ci competeva in via istituzionale sulla richiesta presentata dalla Sandoz è stata compiuta con la delibera del Consiglio comunale del 27 maggio scorso ma nel proseguo del procedimento sarà possibile acquisire tutti i dati tecnici che consentiranno di avere piena consapevolezza di quello che viene proposto». Il giorno dopo l'affollata assemblea pubblica informativa sul bruciatore della Sandoz la questione legata ai livelli d'inquinamento dell'aria e delle emissioni nell'aria delle attività operanti in zona industriale resta su livelli di attenzione molto elevati. A Lizzana la cittadinanza vive quotidianamente a contatto con le problematiche che Marco Dallabernardina e Claudio D'Ingiullo tra gli altri hanno pubblicamente evidenziato l'altra sera: la presenza dei due inceneritori della Marangoni a due passi dalle case del paese rappresenta una fonte di grande preoccupazione: «i dati forniti dall'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente risalgono al 2001 e gli ultimi monitoraggi svolti qui sulla qualità dell'aria sono di 4-5 anni fa». Dal pubblico si è levata forte una frase a più voci: «È assurdo pensare che con l'elevata concentrazione di fabbriche in una valle così stretta e scarsamente ventilata come la nostra non ci sia un costante controllo dei livelli d'inquinamento dell'aria che respiriamo continuamente». Oggetto di molte critiche l'operato dell'Appa ed anche l'intervento, molto applaudito, del professor Guido Perin, roveretano doc, ancora in attività all'età di 70 anni, direttore del Dipartimento di scienze ambientali all'Università Ca' Foscari di Venezia: «Negli anni '90 facevo parte del gruppo che ha effettuato un monitoraggio dell'emissione delle polveri a Rovereto, che poi non è più andato avanti per motivazioni politiche. La Sandoz ha chiesto alla nostra università un parere dal punto di vista tossicologico e posso affermare che qui non c'è il pericolo di emissione di diossine, che hanno bisogno del cloro per formarsi. Ho sentito che gli ultimi dati sulla qualità dell'aria risalgono al 2001? Ai colleghi dell'Appa, che so essere molto impegnati, chiedo perché non sono più stati fatti questi monitoraggi? Quello che mi sento di suggerire alle Circoscrizioni è di chiedere con forza un nuovo monitoraggio della zona industriale, facciamone uno seriamente, come quello ai tempi dell'Archifar sulle emissioni di rumore, che hanno provocato disturbi e malattie psicosomatiche. Personalmente ho lavorato molto sulla zona industriale, con particolare riguardo ad un'azienda che produceva resine e poi abbiamo scoperto tutto quello che c'era nel sottosuolo di quella fabbrica!». Paolo Miorelli, consigliere circoscrizionale già presidente della Commissione ambiente, ha ricordato che «facevo parte della Circoscrizione quando il professor Perin ci aveva detto di chiedere al Comune la realizzazione di una "barriera verde" per proteggere le nostre case dalle emissioni e dalla vicinanza delle fabbriche; sono passati 35 anni e stiamo ancora aspettando. Quando escono certi fumi l'unica soluzione che abbiamo è chiudere tutto e scappare in montagna». I presidenti delle Circoscrizioni organizzatrici dell'incontro Maurizio Migliarini (Lizzana - Mori ferrovia) ed Alberto Galli (Rovereto sud) non intendono fermasi qui: «Quello di prenderci cura della salute dei cittadini è un compito che spetta all'Amministrazione pubblica, questo per noi era solo il primo momento di approfondimento; la massiccia partecipazione che abbiamo riscontrato rappresenta un ulteriore fattore che c'induce ad andare avanti perché è un nostro diritto sapere quando vengono effettuati i controlli e chiedere che il monitoraggio sia costante perché da nessun'altra parte del Trentino esiste una concentrazione di attività produttive e di lavorazioni con emissioni e produzione di rifiuti pericolosi come nella zona industriale di Rovereto.Tutta la città è coinvolta».

L'Adige, 09/10/2008

Sandoz: chi controlla il bruciatore?

Affollato incontro pubblico ieri sera a Lizzana: gli abitanti chiedono dati certi

Non c'è alcun dubbio. A Lizzana, ma non solo, la preoccupazione per la salute pubblica e per l'inquinamento derivante dalle emissioni delle attività presenti in zona industriale è sempre molto elevata. Dimostrazione ne è la massiccia partecipazione all'incontro pubblico di ieri sera, organizzato dalla Circoscrizioni «Lizzana-Mori ferrovia» e «Rovereto sud» per avere maggiori informazioni sul bruciatore della Sandoz. Presenti i vertici della Sandoz (l'amministratore delegato Helmut Wagner ed il direttore Agostino Peroni), i tecnici dell'Agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente (Appa) e l'esperto «super partes» contattato dalle Circoscrizioni, il professore universitario Erasmo Venosi, che è anche vicepresidente della Commissione ministeriale per il rilascio dell'autorizzazione integrata ambientale. Insieme a loro i presidenti delle circoscrizioni «Centro» (Massimo Zenatti) e «Sacco-San Giorgio (Leone Manfredi), consiglieri circoscrizionali, lo staff dei Verdi in forza (da Marco Boato a Pozzer, Finocchiaro e Donata Loss), anche l'assessore comunale alle finanze Paolo Farinati, che ha assistito alla serata. Il progetto presentato dalla Sandoz di bruciare anche i reflui dei solventi nel suo bruciatore (che già esiste, anzi sono due perché uno si attiva quando l'altro non va) non presenta anomalie. Lo hanno «certificato» i tecnici dell'Appa. È toccato all'ingegner Giancarlo Anderle illustrarne i contenuti, precisando che «con la delibera del 5 settembre scorso si è esaurita la prima delle tre procedure autorizzatorie, nella quale è stato interpellato il Comune, nelle successive potranno intervenire anche le altre istituzioni». L'ingegner Peroni, direttore della Sandoz, ha illustrato nei dettagli il progetto di cocombustione, ricordando come l'azienda acquisti da Trentino Servizi vapore da cogenerazione e che i processi produttivi prevedono l'uso di solventi organici non clorurati; parte delle miscele non sono recuperabili e contengono acqua e solventi organici non clorurati, che vengono trattati (circa 2000 tonnellate all'anno, ndr) nel bruciatore». Molto atteso l'intervento del professor Venosi, che dopo essersi scusato per aver dimenticato le «slides» da proiettare in treno, nel suo intervento (spesso molto, forse troppo, tecnico) ha spiegato i vari passaggi autorizzatori provisti dalle normative, precisando che «il sindaco più chiedere ulteriori tutele rispetto a quanto stabilito dalla Valutazione d'impatto ambientale (Via, ndr). L'assenza di cloro e di precursori nei reflui esclude l'emissione di diossine». Interessanti gli interventi in sala. Per Paolo Michelotto («PartecipAzione Cittadini») «la Sandoz ha stabilimenti in Austria ed in molti altri Paesi, chi ci garantisce che non arrivino da questi stabilimenti rifiuti che verranno smaltiti a Rovereto? Nella storia dell'azienda ci sono episodi poco piavevoli; nel 1986 in Sviezza ha causato un disastro ambientale di vaste proporzioni. Se domani lei, ingegner Peroni, decidesse di far arrivare un camion di reflui dall'Austria chi potrebbe contrallarla? L'Appa o un carabiniere fuori dallo stabilimento?». «Siamo persone serie, sono in Sandoz da 31 anni, sia un'azienda eticamente coretta, vi potete fidare», questa la replica. Marco Dellabernardina, vicepresidente della Circoscrzione di Lizzana, ha attaccato l'Appa: «Sono felice che ci dicano che non c'è da preoccuparci per il bruciatore della Sandoz ma mi chiedo: perché prima di esprimere il parere favorevole in Consiglio comunale, l'Amministrazione non ha informato la popolazione di Lizzana e neppure la Circoscrizione? Ai tecnici dell'Appa chiedo perché i dati sull'inquinamento della Marangoni che ci hanno inviato risalgono al 2001? Perché non c'è un monitoraggio della nostra zona industriale? Lo stiamo chiedendo da anni, quello che si chiede è una tutela della popolazione di Lizzana; non abbiano niente contro la Sandoz ma qualcuno dovrebbe spiegarci perché, quando piove, nell'acqua piovana c'è tantissima fuliggine?». Claudio D'Ingiullo ha ricordato che «25 anni fa l'allora sindaco Michelini premiò la Filtrati perché aveva piantato dieci alberi. Io critico la Provincia perché fa passare le decisioni sempre sopra la nostra testa. Abbiamo avuto tre incendi della Marangoni senza che si muova nulla, cosa si aspetta? Abito qui da 28 anni ed i problemi sono sempre gli stessi. Quando avremo delle risposte ai nostri timori?».

L'Adige, 08/10/2008

7.10.08

Collegamento San Martino-Rolle: ecco due milioni di €

Primiero. Dalla giunta provinciale ai comuni per allargare la partecipazione in SIATI

Nel lungo elenco di cifre, spesso robuste, dei finanziamenti concessi ai comuni sul Fondo per lo sviluppo locale, nell'ultima seduta della giunta provinciale, una riguarda il Primiero: due milioni di euro che verranno erogati ai municipi della valle per aumentare le quote di partecipazione nella SIATI. È, in buona sostanza, un altro passo avanti finanziario per arrivare alla realizzazione dell'ormai famosissimo collegamento San Martino di Castrozza - passo Rolle. La ripartizione delle quote del finanziamento provinciale è direttamente proporzionale all'interesse che i comuni del Primiero hanno nel potenziamento delle aree sciabili. In buona sostanza la somma concessa dalla giunta provinciale cresce con la vicinanza geografica a San Martino di Castrozza. I comuni di Fiera di Primiero, Siror, Tonadico e Transacqua ricevono, per metterli in SIATI, 390 mila euro ciascuno; il comuni di Imer 220 mila; quello di Mezzano 200 mila euro; Sagron Mis 20 mila. Insomma, è un cerchio che si allarga e va dalle località più influenzate dall'economia dello sci a quelle meno «toccate». Nella delibera che apre la strada a questo corposo finanziamento si ricorda che il collegamento è stato approvato, il 10 settembre scorso, dalla Commissione tecnica per il turismo. Quindi, la giunta provinciale su questo progetto va avanti, come si dice, senza indugio alcuno. Il nuovo collegamento funiviario viene considerato dalla giunta Dellai descisivo. Testualmente nella delibera si afferma che è «di «fondamentale importanza la messa in rete delle aree sciabili di San Martino di Castrozza e di Passo Rolle per le quali si assiste ad una mobilità di interscambio esclusivamente stradale che limita fortemente il potenziale delle aree sciabili complessivamente considerate».

L'Adige, 07/10/2008

4.10.08

Trento – Manifestazione contro la costruzione della base militare

Sabato 4 ottobre manifestazione
ore 14.30 in Piazza Dante, davanti la stazione FS

A Mattarello, sobborgo sud di Trento, continuano giorno e notte i lavori di assestamento del terreno sul quale è prevista la realizzazione delle nuove caserme.
Un progetto contestato dalla popolazione del sobborgo e da molte persone che vedono la costruzione di un nuovo polo militare, sottoposto a segreto militare, come un avamposto della guerra globale.

In giugno, pochi giorni dopo l'allestimento da parte dei manifestanti di un presidio permanente con conseguente blocco dei primi lavori accessori, la Provincia di Trento ha voluto far capire, attraverso l’uso della polizia e lo sgombero forzato del presidio, che la base militare deve essere realizzata ad ogni costo e senza intoppi.
Risulterebbe difficile, di fronte all’opinione pubblica, giustificare il costo dell’opera interamente pagato dai cittadini e le decisioni calate dall’alto senza una reale partecipazione alle scelte del proprio territorio, come viene evidenziato nel contro-pieghevole distribuito in tutto il Trentino dal comitato contro la base.

L’appello del movimento contro la base militare è rivolto a tutti coloro che credono ancora in un futuro senza basi di guerra e vogliono difendere la propria terra dalla devastazione ambientale:

Se non vogliamo che la terra in cui viviamo diventi parte di un ingranaggio di guerra accettando passivamente la costruzione di un nuovo polo militare a Mattarello, capace di ospitare 1600 soldati di professione.
Se non vogliamo che il silenzio di oggi possa essere complice un domani del dolore, della morte e della devastazione provocati alle popolazioni colpite dagli eventi bellici.
Se non vogliamo che la Valle dell’Adige perda in questo modo altri 30 ettari di terreno fertile e venga ulteriormente cementificata.
Se non vogliamo che gli interessi politici e speculativi abbiano sempre il sopravvento sui reali bisogni della gente, sostituendo con basi militari le aree da sempre destinate all’agricoltura, provocando inquinamento e sperpero di denaro pubblico, con conseguenti tagli ai servizi sociali.

Siamo ancora in tempo, uniamoci e manifestiamo insieme!

2.10.08

Continua il dibattito sulla "cupola" nell'industria trentina dello sci

Nel dibattito sulla corruzione nel mondo trentino dello sci si inserisce anche Paolo Mayr, presidente della sezione trentina di Italia Nostra. Pubblichiamo di seguito il suo intervento:

L’industria dello sci: luci ed ombre

Riteniamo utile e necessario aggiungere alcune considerazioni al polemico dibattito, apparso nella stampa locale, sugli impianti sciistici, tra l’ambientalista Luigi Casanova (vicepresidente di CIPRA) ed il presidente della Sezione impianti a fune di Confindustria Trentina, Alberto Pedrolli.
Casanova accusava legami non chiari e situazioni di favoreggiamento tra l’industria dello sci e gli apparati tecnici, amministrativi e politici della Provincia: autorizzazioni più politiche che tecniche, basate su istruttorie parziali; contribuzioni molto più elevate di quelle consentite dalle normative europee; azioni di soccorso disperato di società in stato fallimentare, senza più sicurezza sugli esiti futuri; impianti e piste furbescamente definiti come soluzioni di trasporto pubblico; sostanziale delega della gestione delle montagne trentine alle società sciistiche.
Infine auspicava l’intervento della Corte dei Conti e della Magistratura per chiarire questa situazione.
Alberto Pedrolli rispondeva seccato alle accuse di Casanova, rivendicando il fatto che negli ultimi 28 anni si è attuata una contrazione degli impianti da 340 a 240; che i contributi sono stati in linea con i limiti fissati a livello europeo (dal 7,5 al 15%) e che semmai altri capitali elargiti erano per coprire le spese e gli aumenti di capitale, relativi alla quota azionaria della Trentino Sviluppo S.p.A.; che l’indotto del sistema degli impianti a fune è enorme (600%) e che infine i gestori delle aree sciabili sono i primi soggetti interessati alla tutela dell’ambiente.
Di fronte a questo accorato sfogo del dott. Pedrolli, riteniamo necessario precisare: nessuno nega, nemmeno le associazioni ambientaliste, la grande importanza economica e sociale legata all’industria sciistica e parimenti il grande indotto economico da questa generato, con le seguenti opportune precisazioni.
Prima di tutto la questione del numero degli impianti: non significa nulla il numero di questi, ma la loro portata oraria; in 28 anni siamo passati da obsolete sciovie, bidonvie, seggiovie monoposto, a seggiovie a 4 ÷ 6 posti e cabinovie ad agganciamento automatico, ad altissima portata, generalmente di 2400 persone all’ora.
Quindi le portate orarie dei sistemi di impianti sono notevolmente aumentate.
Ciò ha comportato la necessità di allargare in modo consistente le piste, per ottenere una densità accettabile di sciatori.
Poi c’è il caos dei finanziamenti, che seguono almeno tre canali, di difficile controllo complessivo.
Le associazioni ambientaliste trentine hanno faticosamente tentato di ricostruire lo scenario dei contributi pubblici nel caso degli impianti di Folgaria, inviando le risultanze alla Corte dei Conti per un doveroso ed auspicabile approfondimento.
In questo caso, la contribuzione, accettata dagli impiantisti e consentita dalle strutture provinciali, si è rivelata superiore ai limiti fissati dalla normativa vigente.
Quindi ci troviamo di fronte ad un sistema furbesco per capitalizzare il maggior importo possibile di denaro pubblico senza la dovuta trasparenza, raggiungendo il massimo della spudoratezza quando, per ottenere contributi più elevati, si definiscono sistemi di piste e impianti, sistemi di mobilità alternativa.
In riferimento poi alla patente di difensori dell’ambiente professata dal portavoce degli impiantisti, ci permettiamo di nutrire seri dubbi, in quanto ogni impianto, anche il più ben fatto, comporta un inevitabile impatto sul paesaggio, sulla fauna e sulla flora e l’allargamento e la livellazione delle piste implica la banalizzazione dell’ambiente.
Negativi risultano infine sia l’impatto acustico provocato dalla musica sparata dagli altoparlanti montati sui tralicci, sia la frequente presenza di “gazebo” ed altre strutture commerciali.

Per la Sezione Trentina di Italia Nostra
Il presidente Paolo Mayr